di Enrico Casagrande
di Enrico Casagrande
Il concetto orientale di karma trova, a partire dalla fine dell’Ottocento, con l’arrivo di swami Vivekananda in Occidente, una decisa accoglienza da parte di studiosi, praticanti e curiosi dello yoga e della spiritualità indiana in generale. Negli anni della controcultura la parola rompe l’alveo della New Age per entrare nel lessico comune per indicare una legge di causa ed effetto dalle connotazioni metafisiche non sempre troppo chiare e quindi depauperato del portato filosofico - esistenziale che alla parola in questione si associa. Nel testo che segue si indaga il termine karma nel pensiero induista e yogico – induista per osservarne i significati originari e le ragioni della sua polisemia senza voler assumere alcuna posizione di fede che nulla può aver a che fare con un percorso di ricerca affidabile.
traduzione di Vyasa Sante*
testo e commento a cura di Marco Sebastiani
Il secondo capitolo della Gita è esplicitamente diviso in due parti. Nella prima [cfr. articolo Bhagavad Gita Ia parte II cap.: la logica liberatrice ] Krishna controbatte i dubbi di Arjuna con la semplice logica, o, per l'esattezza, con le basi della corrente filosofica indiana denominata Sankhya, uno dei cinque sistemi, o darsana, indiani [cfr Lo yoga e le altre 5 darsana indiane ].
Nella seconda parte, presentata nel presente articolo, Krishna compie un ulteriore passo in avanti e inizia a controbattere i dubbi di Arjuna con i princìpi del suo Yoga, i princìpi che porteranno alla riunificazione con lo spirito assoluto, il Brahman, lo Yoga del superamento dell'azione o dell'azione che dir si voglia ed anche dello yoga devozionale.
Secondo il Nirukti, o il dizionario vedico, saṅkhyā significa ciò che descrive le cose in dettaglio, san khya ovvero contare, elaborare o descrivere analiticamente tutto. Lo yoga implica il controllo dei sensi. La propensione di Arjuna a non combattere era basata sulla gratificazione dei sensi. Dimenticando il suo primo dovere, voleva smettere di combattere, perché pensava che non uccidendo i suoi parenti e amici sarebbe stato più felice che godendo il regno, dopo aver sconfitto i suoi cugini e fratelli, i figli di Dirastira. In entrambe le situazioni, i suoi termini di paragone, i princìpi di base, erano caratterizzati dalla gratificazione dei sensi. La felicità derivata dalla conquista del regno, oppure la felicità derivata dal vedere i parenti vivi, sono entrambi termini basati sulla gratificazione personale dei sensi e sulla rinuncia di saggezza e dovere. Krishna, quindi, spiega ad Arjuna che uccidendo il corpo di suo nonno non avrebbe ucciso l'anima propriamente detta, e anche che tutte le singole persone, incluso lui stesso essere divino, sono individui eterni; erano individui nel passato, sono individui nel presente e continueranno a rimanere individui in futuro, perché tutti noi siamo anime individuali che vivranno per l'eternità. Il Signore Krishna ha esposto uno studio analitico sull'anima e sul corpo, spiegandosi in termini molto figurati, ma chiari. Questa conoscenza descrittiva dell'anima e del corpo, da diversi angoli di visione, è stata chiamata qui come Sākhya, la filosofia logica. Qualcuno, come Swami Prabhupada, mette in dubbio la correlazione tra questo termine con la scuola logica di cui si parlava all'inizio, ma il discorso è comunque molto chiaro e poco importa, secondo noi, l'accreditamento alla darsana sankhya oppure no.
opera di Enrico Casagrande
Incontro hindū racconta il dialogo tra India e Occidente a partire dagli anni Sessanta, quando yoga e meditazione conquistano una generazione in cerca di nuovi orizzonti di senso. Il libro risale poi alle radici storiche di questo processo, analizzando le figure di Swami Vivekananda che, tra fine Ottocento e inizio Novecento, propone una visione moderna dell’induismo, e di Paramahansa Yogananda, pioniere di una spiritualità centrata sull’esperienza interiore.
Questo fenomeno, noto come induismo globale, si sviluppa grazie all’opera di maestri itineranti, alla spinta delle comunità della diaspora e alla ricezione occidentale volta alla trasformazione individuale. L’indagine attraversa la diffusione dello yoga posturale, evolutosi in chiave identitaria durante il colonialismo fino a diventare fenomeno mondiale, per poi concentrarsi sui nuovi movimenti religiosi del periodo hippie: la Meditazione Trascendentale di Maharishi Mahesh Yogi, la ISKCON fondata da Bhaktivedanta Swami Prabhupada e la proposta di Osho — maestro di una spiritualità sincretica e provocatoria, in sintonia con la galassia New Age. Queste realtà hanno intercettato i bisogni di un pubblico fluido, non sempre strutturato in forme stabili di appartenenza.
Attraverso un’analisi critica, Incontro hindū mette infine in luce i processi di adattamento culturale e le complesse dinamiche identitarie, sociali e politiche dell’India contemporanea, mostrando come la spiritualità hindū, pur nella sua diffusione planetaria, resti profondamente intrecciata con le sfide che il Paese affronta oggi.
di Enrico Casagrande
introduzione di Maria Sabatini
E' con estremo interesse che pubblichiamo oggi l'articolo di Enrico Casagrande, divenuto ormai parte integrante della redazione di Yoga Magazine, sui metodi di formazione ed educazione inerenti allo yoga. Il tema è complesso e può essere affrontato da molti punti di vista. Un approccio potrebbe essere quello tradizionale indiano, basato sulla relazione pluriennale tra guru, maestro, e shishya, allievo, nonchè sul tramandarsi del sapere dall'uno all'altro sino al divenire a sua volta maestro da parte dell'allievo meritevole, o realizzato, secondo il cosiddetto parampara ovvero il lignaggio, la discendenza del sapere, il passaggio della tradizione. Chi ha frequentato gli ambienti indiani dello yoga, sa che questo metodo è molto lontano dal concetto di insegnamento codificato, come viene inteso in Occidente. Per questo motivo, quasi tutte le scuole di yoga Occidentali hanno strutturato una formazione più simile alla "nostra" metodologia e scaduta, purtroppo spesso, a livello di mero business tra certificazioni fantasiose, autoreferenziali, e docenti improvvisati. Non si vuole fare qualunquismo, esistono centri di assoluta eccellenza, persone che hanno dedicato la vita alla conoscenza dello yoga ed alla sua corretta trasmissione ai futuri insegnanti, è però sotto gli occhi di tutti come oggi sia preponderante la vendita del titolo di "insegnante di yoga", dopo corsi di un mese, oppure sette weekend, al costo di più di duemila euro, da parte di persone che non hanno la decennale esperienza, almeno di pratica, richiesta per un compito tanto difficile.
Il punto di vista di Enrico Casagrande è quello del pedagogista ed è quindi particolarmente interessante per andare alla ricerca di quali siano le doti e le conoscenze per l'insegnamento di yoga, oggi, qui in Occidente, secondo i nostri metodi.
introduzione di Maria Sabatini
E' con estremo interesse che pubblichiamo oggi l'articolo di Enrico Casagrande, divenuto ormai parte integrante della redazione di Yoga Magazine, sui metodi di formazione ed educazione inerenti allo yoga. Il tema è complesso e può essere affrontato da molti punti di vista. Un approccio potrebbe essere quello tradizionale indiano, basato sulla relazione pluriennale tra guru, maestro, e shishya, allievo, nonchè sul tramandarsi del sapere dall'uno all'altro sino al divenire a sua volta maestro da parte dell'allievo meritevole, o realizzato, secondo il cosiddetto parampara ovvero il lignaggio, la discendenza del sapere, il passaggio della tradizione. Chi ha frequentato gli ambienti indiani dello yoga, sa che questo metodo è molto lontano dal concetto di insegnamento codificato, come viene inteso in Occidente. Per questo motivo, quasi tutte le scuole di yoga Occidentali hanno strutturato una formazione più simile alla "nostra" metodologia e scaduta, purtroppo spesso, a livello di mero business tra certificazioni fantasiose, autoreferenziali, e docenti improvvisati. Non si vuole fare qualunquismo, esistono centri di assoluta eccellenza, persone che hanno dedicato la vita alla conoscenza dello yoga ed alla sua corretta trasmissione ai futuri insegnanti, è però sotto gli occhi di tutti come oggi sia preponderante la vendita del titolo di "insegnante di yoga", dopo corsi di un mese, oppure sette weekend, al costo di più di duemila euro, da parte di persone che non hanno la decennale esperienza, almeno di pratica, richiesta per un compito tanto difficile.
Il punto di vista di Enrico Casagrande è quello del pedagogista ed è quindi particolarmente interessante per andare alla ricerca di quali siano le doti e le conoscenze per l'insegnamento di yoga, oggi, qui in Occidente, secondo i nostri metodi.
di Elisa Levi Sabattini
Lo Yin Yoga è uno stile moderno di Yoga ideato da un esperto di arti marziali di nome Pauli Zink negli anni Settanta del secolo scorso negli Stati Uniti. Zink divide la pratica yoga in yin e yang, accostando il pensiero cinese di tradizione daoista, o taoista, allo yoga. È qualche anno più tardi che un allievo di Zink, Paul Grilley, separa la pratica yin dalla yang, così come concepite da Zink stesso, creando uno stile indipendente. Sarah Powers, un’allieva di Grilley, sviluppa poi ulteriormente la pratica accostandola allo studio dei meridiani cinesi. Oggigiorno, lo Yin Yoga è uno stile di yoga, così come molti altri stili differenti che troviamo sul mercato e che ci promettono di praticare gli asana, cioè le posizioni del fisico, per renderlo più flessibile e forte. La varietà può essere in questo caso una ricchezza perché permette a ognuno di noi di trovare il “suo” stile, a seconda del momento della vita. Utilizzando la visione proposta da Zink, potremmo dire che le pratiche che utilizziamo in Occidente e che vengono chiamate Vinyasa, Rocket, Power, eccetera, possono essere considerate pratiche Yang, associate a un certo tipo di energia, attiva e reattiva, o a una certa modalità di stare nel mondo. Stili più passivi, dove manteniamo le posizioni più a lungo, dai 3 ai 10 minuti a seconda del livello della pratica personale, sono considerate pratiche Yin, in riferimento all’energia o modalità di stare al mondo che si completa e completa lo Yang. A onor del vero, una pratica yoga ha in sé tutti questi principi che non sono concepiti come separati, ma come parte di un insieme, come una rete che forma un tutto, come momenti diversi di un’unica pratica. I nomi e le etichette utilizzati in Occidente rientrano in una visione sezionata dello yoga e adattata a stili di vita diversi. Con questa breve premessa in mente, vediamo quali sono i benefici dello Yin Yoga.
Con la pratica dello Yin Yoga, quando teniamo ogni posizione per circa 5 minuti, alleniamo il corpo alla flessibilità e nutriamo i tessuti connettivi, cioè quei tessuti che tengono insieme il nostro corpo e i suoi componenti. Notiamo immediatamente che i muscoli sono più tonici, e sulla lunga durata, lubrifica i legamenti e rilascia il tessuto fasciale del corpo. Mantenendo le posizioni a lungo, stando fermi, permettiamo al corpo di lasciare andare ogni tensione e di essere massaggiato dalla forza di gravità. Non è “restorative” o riabilitante, o per meglio dire, non è solo riabilitante. Sebbene lo Yin Yoga sia una pratica adatta sia a principianti sia a praticanti più avanzati, il fatto di tenere le posizioni per un periodo lungo necessita una conoscenza e una frequentazione pregressa degli asana.
Quando il corpo si ferma, la mente comincia a vagare, non è occupata a seguire rapidamente i movimenti del corpo come nelle pratiche considerate yang. Ci riconnettiamo con il corpo in modo consapevole. Per questa ragione una pratica di Yin Yoga è una perfetta alleata in preparazione alla meditazione. Stiamo nelle posizioni per ascoltare il corpo che ci parla e che spesso non ascoltiamo. Quando la mente comincia a vagare, ci offre l’opportunità di rimettere l’ego al suo posto, di non identificarci con i nostri pensieri, e di stare nel momento presente, esattamente dove siamo, perché è perfetto così. Se non permettiamo che questo avvenga, la pratica risulta difficile. Se invece lo permettiamo, impariamo a sentire il corpo e le emozioni, sentiamo la vita scorrere in noi. Yin Yoga è una pratica potente che attiva in modo profondo la consapevolezza di sé.
Nella tradizione cinese, yin e yang non sono due opposti, come solitamente vengono descritti, ma sono due forze complementari che formano un’unità, detto altrimenti, senza l’uno non abbiamo l’altro e con uno abbiamo l’altro. Possiamo comprendere l’importanza di praticare stili yang e yin. Con il primo stimoliamo il sistema nervoso simpatico, costruiamo e nutriamo i muscoli e rafforziamo il corpo. Con il secondo attiviamo il sistema nervoso parasimpatico, allunghiamo i tessuti, miglioriamo la flessibilità e la circolazione. L’idea di yin/yang è in qualche modo paragonabile ai concetti proposti nell’ayurveda e nello Yoga, seppure distanti nel tempo e nello spazio: Hatha significa sole (ha) e luna (tha) e può in un certo senso fare riferimento all’equilibrio delle energie attive, associate alla forza e all’azione, e passive, associate alla vulnerabilità e accoglienza. Quindi: yang/yin, ha/tha, sistema nervoso simpatico/sistema nervoso parasimpatico. Ecco che lo Yin Yoga, praticato con regolarità, può dare risultati complementari a una pratica più attiva. Paradossalmente, la pratica yin si vede necessaria proprio laddove perdiamo una pratica più autentica dello Yoga così come concepito dalle scritture antiche e dove lo Yoga è ridotto a un mero esercizio fisico.
Gli asana permettono per loro natura di rilasciare l’energia bloccata nel corpo e con la pratica di Yin Yoga questo avviene in modo dolce e consapevole. Il sistema nervoso parasimpatico fa parte, insieme al sistema nervoso simpatico, del sistema nervoso autonomo, responsabile della regolazione delle azioni inconsce dell’organismo, cioè quelle funzioni fisiologiche che non percepiamo e non controlliamo volontariamente. Il sistema nervoso parasimpatico funziona in modalità “risposo e digestione”. Durante la giornata, stimoliamo soprattutto il sistema nervoso simpatico che agisce nella modalità “combattimento o fuga”. In altre parole, il nostro organismo è costantemente pronto a scappare o a difendersi dalla “tigre”. Nella nostra quotidianità la tigre può essere il lavoro, il collega, le relazioni interpersonali, i pensieri, e molto altro ancora. Per il nostro cervello, a livello di stimolazione, non c’è molta differenza tra la tigre in carne e ossa e una tigre immaginata e camuffata da collega, lavoro, familiare o tutto ciò che mette in una situazione di pericolo. Il nostro organismo produce dunque adrenalina in eccesso che spesso non sa come eliminare perché non diamo al nostro corpo il tempo di “riposare e digerire”. E quando arriva il momento di riposare, non riusciamo a dormire perché continuiamo a pensare alla giornata passata o al giorno dopo, cioè al passato o al futuro, proiettando aspettative senza mai stare nel momento presente, unico “luogo” dove siamo veramente. Tutto questo crea continuo stress al punto da renderci quasi degli automi, costantemente altrove con i pensieri e quindi anche con il corpo. La pratica di Yin Yoga ci aiuta a regolare le funzioni del sistema parasimpatico e ci insegna a stare nel momento presente. Lo Yin Yoga è una pratica ottima da sola, ma può essere anche concepita in preparazione allo Yoga Nidra.
Sappiamo che Yoga significa “unione” in sanscrito. L’unione cui si riferisce è quella con il Dio, il divino, con il proprio Sé superiore, l’Universo, scegliete voi il nome. Unione quindi come completezza consapevole. Nidra significa “dormire”. Yoga Nidra è lo “Yoga del sonno”. Yoga Nidra utilizza la biologia del corpo per raggiungere un luogo di profondo silenzio dove impariamo a non identificarci più con i nostri pensieri, le nostre emozioni e gli eventi che viviamo. Così come per gli asana, anche per lo Yoga Nidra abbiamo differenti stili e tradizioni. Chi scrive pratica e insegna IAM (Integrative Amrit Method) e le è quindi possibile parlare di questa esperienza. In questa pratica utilizziamo una sequenza guidata di tecniche che usano la biologia del corpo per portarci senza sforzo a uno stato in cui le onde celebrali sono quelle di sonno profondo, ma noi siamo vigili. Tutto ciò avviene naturalmente perché il corpo sa come fare, e lo può fare se è rilassato. Nel momento in cui il corpo è rilassato, la mente si calma e noi possiamo fluire con la guida del Nidra. Ci troviamo quindi in quel silenzio, in quel vuoto tra l’“io” e i pensieri che ci visitano, dove la meditazione avviene naturalmente. Questo stato di completezza è a disposizione di tutti, sin dalla prima pratica di Yoga Nidra.
Secondo il Mandukya Upanishad, ci sono quattro stati dell’essere: veglia, sogno, sonno profondo e Turiya. Turiya è lo stato dell’Essere. Gli Yogi ritengono che lo stato di sonno profondo consapevole è la porta per entrare nello stato di Turiya. Turiya è Atman, è la cessazione dei fenomeni, dove non c’è più dualità perché è privo di conoscenza delle cose interiori e delle cose esteriori, è il silenzio al di là.
Lo Yogasutra di Patanjali 1.2. ci insegna: “Yoga (Unità-Unione) è la cessazione delle oscillazioni della mente.” Quando l’attività della mente si acquieta, non ci identifichiamo più con i nostri pensieri e possiamo raggiungere quello stato di quiete e silenzio che è al di là della mente e riconnetterci con il nostro Sé superiore. Questo è possibile con la pratica di Yoga Nidra, attraverso la pratica del non-agire. Non agendo tutto diviene possibile.
Secondo lo Yoga, questo è lo scopo dell’umanità. I primi tre stati, veglia-sogno-sonno profondo, sono in comune con gli altri animali, il quarto, o Turiya, è dell’Uomo. Questo è il luogo che raggiungiamo anche durante la pratica di Yoga Nidra. Un luogo non solo di liberazione, ma di maestria della vita. Comprendiamo che non siamo i nostri pensieri, che non siamo le esperienze che viviamo, che non siamo nemmeno il contenitore dove ciò avviene. Siamo la Coscienza che permette tutto questo e che fa esperienza di tutto questo. Il distacco da ciò che non ci serve più è naturale e il cambiamento avviene attraverso la non-azione o il non-fare, che ricorda il wuwei della tradizione cinese. Meno fai, meno cerchi di controllare o manipolare la realtà, più entri in uno stato di Presenza e tutto avviene e fluisce naturalmente. In Yoga Nidra non dobbiamo cercare di rilassarci o di non fare, perché il “cercare” è di per sé un’azione. Non si tratta di fare di più, ma di fare meno, o meglio, di non fare. Kamini Desai, figura autorevole nel mondo dello Yoga e dello Yoga Nidra, utilizza un esempio molto calzante: è come galleggiare. Galleggiare non è qualcosa che facciamo, ma qualcosa che ci accade. Io aggiungerei che è la stessa cosa per il respiro, noi siamo “respirati”.
Secondo gli Yogi la fonte di ogni sofferenza è riconducibile all’aver dimenticato chi siamo. Ci identifichiamo con i nostri ruoli, i nostri pensieri, i nostri desideri e sogni, con i nostri limiti e ricordi di esperienze passate. Grazie alla pratica di Yoga Nidra, cominciamo a ricordare e a fare esperienza di chi siamo, potendoci così vivere nella quotidianità, cambiando la nostra visione del mondo e accogliendo noi stessi e gli altri per ciò che siamo. Per fare questo però dobbiamo fare esperienza di essere questo spazio. Ciò è possibile grazie a Yoga Nidra.
Non usiamo il corpo per stare in una posizione, ma usiamo la posizione per stare nel corpo.
di Enrico Casagrande
Il termine bhakti deriva dalla radice sanscrita bhaj (partecipare) e viene tradotto con "devozione" o "amore" verso qualcosa di non delimitabile in un essere immediatamente percepibile e pertanto un amore incondizionato di natura spirituale.
Più precisamente si tratta di un’espressione di bhavana, ovverosia quella condizione per mezzo della quale il cuore (le emozioni) del devoto si predispone ad una relazione di tipo squisitamente mistico con la coscienza cosmica. Una nuova filosofia spirituale che viene introdotta con la Bhagavad Gita annuncia la possibilità concessa alla natura umana di esperimentare il divino in una dimensione pre-rappresentativa attraverso un’esperienza di tipo emozionale, tale approccio è, per l’appunto, quello del bhakti yoga.
Il presente articolo si propone di fornire al lettore un inquadramento metodologico e storico per cogliere il nascere e le ragioni del diffondersi dello yoga devozionale attraverso i secoli fino a riuscire a trovare spazio anche nell’Occidente del XX secolo.
di Enrico Casagrande
L’ADHD (attention – deficit/hyperactivity disorder) è un disturbo neurobiologico che presenta definite sintomatologie capaci di influenzare negativamente la qualità della vita sia in età evolutiva che in età adulta. La persona con ADHD vede compromessi i propri contesti di vita principali come la scuola in età evolutiva, la famiglia ed il contesto lavorativo. Questa degenerazione avviene se i sintomi del disturbo non sono adeguatamente fronteggiati attraverso un modello multimodale, che integri terapia farmacologica, psicoterapia ed utilizzo di strategie educative centrate sia sulla persona che sui contesti. La ricerca ha messo in rilievo, negli ultimi tempi, come la pratica dello yoga possa essere a sua volta un importante strumento nella gestione dell’ADHD. E' quindi verosimile che nel prossimo futuro l’education policy internazionale possa riflettere se contemplare lo yoga in prospettiva di supporto ai contesti scolastico – familiari, in prospettiva anche di una formazione ad un apparato di strumenti applicabili nel futuro lavorativo della persona. Non da sottovalutare infine il valore del possesso di una simile competenza come ausilio all’insegnante che si possa trovare, indipendentemente da una propria condizione clinica, a favorire i processi formativi tramite competenze nell’autoregolazione della propria dimensione affettiva.
Introduzione di Maria Sabatini
Testo di Concetta Titti Coretti
Le mudra sono un argomento molto dibattuto e con numerose pubblicazioni a riguardo. Molti di questi testi peccano però di una certa approssimazione e della mancanza di un confronto sistematico con le fonti antiche. Il tantrismo e le correnti successive, sia in ambiente buddista che induista, si sono occupate infatti in dettaglio di queste tecniche di gestione dell’energia. L’articolo di Concetta Titti Coretti inizia con un utile riferimento ai shastra ovvero “le regole”, “i manuali”, “i trattati”, “i precetti”, “gli insegnamenti”, della tradizione dello yoga poiché è solo partendo dalle origini che può nascere un discorso di reale approfondimento. Vi troverete una panoramica di alcune hasta mudra così come proposte da Gertrud Hirschi nel suo Mudra, Lo yoga delle mani i benefici delle antiche tecniche indiane. La Hirschi, mettendo in relazione le mudra con la terapia di taluni disagi fisici e mentali, arriva a conclusioni molto personali che non ci sentiamo di smentire o condividere. Il suggerimento che qui vorremmo dare è di sperimentare i differenti sigilli e osservare i loro effetti sui cinque corpi progressivi della tradizione ayurvedica, così come descritti nel testo classico della Taittiriya Upanishad: annamaya kosha, il corpo fisico, pranamaya kosha, il corpo energetico, manomaya kosha, il corpo mentale, vijñānamaya kosha, il corpo dell’intelletto profondo, e anandamaya kosha, il corpo della beatitudine. L’autrice dell’articolo continua lo studio introducendo una riflessione sulle applicazioni delle mudra, grazie al lavoro di Kuldeep Singh e altri, lavoro le cui conclusioni sono ancora una volta una visione molto personale dell'autore.








