di Marco Sebastiani
LLa Haṭhayogapradīpikā, la cui traduzione letterale è "La lanterna dello Haṭhayoga", fu composta attorno al quinto secolo dopo Cristo da uno yogi, ossia un praticante, di nome Svātmārāma. Di questo autore non conosciamo dettagli biografici certi, ma il suo stesso nome esprime una condizione interiore precisa, significando "colui che trova diletto e appagamento nel proprio spirito individuale". Il titolo dell'opera unisce la parola haṭha, che indica lo sforzo intenso o l'azione di forza, con la parola yoga, la disciplina dell'integrazione interiore, e con la parola pradīpikā, la fiaccola o la lanterna che fa luce. Il significato complessivo è dunque quello di una guida pratica capace di illuminare la via dello Haṭhayoga.
Per lungo tempo la tradizione ha interpretato la parola haṭha dividendola nelle due sillabe simboliche ha, il Sole legato all'energia calda e maschile, e ṭha, la Luna legata all'energia fresca e mentale. In questa rilettura esoterica lo Haṭhayoga rappresenterebbe l'unione del Sole e della Luna all'interno del corpo. Tuttavia, le indagini filologiche condotte da studiosi come Jason Birch e James Mallinson hanno dimostrato che nei testi più antichi la parola haṭha significava semplicemente "forza" o "metodo drastico". Questo termine serviva a distinguere una disciplina basata su un'azione fisica e diretta sul corpo da altre vie puramente meditative o con più spiccate caratteristiche etiche e morali. La spiegazione del Sole e della Luna, per quanto suggestiva, è una rilettura simbolica emersa soltanto in un secondo momento. A differenza di quanto si riteneva in passato, la Haṭhayogapradīpikā non è un'opera originale scaturita da un'unica rivelazione, ma il frutto di un'accurata antologizzazione: Svātmārāma ha raccolto e riordinato centinaia di versi provenienti da testi precedenti, creando un manuale sintetico per i praticanti della sua epoca.
Il contesto tantrico e la visione del corpo
L'opera si inserisce nel solco della letteratura medievale dello Haṭhayoga assieme alla Gheraṇḍasaṃhitā, ossia la raccolta del saggio Gheraṇḍa, e alla Śivasaṃhitā, la raccolta del dio Śiva. Tutte queste opere sono intimamente legate al Tantra, una vasta corrente spirituale e filosofica sviluppatasi nell'India centro-settentrionale a partire dal sesto secolo dopo Cristo. Rispetto allo yoga classico di Patañjali, che proponeva una visione in cui lo Spirito, il Puruṣa, doveva separarsi dalla materia, il Tantra introduce una prospettiva più spinta sulla via del non-dualismo. Per i tāntrika, ossia i praticanti del Tantra, la materia e il corpo non sono gabbie da cui fuggire oppure strumenti per aiutare il praticante ad entrare in contatto con lo spirito,, ma manifestazioni dell'energia divina stessa. Il corpo umano viene considerato un piṇḍa, cioè un microcosmo che riflette in piccolo l'intero universo. La liberazione spirituale, definita mokṣa, non si ottiene abbandonando la carne, ma trasformandola in uno strumento perfetto attraverso tecniche fisiche, controllo del respiro e concentrazione energetica.
La setta dei monaci Nath
La Nātha-Sampradāya, termine sanscrito che indica la "tradizione di trasmissione ininterrotta dei maestri Nātha", rappresenta uno dei movimenti ascetici e religiosi più influenti dell'India medievale, sviluppatosi tra il nono e il tredicesimo secolo dopo Cristo. Per comprendere la natura di questa scuola, è necessario chiarire il significato dei due termini che la definiscono. La parola nātha significa letteralmente "signore", "maestro" o "protettore", ed è un titolo attribuito sia a Śiva nella sua forma di divinità suprema, sia ai grandi maestri storici e mitologici della linea. La parola sādhu deriva invece dalla radice sanscrita sādh, che significa "andare dritti al meta" o "realizzare", e definisce l'asceta che ha rinunciato alla vita ordinaria per dedicarsi interamente alla sādhana, ossia la disciplina di realizzazione interiore.
La nascita della tradizione Nātha segna uno snodo nella storia delle religioni dell'India, poiché rappresenta il vero alveo all'interno del quale ha preso forma lo Haṭhayoga, la disciplina basata sulla padronanza del corpo e del respiro. Prima dell'avvento dei Nātha, la ricerca spirituale indiana era fortemente divisa tra la speculazione filosofica dei sacerdoti brahmanici, dediti allo studio dei Veda, e l'ascesi estrema di alcune correnti eterodosse. I maestri Nātha hanno saputo fondere queste diverse anime in un sistema organico, come hanno fatto altre scuole di yoga, ma il loro successo è forse dovuto al metodo: essi trasformano il corpo umano in uno strumento primario di liberazione spirituale.
Gli studi di Alexis Sanderson e David Gordon White hanno dimostrato che l'ordine dei Nātha è nato come un vero e proprio sincretismo, ossia una sintesi tra differenti correnti spirituali che popolavano l'India medievale. Da un lato vi era il Tantrismo Śivaita, in particolare la corrente del Kaulajñāna, la conoscenza del clan Kaula, orientata al culto delle energie divine e al superamento dei tabù rituali; dall'altro lato vi era il Buddismo Vajrayāna, il Veicolo del Fulmine, diffuso nel nord dell'India e in Nepal, fondato su complessi rituali interni e sulla figura dei Mahāsiddha, i grandi maestri perfezionati detentori di poteri sovrumani definiti siddhi.
La struttura filosofica che unisce i sādhu della tradizione Nātha poggia su un assioma fondamentale espresso nella formula sanscrita Yat piṇḍe tat brahmāṇḍe, che significa "ciò che si trova nel corpo piccolo, il microcosmo, si trova anche nell'universo grande, il macrocosmo".
Per i sādhu Nātha il corpo, definito piṇḍa, è la sede stessa del divino. La materia corporea non è un ostacolo, ma il reagente primario di un'alchimia spirituale. La loro disciplina, chiamata kāya-sādhana, ossia la pratica centrata sul corpo, non mira all'abbandono della carne, ma alla sua completa trasmutazione attraverso il fuoco dello yoga. L'obiettivo finale del sādhu Nātha è il raggiungimento della jīvanmukti, termine composto da jīva, la vita individuale, e mukti, la liberazione, che indica la condizione di chi ha conquistato la libertà spirituale rimanendo in vita nel proprio corpo fisico. Attraverso la pulizia dei canali energetici invisibili detti nāḍī, il controllo del respiro e il risveglio di Kuṇḍalinī, l'energia spirituale profonda, l'asceta mira a trasformare il proprio corpo ordinario in un siddha-deha, un "corpo perfezionato" o divino, immune dalle malattie, dal decadimento e dal tempo.
Dal punto di vista sociologico, l'ordine dei Nātha ha rappresentato una forza fortemente democratica ed eversiva nell'India medievale. La tradizione ha infatti sistematicamente rifiutato la rigidità del varṇāśramadharma, l'ordine sociale brahmanico basato sulla suddivisione rigida in caste e sulla purezza di nascita. Tra i sādhu Nātha venivano accolti individui provenienti da qualsiasi ceto sociale, inclusi i membri delle caste più umili, asceti itineranti, artigiani e persino praticanti di fede musulmana, come testimonia la ricca letteratura vernacola dei santoni dell'India settentrionale. All'interno dell'ordine si distinguono principalmente due grandi categorie di membri: i sādhu rinuncianti, che hanno abbracciato il celibato e la vita ascetica, e i gṛhastha nāth, ossia i capifamiglia che praticano la via pur mantenendo una vita laica e un mestiere nel mondo. Ma alle volte queste due figure si confondono. Tra gli asceti celibi, il ramo iconograficamente e storicamente più celebre è quello dei Kānphaṭā, una parola di origine hindi composta da kān, che significa orecchio, e phaṭā, che significa spaccato o forato. I sādhu Kānphaṭā, detti anche Darśanī, durante il rito di iniziazione finale subiscono il taglio rituale della cartilagine centrale delle orecchie per poter inserire pesanti anelli chiamati kuṇḍala, realizzati in corno di rinoceronte, agata, metallo o vetro. Questo gesto, apparentemente cruento, non risponde a un mero abbellimento esteriore, ma si fonda su una precisa teoria anatomica sottile: l'incisione serve a stimolare un punto energetico collegato a una nāḍī specifica, favorendo il controllo della respirazione, la stabilizzazione della mente e la conservazione del fluido vitale.
Nel corso dei secoli, questa vasta rete di asceti itineranti dai capelli lunghi e intrecciati nei tipici dreadlocks, le membra cosparse di cenere sacra e le orecchie forate ha dato vita a una solida struttura organizzativa. I sādhu Nātha hanno fondato importanti maṭha, ossia monasteri ed eremi sotterranei, diffusi in tutto il subcontinente indiano, tra cui spicca il celebre Gorakhnath Math a Gorakhpur, nell'Uttar Pradesh, divenuto nel tempo un centro di enorme potere spirituale, sociale e politico.
Il mitico yogi Svātmārāma compone la Haṭhayogapradīpikā nel quindicesimo secolo dopo Cristo, non fa altro che raccogliere e sistematizzare l'immenso patrimonio di tecniche sperimentate sul campo da generazioni di sādhu Nātha.
Vale infine la pena ricordare che Roma ospita un tempio shivaita, il Kali mandir, che è stato fondato da un sadhu Nath, Krishnanath, al secolo Alessandro Pace, che ha vissuto e praticato lungamente in India per poi tornare nella sua città natale, che ha lasciato il suo corpo fisico nel 2025, ma che molti romani ricorderanno sempre con affetto come Sandro Baba.
L’Hatha Yoga e il Raja Yoga di Patanjali
Essendo stato composto quasi mille anni dopo la redazione degli Yoga Sutra di Patanjali, ci aspetteremo dalla Hatha Yoga Pradipika una raffinatezza filosofica ancora più alta e una forma di yoga più evoluta. Nulla di tutto questo. L'opera di Svātmārāma ha tratti grossolani se paragonata alla perfezione dei sutra di Patanjali, ma non per questo è meno interessante o utile ai praticanti. Queste due opere sono in realtà profondamente differenti. Gli Yoga Sutra sono un trattato filosofico di alto profilo, nel quale non si scende in dettaglio riguardo gli esercizi che concernono la pratica, ma si analizzano i princìpi, gli scopi, i grandi perché. Al contrario L'Hatha Yoga Pradipika è un manuale della pratica, un testo empirico ed operativo che fornisce indicazioni su come svolgere le diverse tipologie di esercizi.
Uno degli equivoci più diffusi nello yoga contemporaneo è la separazione tra uno Haṭhayoga puramente fisico e un Rājayoga, lo yoga regale della meditazione, considerato una via spirituale autonoma. Svātmārāma smentisce questa visione fin dal primo verso della sua opera, definendo la haṭhavidyā, la scienza dello Haṭha, come una adhirohiṇī, ossia una semplice scala costruita per far salire il praticante verso il Rājayoga. Lo Haṭhayoga non è quindi un fine in se stesso, ma una preparazione fisiologica indispensabile. Fermare i pensieri agitati agendo solo sulla mente è un'impresa ardua; diventa invece molto più semplice agire sul respiro e sul corpo. Quando il respiro si calma e il corpo diventa stabile, la mente si acquieta di riflesso, creando le condizioni naturali per la meditazione profonda. I cambiamenti che prendono luogo attraverso l'hatha yoga riguardano però innegabilmente il corpo, la mente e anche lo spirito. Tukaram Tatya nel suo commento del 1972 afferma che Svatmarama sia riuscito nel difficile compito di agganciare Hatha Yoga e Raja Yoga, creando un percorso mistico sulla via dello yoga. Ma vediamo che le opinioni sono tutt'altro che concordi. In merito Philippe Ajiita aggiunge ad esempio una propria visione: "il Raja Yoga è la formazione Yoga classica, vecchia di migliaia di anni, di cui l'Hatha Yoga è la base; prima è necessario allineare il proprio essere con l'Hatha, e poi puoi svilupparlo ulteriormente con il Raja Yoga; il Raja Yoga comprende tutti i tipi di Yoga." (Philippe Ajiita Barbier, HYP, 2003).
Se l’opera di Patanjali ci era sembrata un’opera dedicata ai maestri di yoga che descrive ciò che è dietro la pratica, i princìpi e gli obiettivi, l’opera di Svatmarama sembra dedicata ai praticanti di yoga per guidarli negli esercizi, ma non solo. Non dimentichiamoci che lo stile dell’opera è tipicamente di tipo esoterico e ricco quindi di metafore, analogie e significati nascosti. In buona sostanza, sarebbe veramente difficile praticare yoga conoscendo solamente questo testo e non avendo un maestro.
I quattro libri
Il testo è suddiviso in quattro capitoli chiamati upadeśa, termine che indica l'istruzione trasmessa direttamente da un maestro. Il primo capitolo è dedicato alle āsana, le posizioni del corpo. Dopo aver invocato Śiva con il nome di Ādinātha, il Signore Primordiale, e dopo aver elencato la catena dei maestri tradizionali, Svātmārāma descrive l'ambiente ideale per la pratica, l'alimentazione corretta e moderata, definita mitāhāra, e le principali posture per la meditazione. Il secondo capitolo tratta del prāṇāyāma, il controllo dell'energia vitale attraverso il respiro, inserendo anche le ṣaṭkarma, le sei azioni di pulizia interna del corpo, e le differenti tecniche di ritenzione del respiro chiamate kumbhaka, utili per purificare i canali energetici invisibili detti nāḍī. Il terzo capitolo espone la dimensione più esoterica, incentrata sul risveglio di Kuṇḍalinī, l'energia spirituale profonda raffigurata come un serpente addormentato alla base della colonna vertebrale, che viene fatta risalire verso l'alto mediante i mudrā, i sigilli energetici, e i bandha, le chiusure muscolari. Il quarto e ultimo capitolo descrive lo stato di samādhi, l'assorbimento meditativo finale, l’unione con lo spirito assoluto. Per raggiungere questo silenzio interiore, l'autore propone il nādānusandhāna, ossia l'ascolto concentrato del suono interiore invisibile detto nāda.
Alcuni dei maestri che ripercorsero i testi classici dello yoga fino ai tempi moderni, tra i quali T.Krishnamacharya, misero in guardia sul fatto che alcune delle pratiche descritte potessero essere potenzialmente dannose, altre inutili e che debbano essere analizzate alla luce di altri testi precedenti e successivi. Nella nostra pubblicazione oscilleremo tra questo approccio molto pratico e di interesse all'opera per la moderna pratica di yoga e un approccio storico. L’ interesse per questo volume è infatti anche dovuto all’apprezzamento come testimonianza dei suoi tempi e per il valore filologico.
I concetti chiave per la pratica
Il testo ha l'innegabile pregio di definire l'Hatha Yoga come strumento per raggiungere lo stato di Yoga, il suo scopo, ovvero uno stato fisico e mentale di calma, chiarezza, stabilità, e luminosità. Nell'Hatha Yoga questa esperienza è basata sulla consapevolezza interiore del corpo, sulla meditazione intorno alla consapevolezza più profonda e alle sensazioni più sottili del corpo e alla connessione tra mente, corpo e spirito come base per la trasformazione della propria persona.
Nel corso della trattazione, Svātmārāma affianca due modelli teorici differenti per spiegare come lo yoga conduca all'immortalità spirituale. Il primo modello è incentrato sulla conservazione del bindu, il fluido vitale situato nel capo, che le posizioni capovolte impediscono di far scendere verso il basso per evitare la decadenza fisica. Il secondo modello è legato al risveglio di Kuṇḍalinī, la quale risalendo lungo la colonna fa scendere dalla sommità del capo l'amṛta, il nettare dell'immortalità che inonda e purifica il corpo. L'autore non cerca di armonizzare logicamente queste due visioni, ma le presenta insieme, dimostrando il carattere fortemente pratico dello Haṭhayoga, in cui l'esperienza vissuta conta più della coerenza teorica. Come ricordava il maestro contemporaneo Krishnamacharya, la pratica fisica non nasce come un esercizio estetico, ma come la base necessaria per conquistare la stabilità interiore. La Haṭhayogapradīpikā ci offre così la chiave operativa che integra la mappa teorica di Patañjali, ricordandoci che la mente è indissolubilmente legata al corpo e al respiro che abitiamo ogni giorno.
Modernità dell’opera
T.Krishnamacharya affermava che le fondamenta dell'Hatha Yoga sono le asana, per raggiungere la stabilità fisica, emotiva ed interiore per affrontare la meditazione e che la meditazione potesse essere raggiunta anche durante la pratica delle asana stesse. Secondo il suo parere, gli elementi costitutivi di questa teoria si rendevano evidenti già negli Yoga Sutra, per poi delinearsi nelle opere successive ed in particolare nell'Hatha Yoga Pradipika. Sappiamo come questa non sia che una delle moderne scuole di pensiero e di yoga, seppure molto importante per la forma che ha assunto oggi questa arte nel mondo, ma la contrapposizione tra yoga meditativo, yoga ascetico e yoga fisico, o "posturale", ha francamente un po' stancato, sembra figlia di una polemica accademica e poco utile ai moderni praticanti di yoga. La domanda che continuiamo a porci è: l'Hatha Yoga Pradipika può essere interessante per il moderno praticante di yoga? può aggiungere sfumature, profondità alla nostra pratica quotidiana? può aiutarci a comprendere meglio il percorso? Altre questioni non ci interessano. Ecco, proprio la ricerca e il desiderio di trasformazione è quello che accomuna tutti i percorsi dello yoga, di cui l'Hatha Yoga è una declinazione particolare con punti di contatto e elementi precipui rispetto gli altri.
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