di Marco Sebastiani
Lo Yakṣa-praśna ("Le domande dello Yakṣa") è un celebre dialogo filosofico racchiuso nel Vana Parva (il Libro della Foresta), la terza sezione del grande poema epico indù Mahābhārata. Si tratta di un serrato confronto incentrato sulla saggezza, la rettitudine (dharma) e la metafisica tra il re Yudhiṣṭhira, in esilio, e uno Yakṣa (uno spirito della natura sotto forma di gru), che si rivelerà poi essere suo padre, il Signore Yama (il dio della giustizia e della morte), sotto mentite spoglie.
Il racconto costituisce una pietra angolare del pensiero indiano ed hindu, nel discorso vengono enumerti i caposaldi della morale indiana, giunta fino ai giorni nostri.
La vicenda è piuttosto semplice. Durante il loro esilio nella foresta, i cinque fratelli Pāṇḍava si ritrovarono esausti e tormentati da una sete terribile. Alla ricerca di acqua, i quattro fratelli minori (Sahadeva, Nakula, Arjuna e Bhīma) trovarono uno splendido lago cristallino. Una voce tonante dal cielo li avvertì di non bere prima di aver risposto alle sue domande, ma loro la ignorarono, bevvero l'acqua e caddero a terra morti uno dopo l'altro.
Quando Yudhiṣṭhira arrivò al lago e vide i fratelli esanimi, capì il pericolo. Prima di bere, accettò di sottoporsi alla prova dello Yakṣa, che gli pose oltre cento quesiti spirituali e morali.
Esistono diverse versioni di questo dialogo, più o meno lunghe e dettagliate. Il più celebre in India contiene 33 domande e altrettante risposte, ma altri manoscritti arrivano a più di cento.
Alcune di queste domande sono celebri e sono entrate nell'immaginario di tutto l'oriente, ad esempio:
Che cos'è che fa sorgere il Sole?
Il Brahman (lo Spirito Universale)
Qual è la malattia incurabile dell'uomo?
L'avidità
Qual è la meraviglia più grande del mondo?
Ogni giorno innumerevoli esseri muoiono eppure coloro che restano vivono come se dovessero essere immortali.
Qual è la via da seguire?
Le sacre scritture si contraddicono, la vera via è quella che è già stata percorsa dalle persone nobili e illuminate.
Questo è solo un assaggio di questo testo estremamente affascinante e analizzabile sotto profili differenti, ad un livello di dettaglio filosofico e storico oppure dottrinale induista. Cercheremo qui di offrire una panoramica ampia, ma senza entrare nell'esegesi della critica storico-filosofica, seppure molto ampia e interessante.
La conversazione didattica tra la gru e Yudhishthira
La famosa conversazione tra il celestiale Yaksha (un essere ultraterreno) e il mortale Yudhishthira, noto anche come Dharma Raja, il maggiore dei Pandava, è stata catturata sotto forma di Yaksha Prashnas (o domande) nell'Aranya Parvam o Vana Parvam del Mahabharatham.
La conversazione, catturata nel formato di domanda e risposta (chiamato Samvada) dal saggio Veda Vyasa, che secondo il mito scrisse l'opera. Il racconto segna una svolta importante nell'esilio dei Pandava nelle foreste. Sebbene il samvada in sé abbia poco a che fare con la rivalità tra i cugini, Pandava e Kaurava, o con il racconto del Mahabharatham, le trame e le sottotrame furono introdotte per fornire un messaggio chiaro: il messaggio del dharma. Per questo il testo viene universalmente considerato come le basi del pensiero hindu.
In sanscrito, la parola Dharma deriva dal verbo dhru, che significa "sostenere" o "mantenere". Pertanto, potremmo interpretare il significato di dharma come "sostenere o mantenere il mondo e i suoi esseri" e quindi come "le leggi del mondo". Il samvada è didattico e deliberatamente introdotto per sottolineare l'importanza del dharma o dei doveri, che rimangono senza tempo e senza età, rilevanti nel pensiero hindu fino ad oggi.
Nell'antica India, l'apprendimento veniva impartito frequentemente attraverso domande e risposte, o attraverso un dialogo. I dialoghi erano progettati per far emergere un punto e dimostrare la verità. Ad esempio, il genere Tarka oppure quello Nyaya, entrambi radicati nella logica, consistevano in punti e contro-punti, in cui il proponente di una verità veniva contraddetto dagli oppositori. Gli oppositori, facendo gli avvocati del diavolo, inducevano il proponente della verità (o un assioma o una proposizione o una filosofia), a difendersi con ulteriori prove. Le prove, a loro volta, venivano messe in discussione da altri oppositori, per essere poi nuovamente difese dal proponente. Alla fine, se dimostrata, la verità veniva stabilita e accettata da tutti gli oppositori che vi avevano riflettuto. Tali verità o assiomi, simili alla moderna verifica delle ipotesi, stabilirono una forte tradizione di ricerca filosofica nell'antica India molto prima di Aristotele e Platone.
Il dharma dipende dal varna o casta di una persona. Varnashrama è infatti una divisione delle responsabilità sociali tra diversi gruppi di individui, basata sulle loro capacità fisiche e mentali e sulle loro attitudini, e non un diritto di nascita. Questo punto è chiaramente illustrato negli Yaksha Prashnas, dove lo Yaksha guida la conversazione per trasmettere il messaggio. Il rispondente, Dharma Raja, un'incarnazione del Dharma stesso, fornisce risposte appropriate allo Yaksha.
Vengono elaborate le virtù della verità, l'importanza dei doveri verso i genitori, la definizione della vera non-violenza e i pericoli causati dai cinque indriya (occhi, orecchie, naso, lingua e pelle); e i sei arishadvarga (Kama, Krodha, Lobha, Moha, Mada e Matsarya). La conversazione riassume il primato della giustizia, dell'equità e della correttezza, e soprattutto, dell'indriyanigraha o autocontrollo.
La moltitudine di trame e sottotrame nel Mahabharatham fornisce un ricco patrimonio sociale, a cui la cultura indiana deve la sua esistenza.
L'incontro dei Pandava con il Dharma
L'incontro dei Pandava con lo Yaksha avviene dopo che i primi completano dodici anni del loro esilio nella foresta. Il loro esilio è costellato di numerose sfide, inclusi incontri con i rakshasa, spiriti o esseri feroci umanoidi mutaforma, originari della mitologia induista e successivamente integrati nel buddismo. Tuttavia, questi incontri hanno sempre una ricaduta positiva. come ad esempio quando i Pandava vengono benedetti da Kirata o un abitante della foresta incarnazione del Signore Shiva stesso, che dona ad Arjuna l'ambita arma Pasupathastra, oppure da Hanuman, che accetta di adornare la bandiera di Arjuna, durante la guerra imminente. Inoltre, gli eventi che si svolgono durante l'esilio di dodici anni preparano i Pandava per l'imminente esilio e l'eventuale guerra. Durante tutto il loro esilio, sembra che i Pandava siano certi che Duryodhana non cederà sulla disputa relativa al loro regno, rendendo la guerra inevitabile.
ll Vana Parva, noto anche come il "Libro della Foresta" (o Aranya Parva),
rappresenta uno dei capitoli più estesi e affascinanti del celebre
poema epico indiano Mahābhārata. Terzo dei diciotto libri che compongono
l'opera, esso narra le dure vicende dei cinque fratelli Pandava e della
loro sposa Draupadi durante i dodici anni di esilio nella foresta, una
punizione scaturita dalla disastrosa sconfitta nel truccato gioco dei
dadi contro i cugini Kaurava. Tuttavia, questo lungo periodo di
lontananza dal regno non viene dipinto solo come un momento di
privazione materiale, ma si trasforma in un profondo viaggio di crescita
spirituale e morale. Il Vana Parva è infatti celebre per la sua
straordinaria ricchezza di insegnamenti filosofici, incontri con saggi
asceti e, soprattutto, per i numerosi miti e racconti (gli upakhyana)
incastonati al suo interno, come le famose storie d'amore e devozione di
Nala e Damayanti o di Savitri e Satyavan. Attraverso queste narrazioni
secondarie, il libro esplora in profondità temi universali come il
dharma (il dovere e la giustizia), l'inevitabilità del karma e la
resilienza umana di fronte alle avversità, forgiando lo spirito dei
protagonisti e preparandoli all'imminente e devastante guerra di
Kurukshetra.
L'Aranya Parvam, il libro dedicato all'esilio nella foresta dei Pandava, include estratti dal Bhagavata Purana e persino una versione concisa del Ramayana. Notevoli tra queste storie sono una versione concisa della saga di Bhageeratha, che portò il fiume Gange sulla terra attraverso la sua penitenza per Siva; il racconto di Rishya Shrunga; e la storia e l'emergenza di Parasu Rama. Inoltre, ci sono riferimenti ad alcuni al Dasavathara, la prime 10 incarnazioni di Visnu, tra cui quello di Varaha, in cui il Signore Vishnu appare sotto forma di Varaha o cinghiale, per salvare la terra dal diluvio causato dalle inondazioni; e Vamana, in cui Vishnu appare sotto forma di nano, solo per porre fine al regno dell'Asura, Bali. Troviamo così una continuità tra i racconti narrati attraverso il Kritha Yuga, l'età dell'oro, il Treta Yuga, la successiva età dell'argento, e il Dwapara Yuga, la terza era, quella degli uomini moderni, sottolineando quanto fosse forte ed omogenea la tradizione orale nell'antica India. La ricca tradizione orale assicurava che i poemi venissero raccontati e ribaditi, senza perdere la loro continuità, garantendo che rimanessero nella memoria collettiva e sottolineandone le caratteristiche comuni.
Inoltre, l'Aranya Parvam consiste nella storia del re Yayathi, del re Nala e di sua moglie Damayanthi, e così via, solo per citarne alcune. Un filo conduttore che collega questi racconti è la perdita del regno da parte dei re e il tempo trascorso in esilio. I racconti sono una rivelazione per Dharma Raja, che si chiede perché soffrano in esilio nonostante siano pii e nel giusto. Le narrazioni forniscono un sollievo a Dharma Raja, che comprende come non sia impossibile riconquistare il regno, che è legittimamente loro.
Il tempo trascorso in esilio dai Pandava aiuta l'autoriflessione di Dharma Raja, in cui il grande principe capisce come le difficoltà assedino anche i grandi e i potenti, nonostante la loro rigorosa adesione al dharma.
L'intero Parvam è punteggiato di conversazioni illuminanti tra i Pandava e Krishna; Draupadi e Satya Bhama; Pandava e Narada, per nominarne alcuni. Oltre a questi argomenti le narrazioni ci aiutano a comprendere il dharma di una pativrata, o una donna devota al proprio marito. I Pandava trascorrono buona parte del loro esilio visitando luoghi sacri di culto, chiamati Teertha Yatra.
L'Aranya Parvam culmina nella conversazione tra Dharma Raja/Yudhishthira e Yaksha, un trattato vero sul dhrama.
L'Ascesi dei Pandava: Da Sovrani a Eremiti
L'esilio nella foresta raccontato nel Vana Parva non è semplicemente un confino o una prigionia all'aperto, ma un vero e proprio percorso di ascesi (tapasya) e purificazione. I Pandava, un tempo potenti sovrani circondati dal lusso, si spogliano dei loro privilegi per abbracciare la dura vita degli asceti silvani (vanaprastha). Questo periodo non è vissuto con passiva rassegnazione, ma diventa un crogiolo in cui il loro carattere, la loro fede e le loro abilità vengono testati e forgiati.
I tratti salienti della loro esperienza ascetica si sviluppano in queste tappe:
La rinuncia materiale: I fratelli e Draupadi abbandonano le ricche vesti per indossare abiti di corteccia e pelli di cervo. La loro sopravvivenza è strettamente legata ai ritmi della natura: si nutrono di radici, frutti spontanei e dei frutti della caccia (concessa agli Kshatriya, la casta guerriera), vivendo in capanne e dormendo sulla nuda terra. Questa radicale spoliazione insegna loro l'umiltà e il distacco dai beni terreni.
Il pellegrinaggio (Tirthayatra): Guidati da saggi come Lomasa, i Pandava intraprendono un lungo viaggio attraverso i luoghi sacri (i tirtha) dell'antica India. Bagnarsi nei fiumi sacri e visitare antichi eremi non solo purifica il loro spirito dalle scorie del gioco d'azzardo, ma permette loro di accumulare merito cosmico, un'energia spirituale essenziale per affrontare le sfide future.
L'estrema penitenza di Arjuna: L'esempio più alto di ascesi focalizzata e rigorosa nel Vana Parva è compiuto da Arjuna. Consapevole che la sola forza umana non basterà per sconfiggere i Kaurava, egli si separa dai fratelli per recarsi in solitudine sulle cime dell'Himalaya. Qui, attraverso digiuni estremi, immobilità e meditazione profonda, compie un severo tapas per compiacere il dio Shiva. La sua incrollabile resistenza e devozione gli valgono in dono il Pashupatastra, un'arma divina dal potere devastante.
La comunione con i saggi (Rishi): La foresta non è disabitata, ma brulica di asceti, bramini e veggenti (come Vyasa, Markandeya e Narada). I Pandava trascorrono innumerevoli ore come discepoli, ascoltando i loro discorsi filosofici e le parabole morali. Attraverso questo dialogo continuo, l'ascesi fisica si accompagna a una profonda elevazione intellettuale, in cui apprendono la complessità del Dharma e le leggi universali.
Le prove morali di Yudhishthira: Se Arjuna incarna l'ascesi orientata all'ottenimento di poteri divini, il fratello maggiore Yudhishthira rappresenta l'ascesi puramente interiore e morale. Il culmine di questo percorso si verifica nel celebre episodio dello Yaksha Prashna. Di fronte al misterioso spirito del lago (lo Yaksha) che ha fatto cadere esanimi i suoi fratelli, Yudhishthira non cede all'ira o alla disperazione. Al contrario, usa la saggezza, la pazienza e la totale sottomissione al Dharma per rispondere agli enigmi filosofici dello spirito, dimostrando un controllo interiore assoluto e guadagnandosi la resurrezione della sua famiglia.
In sintesi, i dodici anni di vita ascetica trasformano profondamente i Pandava. Entrano nella foresta come vittime di un'ingiustizia e del vizio umano, ma ne usciranno come guerrieri spiritualmente completi: induriti nel corpo dalla privazione, illuminati nella mente dalla saggezza e pronti, sia materialmente che eticamente, a reclamare il loro regno.
Gli eventi nella foresta immediatamente precedenti l'incontro con il Dharma
Alcuni eventi immediatamente precedenti al nostro dibattito, sono utili per entrare nello spirito del racconto.
Mentre i Pandava vagano nella foresta, si imbattono in un brahmino, che sta per compiere un yagnya, un rituale vedico fondamentale di sacrificio, devozione e adorazione, durante il quale vengono fatte offerte in un fuoco sacro. L'Arani, un bastone di legno usato per accendere il fuoco nello yagnya, e il mantham, una tavola di legno per produrre il fuoco, durante l'esecuzione dello yagnya, vengono persi: l'arani e il mantham si impigliano nelle corna di un cervo, che scappa dall'ashram del brahmino.
Il brahmino, incapace di compiere il suo yagnya, si avvicina ai valorosi Pandava per chiedere aiuto. È dovere di un kshyatriya, discendente della casta dei guerrieri, aiutare un brahmino in difficoltà. Di conseguenza, i Pandava, che avevano appena terminato il loro pasto a base di kanda mula, un pasto molto frugale a base di radici e germogli commestibili che potevano trovare nella foresta, mangiati crudi, si mettono subito in viaggio con grande impegno per recuperare gli strumenti perduti.
Nonostante un lungo inseguimento, il cervo rimane sfuggente. Era insolito che un animale sfuggisse alle frecce dei Pandava. I Pandava, esausti per l'inseguimento e assetati, si lamentano del loro destino. Bhima incolpa la sua incapacità di salvare Draupadi dal malvagio Dusshasana (che l'aveva trascinata a corte e spogliata in pubblico) per la loro attuale agonia, mentre Arjuna e Sahadeva ricordano come risparmiarono gli arroganti Karna e Sakuni, quando insultarono i Pandava a corte, come conseguenza del gioco dei dadi, e come il loro Karma abbia avuto la meglio su di loro.
A questo punto Dharma Raja ordina a suo fratello minore Nakula di capire se ci sia un bacino d'acqua nelle vicinanze. Nakula si arrampica su un albero, si guarda attorno e scopre un lago d'acqua dolce nelle vicinanze. L'episodio distingue Dharma Raja dal resto dei Pandava come una persona più perspicace e riflessiva. Rifiuta di seguire la corrente, rimuginare sul passato o maledire il nemico, a differenza del resto dei suoi fratelli. Rimane invece fermamente concentrato sul compito da svolgere, quello di procurarsi dell'acqua e recuperare l'arani e il mantham.
Dharma Raja manda il suo fratello più giovane Sahadeva a prendere l'acqua dal lago. Sahadeva raggiunge il lago d'acqua dolce e vi scende per dissetarsi. Mentre sta per bere dal lago, un'Akasavani o una voce senza forma lo avverte di non farlo, pena la morte.
"Questo lago è mio. Non puoi bere da esso senza il mio permesso. Devi prima rispondere in modo soddisfacente alle mie domande", avverte la voce. Un assetato Sahadeva ignora questi avvertimenti, beve dal lago e cade morto.
Nakula segue l'esempio, ignora gli avvertimenti della voce, beve l'acqua e cade senza vita. Il valoroso Arjuna, prediletto di Krishna, si avventura alla ricerca dei suoi fratelli e si adira alla vista della loro morte. Mentre sta per dissetarsi, la voce gli ordina di rispondere alle sue domande, altrimenti sarebbe morto anche lui. Un Arjuna infuriato scaglia frecce in direzione della voce, nonostante la sua crescente sete. Non trovando alcuna risposta, Arjuna decide di dissetarsi prima di affrontare il nemico sconosciuto. Non appena beve l'acqua, Arjuna va incontro allo stesso destino dei suoi fratelli minori. Bhima segue l'esempio e incontra la sua fine allo stesso modo.
Qui osserviamo la natura umana mondana, in cui un uomo, per quanto potente e illuminato, cerca di soddisfare i propri bisogni fisiologici di base ancor prima dell'adempimento dei propri doveri e responsabilità. Arjuna si è elevato leggermente al di sopra dei suoi fratelli, dove ha mostrato valore per soddisfare i suoi bisogni di sicurezza e stima, nonostante il suo pressante bisogno fisiologico: la sete.
La vista dei suoi fratelli defunti rattrista profondamente Dharma Raja. Alla vista del corpo senza vita di Bhima, Dharma Raja si lamenta: "O Bhima, avevi promesso di uccidere Duryodhana nella guerra imminente. Avevi giurato di spezzargli le cosce e vendicarti dell'insulto subito. Come hai potuto perdere la vita senza adempiere ai tuoi voti?". Allo stesso modo, si lamenta alla vista del corpo senza vita di Arjuna, in cui le sue armi e munizioni sono sparse tutt'intorno. Dharma Raja si chiede come un guerriero così potente e così benedetto come Arjuna, equipaggiato con il divino Pasupathastra, abbia potuto morire così facilmente. Piange inoltre la scomparsa dei suoi fratelli più piccoli, Nakula e Sahadeva.
Attraverso tutto il dolore, la mente di Dharma Raja non perde la sua capacità logica. Non cede ai bisogni mondani. Si chiede, ad esempio, come i suoi fratelli possano essere stati decimati in quel modo quando non vi sono ferite visibili sui loro corpi. Inoltre, come potrebbero essere passati oltre senza adempiere ai loro voti? Come potrebbe lui, Dharma Raja, rimanere stoico nonostante l'evidente catastrofe a cui sta assistendo? Era questo un lago avvelenato? Si chiede. Ma allora, il veleno avrebbe dovuto scolorire i corpi dei Pandava. Inoltre, il lago è incontaminato e puro, con acque limpide e fiori di loto invitanti. Non era quello il caso. Si chiede inoltre se la calamità sia il risultato degli schemi di Duryodhana e del machiavellico Sakuni. Non poteva essere così, perché i Pandava sono troppo potenti per cadere prede così facilmente. Dharma Raja conclude che la morte è certamente opera di un essere ultraterreno.
Yudhiṣṭhira decide però che qualunque sia la ragione della morte, deve prima estinguere la sete. Mentre egli sta per scendere nel lago incontaminato, sente una voce che lo avverte di non bere dal lago.
"Sono una delle gru che vivono nel lago. Il lago appartiene a me. Nessuno può bere da questo senza il mio permesso. I tuoi fratelli hanno violato i miei dettami. Li ho uccisi. Ti sommergerò di domande. Se non riesci a rispondermi, non ti lascerò bere dal lago".
Essendo il maggiore dei Pandava che hanno perso il padre durante l'infanzia, Dharma Raja non era estraneo alle calamità e alle sofferenze. Si può ricordare come Duryodhana avesse compiuto diversi attentati contro di loro in passato e come fossero sopravvissuti in fitte foreste tra la scarsità di cibo e acqua. Inoltre, i fratelli sono sempre stati soggetti al trattamento da figliastri da parte del loro zio cieco (sia fisicamente che moralmente), Dhritarashtra. L'avversità e l'ingiustizia hanno affinato gli istinti di sopravvivenza di Dharma Raja, insieme alla sua intelligenza emotiva. Anche mentre viene avvertito dalla voce senza forma, intuisce come questa voce provenga da un essere ultraterreno, e non solo da una umile gru.
Di fronte alla minaccia incombente, Dharma Raja, invece di affrontare la voce, adotta un approccio più conciliante. "O essere potente, non sei una gru ordinaria come affermi di essere", risponde. "Se sei riuscito a uccidere i miei fratelli che sono forti come le catene montuose dell'Himalaya, del Vindhya, del Malaya e del Pariyatra, non sei una persona comune. O Dio, hai compiuto l'impossibile. Potresti essere stato un capo tra i Rudra, i Marutha o i Vasu. Ti prego, dimmi chi sei. O Signore, sono sia curioso che intimidito dalla tua potente persona. Ti prego, dimmi cosa ti aspetti da me."
Mentre Dharma Raja parlava così, la voce rispose: "Sono uno Yaksha. Hai ragione. Non sono una gru. Ho ucciso i tuoi fratelli perché mi hanno sfidato e hanno osato bere dal lago che mi appartiene. Se riesci a rispondere correttamente alle mie domande, ti lascerò bere l'acqua."
Così dicendo, lo Yaksha appare davanti a Dharma Raja. Con sgomento di Dharma Raja, lo Yaksha era una creatura dall'aspetto inquietante con un corpo enorme e un volto orribile. Anche di fronte alle avversità, Dharma Raja mantiene la sua compostezza e osserva come nessuna persona dotata di retto pensiero elogerà se stessa. Con estrema umiltà, il grande re chiede allo Yaksha di procedere con le sue domande. Ancora una volta, scopriamo come le virtù di Dharma Raja siano intrise di umiltà, e tuttavia, senza rasentare l'autocondanna. Egli ha riconosciuto la propria capacità di fornire risposte appropriate, senza vantarsene apertamente.
Nel prossimo articolo entreremo nel merito delle domande poste dal Dharma a Yudhiṣṭhira e delle illuminate risposte di questo, testo che costituisce un vero e proprio catechismo Hindu.









