Lo Yakṣa praśna: i doveri e la natura umana (parte 3 dom. 9-17)

giugno 05, 2026

  di Marco Sebastiani

 - Parte 1 (Intro)
- Parte 2 (dom.1-8)
- Parte 2 (dom.9-17)

Terzo Śloka

Le quattro domande successive sono:

किंस्विदावपतां श्रेष्ठं
kiṃsvidāvapatāṃ śreṣṭhaṃ
9. Qual è la migliore tra le cose che vengono seminate?

किंस्विन्निवपतां वरम् ।
kiṃsvinnivapatāṃ varam |
10. Qual è la più eccellente tra le cose che vengono offerte (o sparse/raccolte)?

किंस्वित् प्रतिष्ठमानानां
kiṃsvit pratiṣṭhamānānāṃ
11. Qual è la cosa migliore per chi cerca stabilità (o sta saldo)?

किंस्वित् प्रसवतां वरम् ॥
kiṃsvit prasavatāṃ varam ||
12. E qual è la più eccellente tra le creature che generano (partoriscono)?

Dharmaputra risponde così:

वर्षमावपतां श्रेष्ठं
varṣamāvapatāṃ śreṣṭhaṃ
9. La pioggia è la migliore tra le cose che scendono (che vengono seminate dal cielo).

बीजं निवपतां वरम् ।
bījaṃ nivapatāṃ varam |
10. Il seme è il più eccellente tra le cose che vengono piantate (nella terra).

गावः प्रतिष्ठमानानां
gāvaḥ pratiṣṭhamānānāṃ
11. Le mucche sono la base migliore per chi cerca stabilità (sostentamento).

पुत्रः प्रसवतां वरः ॥
putraḥ prasavatāṃ varaḥ ||
12. Un figlio è il migliore tra coloro che vengono generati.


Questo scambio di battute è uno spaccato perfetto della società vedica ed epica antica, che era profondamente radicata nella natura e nell'agricoltura.

Il gioco di parole sulla semina (Āvapataṃ e Nivapataṃ): Yudhishthira svela magistralmente l'enigma del Yaksha distinguendo due tipi di "semina". Usa āvapataṃ (spargere dall'alto verso il basso) per indicare la pioggia, che è la vera "semina" del cielo senza la quale nulla cresce. E usa nivapataṃ (spargere dentro/nella terra) per il seme agricolo vero e proprio (bījam).

Gāvaḥ (Le mucche) deriva dalla radice go (mucca). Nell'antica India, il bestiame non era solo un animale, ma la moneta di scambio, la misura della ricchezza e la garanzia assoluta di non morire di fame. Per questo sono la pratiṣṭhā per eccellenza: il fondamento su cui "stare saldi".

Putraḥ (Il figlio) è la migliore generazione possibile, generare un figlio maschio rappresentava, nella cultura del tempo, il compimento del dovere verso gli antenati e la garanzia della continuazione del lignaggio. Era il "frutto" supremo della vita umana.

Queste parti legata al pensiero pratico/sociale arcaico sono interessanti come documento storico dell'India antichissima, ma, rispetto al resto dell'opera, non ci consegnano quell'elevata filosofia cui l'opera ci ha abituato.

Quarto Sloka

Il successivo sloka racchiude una sola domanda in forma di indovinello. Lo Yaksha chiese:

इन्द्रियार्थाननुभवन्
indriyārthānanubhavan
13. Pur godendo degli oggetti dei sensi,

बुद्धिमान् लोकपूजितः ।
buddhimān lokapūjitaḥ |
essendo intelligente e onorato dal mondo intero,

संमतः सर्वभूतानाम्
saṃmataḥ sarvabhūtānām
ed essendo stimato da tutti gli esseri viventi,

उच्छ्वसन् को न जीवति ॥
ucchvasan ko na jīvati ||
chi è colui che, pur respirando, in realtà non vive?

Dharmaputra rispose:

देवतातिथिभृत्यानां
devatātithibhṛtyānāṃ
13. Agli dèi, agli ospiti e ai servitori,

पितॄणामात्मनश्च यः ।
pitṝṇāmātmanaśca yaḥ |
agli antenati e a se stesso: colui che

न निर्वपति पञ्चानाम्
na nirvapati pañcānām
non offre (il giusto sostentamento) a questi cinque,

उच्छ्वसन्न स जीवति ॥
ucchvasanna sa jīvati ||
pur respirando, egli non vive.

Questa risposta riassume l'intero codice etico di un capofamiglia indù (il gṛhastha). Un uomo non può accumulare ricchezza e cibo solo per il proprio piacere egoistico. La sua vita ha senso solo se compie quotidianamente i "Cinque Grandi Sacrifici" (Pañca Mahāyajña), nutrendo le energie del cosmo (gli dèi), ricordando le proprie radici (gli antenati), accogliendo chi bussa alla sua porta (gli ospiti), mantenendo chi lavora o dipende da lui (i servitori/familiari) e, infine, nutrendo se stesso.
Chi prende dalla natura e dalla società senza restituire a queste cinque categorie è considerato nient'altro che "un mantice che pompa aria": respira, ma è spiritualmente morto.

 1. Brahma Yajña (Il sacrificio al Brahman e ai Saggi)
A chi è rivolto: Agli antichi Rishi (i veggenti) e alla Conoscenza suprema.
Come si pratica: Attraverso lo studio quotidiano (svādhyāya), la recitazione delle scritture sacre (Veda, Upanishad, ecc.) e l'insegnamento.
Il significato: Si restituisce il debito alla tradizione e ai maestri del passato, mantenendo viva la saggezza e trasmettendola alle generazioni future.

2. Deva Yajña (Il sacrificio agli Dèi)
A chi è rivolto: Alle forze della natura e alle intelligenze cosmiche (il sole, il vento, l'acqua, il fuoco).
Come si pratica: Attraverso l'offerta di burro chiarificato (ghee) e cereali nel fuoco sacro (il rituale dell'Agnihotra o Homa), accompagnata da mantra.
Il significato: È un atto di gratitudine verso l'ecosistema macrocosmico che regola il clima, le stagioni e permette la vita sulla terra.

3. Pitṛ Yajña (Il sacrificio agli Antenati)
A chi è rivolto: Ai propri genitori, ai nonni e a tutta la linea genealogica passata.
Come si pratica: Offrendo simbolicamente acqua (Tarpaṇa) e palline di riso (Piṇḍa) in memoria dei defunti, ma anche — e soprattutto — prendendosi cura dei propri genitori anziani ancora in vita.
Il significato: Riconoscere che il nostro corpo, il nostro nome e la nostra cultura sono un dono diretto di chi ci ha preceduto.

4. Manuṣya Yajña (Il sacrificio agli Esseri Umani)
A chi è rivolto: All'umanità, alla società e in particolar modo agli ospiti (Atithi).
Come si pratica: Offrendo cibo, accoglienza e riparo a chi bussa alla propria porta, senza chiedere nulla in cambio, e facendo opere di carità.
Il significato: È il fondamento della solidarietà sociale. Nell'induismo l'ospite inatteso è letteralmente considerato l'incarnazione di Dio (Atithi Devo Bhava).

5. Bhūta Yajña (Il sacrificio a tutti gli Esseri Viventi)
A chi è rivolto: Agli animali, agli uccelli, agli insetti e alle piante.
Come si pratica: Lasciando una piccola porzione del pasto quotidiano fuori dalla porta di casa o sui tetti per nutrire cani randagi, mucche, corvi, formiche e altre creature.
Il significato: Una straordinaria visione ecologica. Riconosce che la terra non appartiene solo all'uomo. Anche le creature più piccole hanno diritto di nutrirsi dei frutti della terra, e l'uomo ha il dovere di tutelarle.

La risposta riporta testualmente il 72° sloka in Manu-smriti e una brano del Terzo volume della Mahabharata, che si svolgono negli stessi termini della risposta di Dharmaputra.  Lo Yaksha sta esaltando questi cinque yagna condannando una persona che non li esegue e che, egli dice, pur respirando non vive. La domanda e la risposta trasmettono chiaramente in che modo il Sanatana Dharma, la legge universale induista, considera i cinque doveri di un capofamiglia, senza l'esecuzione quotidiana dei quali, dal punto di vista spirituale, la sua vita diventa priva di valore, anche se, dal punto di vista mondano, può essere un uomo grande e buono. 

 देवतातिथिभृत्यानां
devatātithibhṛtyānāṃ
"Agli dèi, agli ospiti e ai servitori,"

पितॄणामात्मनश्च यः ।
pitṝṇāmātmanaśca yaḥ |
"agli antenati e a se stesso: colui che"

न निर्वपति पञ्चानाम्
na nirvapati pañcānām
"non offre a questi cinque,"

उच्छ्वसन्न स जीवति ॥
ucchvasanna sa jīvati ||
"pur respirando, egli non vive."

3.72 della Manusmriti e  3.313.58 del Mahabharata

Il Terzo Capitolo della Manusmriti è il testo normativo per eccellenza dedicato ai doveri di chi vive nel mondo e ha una famiglia. Subito prima di questo 72° verso (nei versi dal 68 al 71), Manu elenca formalmente i Pañca Mahāyajña che abbiamo appena discusso, spiegando che un padrone di casa compie inevitabilmente piccole violenze involontarie (calpestare insetti, tagliare legna, accendere il fuoco) e che questi cinque sacrifici quotidiani servono a purificarlo e a rimetterlo in equilibrio con il cosmo. Il verso 72 è la sentenza finale che chiude l'argomento.
Troviamo questo stesso verso nel Mahabharata perché l'epica indiana è un'enciclopedia del Dharma. Yudhishthira, che è letteralmente chiamato Dharmarāja (il re del Dharma), per rispondere al difficilissimo enigma morale del Yaksha non inventa una risposta poetica, ma cita a memoria la legge. Cita la massima autorità etica disponibile, ovvero la Smriti. È come se, a una domanda trabocchetto sulla morale, Yudhishthira avesse risposto citando testualmente un articolo della Costituzione o del Codice Civile del suo tempo.

Quinto Soloka

Eccoci di fronte all'enigma forse più celebre e poetico di tutto il Yaksha Prashna. È una serie di domande bellissime che indaga i fondamenti psicologici e affettivi dell'esistenza umana, misurandoli con gli elementi della natura.
Le successive quattro domande dello Yaksha sono le seguenti:

किंस्विद्गुरुतरं भूमेः
kiṃsvidgurutaraṃ bhūmeḥ
14. Che cosa è più pesante della terra?

किंस्विदुच्चतरं च खात् ।
kiṃsviduccataraṃ ca khāt |
15. E che cosa è più alto del cielo?

किंस्विच्छीघ्रतरं वायोः
kiṃsvicchīghrataraṃ vāyoḥ
16. Che cosa è più veloce del vento?

किंस्विद्बहुतरं तृणात् ॥
kiṃsvidbahutaraṃ tṛṇāt ||
17. Che cosa è più numeroso (o cresce più in fretta) dell'erba?

È una vera e propria sfida intellettuale. Come può qualcosa superare la vastità del cielo, la pesantezza della terra o la velocità del vento?
Yudhishthira rispose come segue:

माता गुरुतरा भूमेः
mātā gurutarā bhūmeḥ
14. La madre è più pesante (più venerabile) della terra,

 La parola guru (che al femminile comparativo diventa gurutarā) significa letteralmente "pesante", ma in senso traslato significa "di grande importanza", "venerabile", "maestro". La madre sostiene e nutre la vita proprio come la Terra (bhūmi), ma il suo amore e il suo peso morale superano persino quelli del nostro pianeta.

खात् पितोच्चतरस्तथा ।
khāt pitoccatarastathā |
15. e allo stesso modo il padre è più alto del cielo.

Il padre viene paragonato al cielo (kha) perché rappresenta la protezione dall'alto, la volta che ripara la famiglia.

मनः शीघ्रतरं वातात्
manaḥ śīghrataraṃ vātāt
16. La mente è più veloce del vento,

A differenza del vento (vāta) che, pur essendo velocissimo, ha bisogno di tempo per spostarsi fisicamente, la mente può viaggiare in un istante da un capo all'altro dell'universo.

चिन्ता बहुतरा तृणात् ॥
cintā bahutarā tṛṇāt ||
17. la preoccupazione (l'angoscia) è più abbondante dell'erba.

Questa è forse l'immagine psicologica più potente. L'erba infestante si moltiplica rapidamente, soffoca il resto e, se tagliata, ricresce subito. Così è la cintā (la preoccupazione, l'ansia o il pensiero incessante): i pensieri angosciosi si moltiplicano nella mente umana in modo molto più fitto, ostinato e infestante di un prato d'erba selvatica.

È la terra che sostiene e nutre. Se paragonata alla terra, la propria madre sostiene e nutre molto di più. Quindi lei è più preziosa persino della terra. A causa della pioggia, il cielo è molto benefico. Ma il padre conferisce maggiori benefici a suo figlio. Quindi dovrebbe essere considerato di valore maggiore anche rispetto al cielo. Infatti, la terra e il cielo (Dyava e Prithvi) sono spesso paragonati nei Veda al padre e alla madre di ciascuno. La  cultura indù attribuisce un valore fondamentale alla devozione verso i propri genitori. Questo è illustrato in modo più brillante nel Ramayana dall'impareggiabile devozione e obbedienza di Rama verso suo padre e sua madre. Egli dice "Cadrò persino nel fuoco se mio padre lo dice". Senza una parola di obiezione o un pensiero di infelicità, Rama andò in esilio nella foresta e stabilì così un esempio eterno da seguire.

Le due domande e risposte successive riguardano un altro aspetto fondamentale della cultura e religione indiane, ovvero il controllo della mente e dei sensi o l'autocontrollo e l'austerità. Lo Yogasutra di Patanjali descrive il primo passo nello yoga come chittavrittinirodha o il controllo delle fluttuazioni della mente. Nella Bhagavad Gita Arjuna disse: "la mente è volubile. È violenta, potente e ostinata. Controllarla è tanto difficile, mi sembra, quanto controllare il vento." Il Signore Krishna rispose: "Senza dubbio, la mente è volubile e difficile da frenare; ma, con la pratica costante e con il distacco o il controllo dei sensi può essere frenata." Anche lo Yogasutra si riferisce al nirodha della mente con la pratica costante e il distacco.


- Parte 1 (Intro)
- Parte 2 (dom.1-8)
- Parte 2 (dom.9-17)

Potrebbe anche piacerti:

0 commenti

Yoga Magazine Italia 2017 © - Tutti i Diritti Riservati