Lo Yakṣa praśna: Brahman, Dharma, Veda e saggezza (1- 8)

maggio 22, 2026

 

di Marco Sebastiani

>> vedi parte 1 - intro 

Dopo aver delineato nel precedente articolo il contesto narrativo in cui si inserisce questo episodio, entriamo ora nel vivo della disquisizione filosofica tra lo Yakṣa e Yudhishthira. Il testo, pur presentandosi in una forma apparentemente ermetica e densa di stratificazioni semantiche, offre una profonda sintesi del pensiero vedantico che cercheremo qui di restituire attraverso un'interpretazione lineare.

Prima di addentrarci nei versi, è opportuno un breve richiamo metrico. Il dialogo è composto in śloka (श्लोक), termine sanscrito derivante dalla radice śru ("udire") che indica una specifica categoria di versi della metrica vedica, nota anche come anuṣṭubh. Costituito generalmente da quattro semi-versi (pathya) e contrassegnato alla fine da due barre verticali (||), lo śloka segue una metrica accentativa che, per assonanza e cadenza, potremmo grossolanamente accostare all'esametro omerico o all'endecasillabo italiano. Rappresenta la base della poesia epica indiana: il Mahābhārata e il Rāmāyaṇa, ad esempio, sono composti quasi esclusivamente in questo metro.

La tradizione hindū attribuisce la scoperta di questo "canto" a Vālmīki, il mitico autore del Rāmāyaṇa. Nel Bālakāṇḍa (la prima sezione dell'opera) si narra che Vālmīki, scosso dall'uccisione di un uccello krauñca in fase di accoppiamento da parte di un cacciatore, avesse scagliato d'istinto una maledizione. Con sua grande sorpresa, le parole pronunciate conservavano un ritmo meravigliosamente melodioso. Immergendosi in meditazione per comprendere la natura di quel gioco divino (līlā), gli apparve Brahmā, il quale gli rivelò che tale ritmo poetico sgorgava dal dolore (śoka): per questa ragione la nuova forma metrica prese il nome di śloka.

Il Primo Śloka dello Yakṣa Praśna

Veniamo ora al testo. Il primo śloka dell'interrogatorio consiste in quattro domande incalzanti poste dallo Yakṣa:

किं स्विदादित्यमुन्नयति |
kiṃ svidādityamunnayati
1. Cos'è che fa sorgere il sole?

के च तस्याभितश्चराः |
ke ca tasyābhitaścarāḥ
2. Chi sono i suoi assistenti circostanti?

कश्चैनमस्तं नयति |
kaścainamastaṃ nayati 3.
Chi lo fa tramontare?

कस्मिंश्च प्रतितिष्ठति |
kasmiṃśca pratitiṣṭhati

4. In cosa è saldamente radicato?

A questi enigmi, Yudhishthira fornisce quattro risposte altrettanto perentorie:

ब्रह्मादित्यमुन्नयति |
brahmādityamunnayati
1. Il Brahman fa sorgere il sole.

देवास्तस्याभितश्चराः |
devāstasyābhitaścarāḥ

2. I Deva sono i suoi assistenti.

धर्मश्चास्तं नयति च |
dharmaścāstaṃ nayati ca

3. Il Dharma lo conduce al tramonto.

सत्ये च प्रतितिष्ठति |
satye ca pratitiṣṭhati
4.
Egli è stabilito nella Verità.

La Dialettica Brahman e Atman

Sebbene l'interpretazione strettamente letterale e astronomica del verso descriva la legge cosmica che governa il sistema solare e il moto dei pianeti, il cuore di questo scambio è squisitamente teologico. La prima domanda rimanda alla dialettica fondamentale dell'Induismo: il rapporto tra il Principio/Spirito Universale (Brahman) e il Sé/Spirito Individuale (Ātman).

In quest'ottica, "sole" (Āditya) viene interpretato allegoricamente come l'anima umana, la quale percepisce il mondo attraverso i cinque sensi. Quando Yudhishthira risponde che "Il Brahman fa sorgere il sole", sancisce l'identità ultima tra la scintilla individuale e il fuoco divino da cui essa promana. L'obiettivo ultimo di questo disvelamento è la liberazione dal ciclo delle rinascite, una verità già scolpita nelle Upanishad. Si pensi alla celebre affermazione della Chandogya Upanishad (7.1.3):

तरति शोकमात्मवित्
Tarati śokam ātmavit
Colui che conosce l'Atman attraversa il dolore.

Esiste anche un'ulteriore esegesi, particolarmente cara ai sacerdoti vedici, in cui "Brahmān" è utilizzato come sinonimo di Veda: in questo senso, sono le Sacre Scritture a "far sorgere" lo spirito, donando la conoscenza necessaria per discriminare il puro Ātman dal corpo e dai sensi.

L'Interpretazione di Nīlakaṇṭha: L'Azione e il Controllo

Un contributo fondamentale per la comprensione profonda di questo passaggio ci viene da Nīlakaṇṭha Caturdhara, erudito del XVII secolo operante a Varanasi e autore del più autorevole commentario al Mahābhārata. Lette attraverso la sua lente filosofica, improntata all'Advaita Vedanta, le risposte di Yudhishthira si trasformano in una guida pratica alla realizzazione spirituale.

Secondo Nīlakaṇṭha, la risposta "i Deva sono i suoi assistenti" non si riferisce alle divinità celesti, ma a Śama (il controllo della mente) e Dama (il controllo dei sensi). Si tratta di due virtù inseparabili: se si pratica solo il controllo esterno (Dama) si reprime il corpo mentre la mente "brucia" di desideri; se si cerca la calma interiore (Śama) senza arginare le distrazioni esterne, si tenta di svuotare una barca fallata. Dama è la porta esterna, Śama il santuario interno. Insieme, essi generano il silenzio necessario affinché lo yogi realizzi l'Ātman.

Infine, Nīlakaṇṭha analizza il ruolo del Dharma che "fa tramontare il sole", identificandolo con i due pilastri del percorso spirituale induista necessari per superare l'illusione fenomenica: Karma e Upāsana.

Karma (कर्म), Azione e  Rituale, deriva dalla radice sanscrita kṛ (fare, agire) e significa letteralmente "azione" o "opera". Nel contesto vedico antico originariamente, il termine si riferiva in modo specifico alle azioni rituali, ai sacrifici e ai doveri prescritti dai testi sacri (il Karma Kanda dei Veda) per ottenere meriti, prosperità in questa vita o l'accesso a mondi celesti dopo la morte. Nel contesto filosofico generale il Karma è la legge universale di causa ed effetto. Ogni azione (fisica, verbale o mentale) genera un'impronta (samskara) e una conseguenza invisibile che prima o poi porterà i suoi frutti. Come percorso spirituale esiste il Karma Yoga, come insegnato nella Bhagavad Gita. Il Karma diventa uno strumento di liberazione quando le azioni vengono compiute non per egoismo o per ottenere un premio, ma come dovere disinteressato e offerta al divino. Questo "agire senza attaccamento ai frutti dell'azione" purifica la mente e riduce l'ego.

Upāsana (उपासन), Meditazione e Adorazione, deriva da upa (vicino) e āsana (sedersi). Letteralmente significa "sedersi vicino" (al divino o alla verità) e viene tradotta come "meditazione focalizzata", "adorazione" o "contemplazione". Il significato profondo è che se il Karma è l'azione del corpo e della parola nel mondo esterno, l'Upasana è l'azione della mente. Consiste nel fissare un flusso continuo di pensieri verso un oggetto sacro, una divinità (come Shiva, Vishnu, la Madre Divina) o un ideale superiore, escludendo ogni altro pensiero.
La pratica può includere la preghiera devozionale profonda (Bhakti), la recitazione interiore di un mantra (Japa) o la meditazione su un simbolo sacro (come la sillaba Om). Costituisce la parte centrale dei Veda, nota come Upasana Kanda. L'Upasana serve a sviluppare l'assoluta concentrazione (Ekagrata) e a sciogliere l'illusione della separazione attraverso l'amore e la devozione profonda verso il divino, preparando la mente ad accogliere la pura astrazione della non-dualità.

Queste discipline incarnano la legge universale (Dharma) che accompagna l'individuo lungo il proprio arco vitale (il "tramonto"), chiudendo il cerchio dell'incarnazione per ristabilire l'anima, come recita l'ultimo verso di Yudhishthira, saldamente "nella Verità" (Satya).

A margine delle complesse esegesi filosofiche, è opportuno ricordare che questo śloka, al pari degli altri, si presta anche a una lettura strettamente letterale. Nel suo significato più immediato, il dialogo celebra la grandiosa legge cosmica che governa il sistema solare: è questo principio ordinatore a garantire il movimento regolare dei pianeti e della Terra. Una legge inviolabile che si riflette, molto semplicemente, nella verità astronomica del sorgere e del tramontare del sole e simile alle leggi inviolabili dell'uomo.
 

Il Secondo Sloka

Lo Yaksha chiede:

केनस्विच्छ्रोत्रियो भवति
kenasvicchrotriyo bhavati
5. Per mezzo di cosa si diventa un conoscitore dei Veda (Śrotriya)?

केनस्विद्विन्दते महत् ।
kenasvidvindate mahat |
6. Per mezzo di cosa si ottiene la grandezza?

केनस्विद्द्वितीयवान् भवति
kenasviddvitīyavān bhavati
7. Per mezzo di cosa si ottiene un secondo (un compagno/un alleato)?

राजन् केन च बुद्धिमान् ॥
rājan kena ca buddhimān ||
8. O Re, e per mezzo di cosa si diventa saggi?

Yudhishthira rispose:

श्रुतेन श्रोत्रियो भवति
śrutena śrotriyo bhavati
5. Attraverso l'ascolto (delle scritture sacre) si diventa conoscitori dei Veda.

तपसा विन्दते महत् ।
tapasā vindate mahat |
6. Con l'austerità si ottiene la grandezza.

धृत्या द्वितीयवान् भवति
dhṛtyā dvitīyavān bhavati
7. Con la fermezza (la costanza) si ottiene un compagno.

बुद्धिमान् वृद्धसेवया ॥
buddhimān vṛddhasevayā ||
8. E si diventa saggi mettendosi al servizio degli anziani (coloro che sono ricchi di saggezza ed esperienza).

La parola 'srotriya' secondo l'Amarakòsa, (अमरकोश)  il più famoso, antico e importante dizionario  della lingua sanscrita, — o per essere più precisi, tesauro,  raccolta di vocabolari e sinonimi — significa una persona che ha fatto uno studio dei Veda e può recitare il testo:

श्रोत्रियश्छन्दोऽधीते
śrotriyaśchando'dhīte
"Uno Śrotriya è colui che studia (adhīte) i Veda (chandas)."
Ashtadhyayi di Panini (Sutra 5.2.84)

Menzionando poi nuovamente sruta, Dharmaputra le attribuisce un significato speciale. Con sruta non si intende solo l'apprendimento o la conoscenza, ma la cultura che si acquisisce con un apprendimento appropriato. È in questo senso che Kalidasa  usa nel Raghuvamsa:

वाच्यस्त्वया मद्वचनात्स राजा
vācyastvayā madvacanātsa rājā

A quel Re dovrai dire da parte mia:

वह्नौ विशुद्धामपि यत्समक्षम् ।
vahnau viśuddhāmapi yatsamakṣam |
"Sebbene io mi sia purificata nel fuoco davanti ai tuoi stessi occhi,

मां लोकवादश्रवणादहासीः
māṃ lokavādaśravaṇādahāsīḥ

tu mi hai abbandonata solo per aver dato ascolto alle dicerie della gente.

श्रुतस्य किं तत्सदृशं कुलस्य ॥
śrutasya kiṃ tatsadṛśaṃ kulasya ||
È forse questo un comportamento degno della tua illustre stirpe?"

Raghuvaṃśa (Canto 14, v. 61) - Il messaggio di Sita a Rama

Nella sua risposta, Dharmaputra sottolinea che una persona che ha meramente studiato il Veda e può recitare il testo non può essere chiamata srotriya a meno che non sia completamente permeata della tradizione e cultura vedica.
Nella secondo versola parola 'Mahat' sottintende  'Brahman' o la Divinità. L'Upanishad dichiara:

अणोरणीयान् महतो महीयान्
aṇoraṇīyān mahato mahīyān

Più piccolo del più piccolo, più grande del più grande.
Katha Upanishad (1.2.20)

Con tapas, alla risposta 6, si intende spiritualità e ricerca spirituale. Nel Dhatupata di Panini troviamo
तप आलोचने
tapa ālocane
"La radice verbale tap [viene usata] nel senso di ālocana (riflessione, profondo pensiero)."

Per capire l'importanza monumentale di queste due sole parole, dobbiamo fare un salto nella narrazione della creazione secondo le Upanishad. Normalmente, la radice verbale sanscrita tap (da cui deriva la famosa parola tapas) significa "bruciare", "emanare calore" o "praticare severe austerità fisiche/penitenze".
Tuttavia, nella Taittiriya Upanishad (2.6.1), quando si descrive l'istante prima della creazione dell'universo, il testo recita che il Brahman Supremo (l'Assoluto) "sa tapo 'tapyata", che letteralmente verrebbe tradotto in modo un po' goffo come: "Egli praticò austerità". Ma come può il Brahman, che è perfezione assoluta, incorporeo e senza alcun desiderio insoddisfatto, mettersi a fare digiuni o penitenze fisiche? il pezzo mancante che chiude perfettamente il cerchio in merito è  il verso della Mundaka Upanishad (1.1.9) che conferma come il concetto di tapas si trasformi quando viene applicato alla Coscienza Suprema.

यस्य ज्ञानमयं तपः
yasya jñānamayaṃ tapaḥ
Il cui tapas (austerità/forza creativa) è fatto interamente di Conoscenza.
Mundaka Upanishad (1.1.9)

Questo frammento è la chiave di volta per comprendere la cosmologia non duale (Advaita Vedanta). Mettendo insieme questo verso con la regola tapa ālocane che abbiamo visto prima, i saggi delle Upanishad ci stanno dicendo una cosa straordinaria: l'energia che genera l'universo non è uno sforzo fisico o un travaglio materiale. La "fatica" del Brahman è una pura emanazione intellettuale. Il cosmo intero sorge semplicemente perché l'Assoluto lo "conosce" e lo pensa. La creazione è, a tutti gli effetti, un atto di pura meditazione e consapevolezza.
Esiste comunque un legame tra la forza creativa del Brahman e la pratica delle austerità, la pratica dello yoga, messa in atto attraverso l'Atman. Questo discorso è molto interessante, ma ci porterebbe troppo lontano dal nostro testo.

Nella risposta successiva, Dharmaputra dice che è con la fermezza, dhṛtyā   (धृत्या ), che una persona viene realmente aiutata. Questa parola "dhṛtyā" ha un significato speciale come menzionato nella Bhagavad Gita:

धृत्या यया धारयते
dhṛtyā yayā dhārayate
Quella fermezza con la quale si controllano (si sostengono)

मनः प्राणेन्द्रियक्रियाः ।
manaḥ prāṇendriyakriyāḥ |
le attività della mente, dei soffi vitali (prana) e dei sensi,

योगेनाव्यभिचारिण्या
yogenāvyabhicāriṇyā
in modo incrollabile attraverso lo Yoga (la concentrazione),

धृतिस्सा पार्थ सात्विकी ॥
dhṛtissā pārtha sātvikī ||
quella fermezza, o Partha, è di natura Sattvica (pura).

Bhagavad Gita (18.33) 

È la fermezza che si ottiene con la concentrazione e il controllo della mente, del prana o energia vitale, con lo yoga. È questa concentrazione che aiuterà ad avere meditazione profonda, nididhyasana (निदिध्यासन), secondo il testo dell'Upanishad:

आत्मा वा अरे द्रष्टव्यः
ātmā vā are draṣṭavyaḥ
O mia cara, in verità è il Sé (l'Atman) che deve essere realizzato (visto),

श्रोतव्यो मन्तव्यो निदिध्यासितव्यः
śrotavyo mantavyo nididhyāsitavyaḥ
che deve essere ascoltato, ponderato razionalmente e meditato profondamente.

Brihadaranyaka Upanishad (2.4.5)

Il testo descrive quindi quattro tappe dell'indagine spirituale, di cui nididhyāsitavyaḥ: è l'ultima:

  • -Draṣṭavyaḥ: "Deve essere visto" (dalla radice dṛś, vedere). Qui non si intende la vista fisica, ma la realizzazione diretta e intuitiva, l'obiettivo finale. Come arrivarci? Attraverso i tre passi successivi:
  • -Śrotavyaḥ: "Deve essere ascoltato" (dalla radice śru). È il concetto di Śravaṇa: ricevere la conoscenza ascoltando gli insegnamenti tradizionali.
  • -Mantavyaḥ: "Deve essere pensato/ponderato" (dalla radice man). È il concetto di Manana: l'uso della logica e dell'indagine mentale (quell'ālocana di cui parlavamo prima) per eliminare i dubbi su ciò che si è ascoltato.
  • -Nididhyāsitavyaḥ: "Deve essere meditato" (dalla radice dhyai, meditare, con i prefissi ni-di che indicano intensità e continuità). È il concetto di Nididhyāsana: la contemplazione profonda e ininterrotta della verità compresa, finché la mente non si fonde completamente con l'Atman.

L'Atman deve essere sperimentato o percepito, prima ascoltando il significato del testo dell'Upanishad Vakya, poi contemplando il suo vero significato e poi facendolo parte della propria vita, con la concentrazione o nididhyasana.

Nell'ultima risposta di questo sloka, la ottava in totale, Dharmaputra afferma che si diventa saggi mettendosi al servizio degli anziani. "Servizio agli anziani" significa ciò che è denotato dalle due ben note frasi di Krishna, il Signore della Bhagavad Gita, quando afferma:

तद्विद्धि प्रणिपातेन
tadviddhi praṇipātena
Cerca di comprendere quella (conoscenza suprema) offrendo i tuoi umili omaggi (al maestro spirituale),

परिप्रश्नेन सेवया ।
paripraśnena sevayā |
ponendo domande sincere e offrendo il tuo servizio.

Bhagavad Gita (4.34)

La saggezza spirituale si ottiene con l'omaggio ai piedi del guru, con ricerche accurate e con il servizio a lui. È a questo servizio che Dharmaputra sta pensando in questo contesto. La tradizione delle Upanishad ha sempre posto grande enfasi su  guruśuśrūṣā (गुरुशुश्रूषा), il servizio devoto al Maestro, e guruprasāda (गुरुप्रसाद), la grazia, la benedizione o la chiarezza mentale donata dal Maestro, per raggiungere l'illuminazione spirituale.

La Chandogya Upanishad sull'importanza del maestro dice:
आचार्याद्धैव विद्या विदिता साधिष्ठं प्रापत्
ācāryāddhaiva vidyā viditā sādhiṣṭhaṃ prāpat
Solo la conoscenza appresa da un maestro raggiunge il suo fine più alto (diviene pienamente efficace).
(Chandogya Up. 4.9.3)
e
आचार्यवान् पुरुषो वेद ।
ācāryavān puruṣo veda |
L'uomo che possiede un maestro, conosce (la Verità).
(Chandogya Up. 6.14.2)

Solo attraverso questo legame con il maestro, l'intelletto teorico si trasforma in Veda (conoscenza viva e diretta). Con le sue risposte a queste quattro domande Dharmaputra lascia spazio secondo chi scrive a due interpretazioni, una braminica, sacerdotale e una yogica. Le due non si escludono, ma viene spostato il peso su di una verità o sull'altra.

Secondo l'interpretazione braminica egli stabilisce che il Veda è il libro di base per la conoscenza spirituale e per ottenere la cultura vedica. Bisogna studiare attentamente il testo del Veda e poi riflettere sul vero significato relativo alla consapevolezza dell'Atman, sedendo ai piedi del guru e rendendogli servizio in tutta umiltà. Con l'aiuto del guru, si ottiene la vera illuminazione spirituale attraverso la quale l'Assoluto può essere realizzato.

Spostando l'attenzione su di una interpretazione più yogica Dharmaputra sottolinea la necessità della pratica dello yoga per il controllo dei sensi e della mente, per raggiungere quella coscienza spirituale che permette di diventare consapevoli della verità, grazie agli insegnamenti del guru come anche affermato dagli Yoga Sutra di Patanjali:

ऋतंभरा तत्र प्रज्ञा
ṛtaṃbharā tatra prajñā
In quello stato, la saggezza (la pura consapevolezza) diviene portatrice di Verità.

Patanjali ci dice che, in quello stadio supremo, la mente dello yogi non filtra più la realtà attraverso le proprie opinioni, paure o ricordi. La mente diventa uno specchio perfettamente pulito che riflette l'esatta natura delle cose, portando in sé nient'altro che la pura e nuda Verità.




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