Storie indiane: i due uccelli del Ṛgveda

ottobre 16, 2026

 


di Marco Sebastiani 

Questo aforisma poetico costituisce una tra le più antiche antiche e fulminanti allegorie della duplicità costitutiva della coscienza umana.  

द्वा सुपर्णा सयुजा सखाया समानं वृक्षं परिषस्वजाते ।
तयोरन्यः पिप्पलं स्वाद्वत्त्यनश्नन्नन्यो अभिचाकशीति ॥


dvā suparṇā sayujā sakhāyā samānaṃ vṛkṣaṃ pariṣasvajāte |
tayor anyaḥ pippalaṃ svādv atty anaśnann anyo abhicākaśīti ||

"Due uccelli dalle belle ali, compagni inseparabili, condividono lo stesso albero. Di essi l'uno mangia dolcemente il frutto; l'altro, senza mangiare, guarda con splendore." 

Ṛgveda I.164.20 (inno Asyavāmīya di Dīrghatamas, primo maṇḍala)
e ripreso in
Mandukya Upanishad III.1.1
Śvetāśvatara Upaniṣad IV.6

Traduzione parola per parola
-Dvā: Nominativo duale maschile dell aggettivo numerale dvi. Forma vedica per dvau. Due.
-Suparṇā: Nominativo duale maschile del composto. Forma vedica per suparṇau. Due uccelli dalle belle ali o due celestiali creature alate. Su: Prefisso nobilitante che significa bello o eccellente o perfetto. Parṇā: Ali o piume.
-Sayujā: Nominativo duale maschile del composto. Forma vedica per sayujau. Inseparabili o aggiogati insieme. Sa: Prefisso. Insieme o unione o comune. Yujā: Uniti dal giogo o legati dalla stessa sorte.
-Sakhāyā: Nominativo duale maschile del sostantivo sakhi. Forma vedica per sakhāyau. Significa compagni o amici fraterni.
-Samānam: Accusativo singolare maschile dell'aggettivo samāna. Medesimo,  identico o comune.
-Vṛkṣam: Accusativo singolare maschile del sostantivo vṛkṣa. Albero.
-Pariṣasvajāte: Terza persona duale del perfetto medio (esprime un'azione i cui effetti si riflettono sul soggetto o sono compiuti nel suo interesse) della radice svañj unita al prefisso pari. Abbracciano strettamente, cingono, dimorano aggrappati. Pari: Prefisso. Intorno o avvolgimento completo. Sasvajāte: Abbracciano o si stringono.
-Tayoḥ: Genitivo duale maschile del pronome tad. Di questi due o tra di loro.
-Anyaḥ: Nominativo singolare maschile del pronome anya. L'uno, uno dei due.
-Pippalam: Accusativo singolare neutro. La bacca dell albero sacro o il frutto del fico.
-Svādu: Accusativo singolare neutro dell aggettivo svādu qui con valore avverbiale. Modificato in svādv davanti a vocale per via del sandhi. Con delizia,dolcemente, gustosamente.
-Atti: Terza persona singolare del presente indicativo della radice ad. Mangia, consuma, divora.
-Anaśnan: Nominativo singolare maschile del participio presente negativo della radice aś. Senza mangiare o astenendosi dal cibo, digiuno. An: Prefisso privativo. Aśnan: Mangiando, consumando la porzione.
-Anyaḥ: Nominativo singolare maschile del pronome anya. Modificato in anyo per effetto del sandhi fonetico. L'altro.
-Abhicākaśīti: Terza persona singolare del presente della radice kāś unita al prefisso abhi. Contempla con splendore, osserva intensamente, sovranamente risplendendo. Abhi: Prefisso. Verso, sopra, con maestà. Cākaśīti: Il brillare continuo e vigile della visione.

L’albero della vita può rappresentare sia l’individuo, sia l’intera creazione, l'universo. I due uccelli rappresentano una dualità che similmente può dare adito a diverse interpretazioni. Rappresenta il corpo biologico, ma a livello macrocosmico può rappresentare la materia naturale (Prakṛti). È la struttura ramificata del mondo empirico in cui l'essere umano si ritrova gettato. Fino anche a rappresentare lo spirito individuale atman e lo spirito universale brahman.
Il Frutto (Pippala) è il fico sacro, nutrimento dolciastro e deperibile. Simboleggia il godimento fenomenico (bhoga), ovvero il ciclo di piacere e frustrazione derivante dal consumo delle azioni karmiche.
L'Uccello che mangia è l'Io storico, l'agente morale (jīva), la mente sommersa dai condizionamenti subconsci (saṃskāra). Mangia perché è convinto che per esistere debba nutrirsi costantemente del mondo esterno, restando vittima delle conseguenze di ciò di cui si nutre.
L'Uccello che risplende è il Puruṣa, l'ospite invisibile. Dīrghatamas ricorre qui alla radice verbale intensiva kāś (abhicākaśīti), non descrive un banale guardare passivo, ma un'attività testimoniale talmente concentrata e priva di bramosia da sprigionare una luce sovrana.

Il verso dei "due uccelli" è incastonato nel cuore del Ṛgveda, il testo fondativo dell'intera civiltà indiana. Nello specifico, si trova nel Primo Maṇḍala (il primo "libro" o "ciclo"), inno numero 164, universalmente noto come Asyavāmīya Sūkta. Dal punto di vista della datazione, ci muoviamo in un'epoca abissalmente lontana da Patañjali. Mentre gli Yoga Sūtra prendono la loro forma definitiva nei primi secoli della nostra era, il Ṛgveda risale a un periodo compreso all'incirca tra il 1500 e il 1200 a.C., in un'epoca di pura trasmissione orale. Gli storici sanno che il Primo Maṇḍala è stato assemblato e codificato in una fase cronologicamente successiva rispetto ai cosiddetti "libri familiari" (i Maṇḍala dal II al VII), ma stiamo comunque parlando di alcune tra le radici più arcaiche del pensiero indoeuropeo. La paternità dell'inno è attribuita, come abbiamo visto, a Dīrghatamas, il veggente cieco, un officiante rituale, un rishi che compone oralmente in uno stato di profonda ispirazione visionaria (dhī), in un mondo in cui la parola non serve per descrivere la realtà, ma per crearla. L'Asyavāmīya Sūkta non è una preghiera consolatoria e non è un inno di lode a una divinità specifica. È un Brahmodya: una gara teologica, una sfida a colpi di indovinelli cosmologici, recitata durante le pause dei grandi sacrifici pubblici (śrauta). In questi contesti, i sacerdoti si sfidavano formulando enigmi irrisolvibili sulla natura del cosmo. Chi perdeva, metaforicamente (e a volte letteralmente, nei miti successivi), perdeva la testa. L'inno 164 è la summa di questa tradizione: 52 strofe criptiche, ellittiche, cariche di simboli oscuri e paradossi.
Nei primi 19 versi dell'inno, l'occhiodi Dīrghatamas è puntato verso l'alto, sul macrocosmo. Il saggio interroga i cieli descrivendo la ruota del Sole, il carro del Tempo con dodici raggi, i mesi, e trecentosessanta snodi, i giorni, la formazione delle nuvole e la pioggia. È una visione cosmologica imponente, vertiginosa e oggettiva. Dīrghatamas si chiede chi abbia creato tutto questo, chi abbia visto "il primo nato", come la materia ossea e il sangue si siano formati. Poi, arrivato al verso 20, avviene uno stacco improvviso e geniale. Dīrghatamas abbassa gli occhi dal cielo infinitoverso il microcosmo. L'attenzione passa dall'universo all'individuo. L'albero cosmico diventa improvvisamente il corpo biologico umano. Su quest'albero non ci sono più gli dei del sole e della tempesta, ma ci sono i due uccelli. Dīrghatamas ci sta dicendo che lo stesso abisso, lo stesso mistero insondabile che regge le stelle e la ruota dell'anno, si trova esattamente replicato all'interno della coscienza di chi sta guardando. Dopo questo verso, il verso 20, avendo ormai stabilito che l'essere umano è intimamente scisso tra l'azione, il mangiare, e la contemplazione, il guardare, l'inno prosegue la sua vertigine fino a culminare nel verso 46, quello dell'Ekaṃ Sat (l'Uno a cui i saggi danno molti nomi), cercando di ricucire la dualità appena esposta in un Principio Supremo unitario. [vedi articolo: Dio è uno o la verità è una? Il pensiero Indù delle origini.]

Questo aforisma è l'anello di congiunzione della genealogia del pensiero patañjaliano:
Patañjali ha preso il secondo uccello di Dīrghatamas e ne ha fatto l'asse portante del suo sistema (dṛśimātraḥ, colui che è pura facoltà di visione, YS II.20),  il Puruṣa. L'intero percorso degli Yoga Sūtra non consiste nell'abbattere l'albero né nell'uccidere il primo uccello, ma nell'interrompere l'illusione ottica che fa credere al primo uccello di essere solo e condannato alla fame. Quando l'uccello che mangia smette per un istante, si volta indietro e scorge l'immobilità regale del suo compagno di ramo, la tragedia del Saṃsāra svanisce. La mente tace e ritrova la propria dimora naturale nella luce di chi non ha mai avuto bisogno di nutrirsi per essere eterno.

Secoli dopo, gli estensori delle Upaniṣad prenderanno l'inno di Dīrghatamas e cercheranno di fondere i due uccelli, affermando che in fondo sono la stessa cosa. Patañjali, al contrario, farà un'operazione di ingegneria inversa: prenderà il verso 20, lo staccherà dalla cornice monistica dell'Ekaṃ Sat, e costruirà l'intero edificio dello Yoga per garantire che l'uccello che osserva (il Puruṣa) non debba mai più identificarsi con l'uccello che mangia (il Citta, la mente).

Perchè la  Shvetashvatara Upanishad riprende questo verso? A differenza del Ṛgveda, non siamo più di fronte a un singolo rishi arcaico come Dīrghatamas, bensì a una scuola sacerdotale vera e propria. L'opera appartiene al canone del Kṛṣṇa Yajurveda (Yajurveda Nero), nello specifico al ramo fondato dal saggio Śvetāśvatara (letteralmente "colui che possiede muli bianchi", o in senso esoterico "colui i cui sensi sono purificati"). La datazione si colloca all'incirca tra il V e il III secolo a.C. È una delle cosiddette Upaniṣad medie, cronologicamente coeva o di poco posteriore alla nascita del Buddismo antico, ma anteriore alla composizione formale degli Yoga Sūtra di Patañjali e della Bhagavadgītā. La civiltà indiana sta vivendo una fase di profonda transizione. Il monopolio sacerdotale dei sacrifici esteriori è entrato in crisi; ferve il dibattito tra gli asceti erranti (śramaṇa) e le scuole ortodosse. La Śvetāśvatara si pone come una potente sintesi: non rinnega i Veda, ma innerva la prassi brahmanica di elementi che potremmo definire proto-yogici, proto-sāṅkhyani e di un nascente teismo devozionale incentrato sulla figura di Rudra-Śiva.

Nel quarto capitolo della Śvetāśvatara, il verso dei due uccelli non è un frammento isolato come nel Ṛgveda: è incastonato in una sequenza serrata di tre strofe che compongono una vera e propria mappa filosofica del destino umano. Che potremmo così riassumere

[IV.5: IL TEATRO DELLA MATERIA]
La capra tricolore (Prakṛti con Sattva, Rajas, Tamas)
La strofa immediatamente antecedente introduce la celeberrima immagine della capra (ajā, termine che significa anche "non-nata", dunque eterna) screziata di tre colori: rosso, bianco e nero (lohita-śukla-kṛṣṇām). Per la storia delle dottrine religiose, questa è la prima formulazione esplicita della Prakṛti e dei suoi tre costituenti primordiali (Guṇa: Rajas-rosso, Sattva-bianco, Tamas-nero).

[IV.6: I DUE UCCELLI SULL'ALBERO]
Il verso in esame. Immediatamente dopo aver descritto la natura materiale tricolore, l'autore convoca il verso 20 dell'inno di Dīrghatamas: i due uccelli compagni salgono sui rami dell'albero. L'albero, preparato dal mantra IV.5, è inequivocabilmente il corpo generato dalle tre qualità della materia.
L'uno mangia (l'Io agente), l'altro risplende senza toccare cibo (il Testimone)

[IV.7: LA CADUTA E IL RISCATTO]
L'uccello che mangia si dispera per la propria impotenza;
scorgendo l'Altro (il Signore), si libera per sempre dal dolore.
Mentre nel Ṛgveda l'inno passava ad altri enigmi cosmici, qui la Śvetāśvatara Upaniṣad aggiunge una strofa esplicativa (IV.7) che chiude l'allegoria:

समाने वृक्षे पुरुषो निमग्नोऽनीशया शोचति मुह्यमानः ।
जुष्टं यदा पश्यत्यन्यमीशमस्य महिमानमिति वीतशोकः ॥

samāne vṛkṣe puruṣo nimagno 'nīśayā śocati muhyamānaḥ |
juṣṭaṃ yadā paśyaty anyam īśam asya mahimānam iti vītaśokaḥ ||


"Sullo stesso albero l'individuo (puruṣa) rimane sommerso e, accecato dalla propria impotenza (anīśayā), si consuma nel dolore; ma quando scorge l'Altro, il Signore adorato (īśa), e contempla la sua grandezza, egli si libera per sempre da ogni afflizione."


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