di Marco Sebastiani
Inauguriamo una nuova rubrica dedicata alle divinità del pantheon induista, iniziando da uno dei personaggi più affascinanti, controversi e fraintesi: la dea Kālī (sanskrito काली, di seguito Kali). Dicevamo fraintesi perchè, oggigiorno, con la riscoperta del tantrismo, spesso vengono sovrapposte categorie evidentemente occidentali, con categorie indiane ed induiste, alle volte seguendo derivazioni del culto molto recenti. Anche Hollywood ha avuto la sua responsabilità, accostando la dea a presunti culti oscuri e pericolosi. Cercheremo di ricostruire la figura classica, rituale, di Kali, basandoci sui testi tradizionali. Bisogna comunque ricordare sempre che ciò che noi chiamiamo Induismo non costituisce in realtà un corpus omogeneo, ma è composto di varie tradizioni, vere e proprie religioni a se stanti, che si sono susseguite nei millenni e che, alle volte, ancora coesistono. Le sfumature sono quindi moltissime ed una certa approssimazione è sempre necessaria, soprattutto quando parliamo di miti e simboli. A tale riguardo Kali nasce nei tempi molto antichi come divinità che regola il tempo, collegata con la morte, dalla natura feroce e anche benevola, ma si evolve nel medioevo indiano, attraverso i testi tantrici, in una particolare personificazione dell'energia che tutto pervade, energia eterna ed imperitura come il tempo, ma andiamo ad approfondire meglio questi aspetti.
"Spaventosa alla vista, la sua risata scopre denti terribili. Lei è in piedi sopra un cadavere. Ha quattro braccia. Le sue mani tengono una spada e una testa mozzata, fanno il gesto di allontanare la paura e di donare. Lei è la dea benefica del sonno, compagna di Shiva. Nuda, vestita di spazio, la dea risplende nel suo colore nero. La lingua pende fuori dalla bocca. Porta una collana di teschi. Questa è la degna forma della potenza del tempo, Kali, su cui meditare."
Kali Tantra
