Gli Aghori e la consapevolezza della morte

marzo 08, 2021

di Marco Sebastiani
liberamente ispirato a "In defense of Aghora" di S. Svechachari, Pragyata.

Ci siamo sempre rifiutati di parlare dei sadhu aghori perchè rappresentano una setta di monaci rinunciatari indiani decisamente minoritaria, la sua popolazione è stimata in alcune centinaia di praticanti, ma dei quali si parla spesso, troppo spesso, per le pratiche notevolmente divergenti rispetto al sentire sia occidentale che indiano. Gli articoli ed i documentari pubblicati sconfinano quindi molto spesso nell'approccio "folkloristico" o, peggio, nell'invenzione volta a suscitare morboso interesse. Ecco quindi che gli Aghori sono chiamati cannibali, maghi, negromanti e descritti, fuori contesto, intenti nelle pratiche più impressionanti. Perché dunque ne parliamo oggi? E' infatti ritornato in auge un documentario di alcuni anni fa della CNN che evidentemente pecca dei difetti sopra descritti e che ha generato molte polemiche.

Un programma della CNN chiamato "Believer", presenta infatti un episodio dedicato agli Aghori e alle loro pratiche "eccentriche". Il canale ritrae, essenzialmente, la setta e i suoi rituali insoliti fuori contesto e persegue nella traccia dell'eredità coloniale razzista continuamente intenta nel portare agli indù una cattiva nomea. Il meccanismo è infatti sempre lo stesso. Anche durante il regime britannico molti missionari cristiani raccoglievano selettivamente frammenti di induismo e poi dipingevano un'immagine cruenta, irreale e umiliante del Sanatana Dharma, la religione dell'India. Questa immagine era strumentale come giustificazione al proselitismo nei confronti dei nativi oppure all'oppressione da parte del regime. Anche lo yoga passò per questa prassi: venivano presi elementi occasionali e fuori contesto, come i rinuncianti che dormivano sul letto di chiodi oppure qualcuno che si faceva seppellire vivo e presentati come tratti infantili di una popolazione "primitiva" e "da educare". Ancora, altre volte, gli yogin erano presentati come fachiri, ciarlatani che abusavano della credulità popolare, pretendendo di arrampicarsi su corde che si libravano nell'aria oppure di levitare. Altre ancora, infine, erano descritti come oscuri maghi, dediti alla magia nera e alle pratiche diaboliche, depositari di poteri provenienti da Satana. Lo yoga aveva inoltre una grande potenzialità nazionalistica e aggregante e per questo motivo fu vietato dagli invasori inglesi, ma ammantando l'operazione con il fumo precedentemente evidenziato: gli yogin erano oscuri fachiri frutto di usi e conoscenze primitive. Fortunatamente questa impostazione si è completamente ribaltata, ma, vedremo, sopravvive in alcuni atteggiamenti. Agli Aghori tocca ancora oggi una sorte simile.

Il vergognoso documentario della CNN va persino oltre la ricerca del morboso e l'estrapolazione di dettagli bizzarri e negativi fuori contesto relativi agli Aghori.

Questo il link al trailer del documentario: https://edition.cnn.com/videos/world/2017/02/27/believer-reza-aslan-who-are-aghori-sahdus-india-orig-ff.cnn

Gli autori della CNN affermano che gli Aghori sono la reazione all'ossessione per la purezza propria degli indiani, che si riflette, tra l'altro, nel sistema delle caste. Questa affermazione riesce ad essere al contempo superficiale, immotivata e, in ultima analisi, stupida. Affermare che gli indiani siano ossessionati dalla purezza è privo di qualsiasi fondamento. Il concetto di ossessione, riferito ad una cultura o una società, getta gratuitamente un'ombra negativa tipica del pensiero razzista. Il concetto di purezza, qualora legato al karma, andrebbe inoltre contestualizzato. Che gli Aghori siano in contrapposizione a questo sistema presupporrebbe scelte volutamente impure, ma ciò non avviene. Esiste una contrapposizione nella cultura indiana tra cultura bramhanica e tantrismo, evidente in diversi testi tantrici in cui vengono anche apertamente derisi i bramhani. Ma non è questo l'orizzonte di riferimento della CNN. La contrapposizione sopracitata tra purezza e ciò che è impuro è un espediente giornalistico per cercare di creare interesse, discreditando tutta l'India, e il giudicare la cultura indiana "ossessionata" dalla purezza è un mero preconcetto razzista di stampo coloniale.

Per tutti questi motivi gli Aghori sono probabilmente uno dei gruppi meno compresi di sadhaka, praticanti impegnati in una via sarco-pirituale, all'interno del  Sanatana Dharma, la dottrina indù. Essi scelgono di ignorare le norme e le convenzioni imposte dalla società. A complicare la situazione si aggiunge anche il fatto che Reza Aslan, il presentatore della CNN titolare della serie, è di religione islamica, spesso definito addirittura "apologeta del terrore islamista" e criticato da molti individui e organizzazioni indù per la sua rappresentazione sensazionalista dell'induismo e per la falsa rappresentazione dei suoi concetti fondamentali, volti a rafforzare gli stereotipi coloniali sull'India.

Allora, cosa sono esattamente gli Aghori e perché evocano reazioni contrastanti anche tra gli stessi indù? Prima ancora di addentrarci nell'esplorazione dei valori fondamentali di questo percorso, evidenziamo che il nome Aghora - che significa "non terrificante", "benevolo" - è uno dei nomi di Shiva. Il suo lato meridionale è chiamata Aghora e il sud, in relazione a Shiva, rappresenta la morte e il terreno di cremazione. Quindi, la prima cosa che impariamo, è che il termine Aghora ha qualcosa a che fare con la morte. Alcuni studiosi affermano che questa setta sia nata come un derivato delle antiche organizzazioni Kapalika, un ordine monastico shivaita e Pashupata, la più antica scuola vedica shivaita, ma questa ricostruzione è molto difficile, come lo è qualsiasi studio organizzato e non superficiale degli Aghori poichè non possiedono scritture canoniche. Tutte le informazioni che abbiamo sono quindi derivate da studi sul campo, interviste, seppure gli Aghori autentici siano generalmente molto schivi verso il mondo esterno e poco propensi ad entrare in contatto con gli studiosi. La maggior parte delle pratiche degli Aghori sono tradizionalmente tramandate da guru a discepolo e, in un certo senso, possono essere ampiamente descritte come rituali tantrici Vamachari, ovvero "della mano sinistra", portati all'estremo. Il culto ha una fascinazione leggendaria per il terreno di cremazione, luogo in cui si incontrano gli adepti, perché i voti di un Aghori iniziano con l'accettazione dell'unica realtà che definisce la vita umana: la morte.

Indipendentemente da ciò in cui si crede, la morte è certa ed è davvero il più grande miracolo della Natura e di Maya, il velo dell'illusione che la natura esprime, la morte infatti è una fine solo apparentemente. Tuttavia viviamo la maggior parte della nostra vita senza tenere conto di questo fatto. Ciò che Yudhisthira ha detto a Yaksha nella Mahabharata, nel famoso episodio sulle rive del lago, è vero anche oggi [confronta articolo su Yudhistira e la grù]. Sappiamo in teoria che tutti muoiono, ma, in pratica, le nostre menti sono configurate per credere che a noi non succederà e questo è sicuramente uno dei grandi inganni della natura per aiutarci a sopravvivere nell'ignoranza. Partendo da questo presupposto possiamo capire che l'Agori, come ogni altro sadhaka, non sia però interessato alla mera sopravvivenza, ma a superare l'illusione e quindi voglia riorganizzare le proprie prospettive sulle cose in modo da vedere il mondo così com'è, non come vorremmo vederlo. Con questo in mente, gli Aghori cercano quindi di abbattere la loro visione del mondo e della morte anestetizzata e di diventare pienamente consapevoli della pressione profondamente inquietante che esercita la morte fisica sugli uomini. Quando ci si rende conto che la morte è certa, la vita cambia di significato così come gli sforzi egoistici. Questo è vero per quasi tutte le tradizioni di sadhu, che hanno infatti spesso come rituale iniziatico la simulazione di una morte, il salto nel fuoco, e della rinascita a nuova vita, motivo per il quale non verranno cremati alla loro morte, ma abbandonati nel Gange. Per gli Agori questo tratto diventa però veramente peculiare, nel superamento della morte assistiamo al trascendere la condizione umana e trovare il significato e lo scopo più ampi per la vita. Questo tema si trova spesso nella mitologia indù, emblematico è l'episodio di Parikshit Maharaja quando viene a sapere di avere solo sette giorni di vita. 

Esiste un termine: smashan vairagya, il distacco causato dalle pire, ovvero il distacco dalla vita che si instaura quando una persona visita un luogo di cremazione. Ecco perchè molti indiani visitano Benares, Varanasi, e perchè qui molti sadhu sono soliti vivere e praticare. Nella letteratura, si dice però che questo stato non dura a lungo. In pochi giorni la mente ritorna alle normali abitudini e le vecchie abitudini riaffiorano per prendere il controllo della nostra vita. Ciò che un Aghori cerca di fare è rendere permanente questo distacco, assicurandosi di ricordare costantemente l'inevitabile fine della nostra vita, in modo da cercare ciò che è immutabile. Gli Aghori sono quindi soliti praticare lo yoga e altre attività tra le pire mortuarie, cospargersi il corpo di ceneri  provenienti da esse, vestire di nero e non di arancione come gli altri rinunciatari, e adornarsi con oggetti collegati alla morte, teschi, ossa, etc.

Come dicevamo, la pratica aghora coinvolge rituali che hanno radici nel vamachara tantrico in cui il consumo di carne carne, l'alcol, il sesso sono usati in modo controllato, come una medicina, per trascendere i limiti umani. Si suppone che uno dei più grandi saggi, Maha Siddha, tantrici, Matsyendranath, abbia detto che il maithuna (sesso) può essere usato come strumento per il prarthana (preghiera). Naturalmente tali pratiche furono guardate con sospetto e sfociarono nel ripetuto fraintendimento che alcuni seguaci del tantra e gli Aghori stessi praticassero un culto depravato e fossero cercatori di piacere, mentre fingevano di essere uomini e donne spirituali. Sebbene non si possa negare che alcuni Aghori abbiano finito per condurre un'esistenza contraddittoria e abbiano portato una brutta nomea a questa via spirituale, è pensiero diffuso che alcuni praticanti tra di loro abbiano realizzato le più alte verità del Sanatana Dharma. All'inizio del XVII secolo, Kinaram Aghori visse a Kashi e viene considerato un grande maestro. Si crede che fosse un discepolo dell'immortale signore Dattatreya, avatar della trimurti e compositore dell'Avadhuta Gita. Anche il noto Trilanga Swami, ovvero Swami Ganapati Saraswati, di Varanasi era un aghori, e anche il famosissimo Ramakrishna Paramhamsa aveva praticato la vamachara sadhana. Alcune fonti riferiscono che il fondatore della setta Aghori sia stato Baba Kinaram, nato nei pressi di Varanasi all'inizio del 1600.Una parte dell'induismo e dei bramani guarda a questi maestri con diffidenza, come, a dire la verità, alcuni guardano con diffidenza generalizzata i sadhu tutti. Sono stato personalmente messo in guardia in India, più volte, nei confronti di alcuni sadhu che poi si sono rivelati persone eccezionali. Ciò che è utile sottolineare è la generale diffidenza che gli indù medi provano ogni volta che si parla di Aghori. Questo può essere anche il risultato di secoli di costumi puritani imposti da culture e governanti stranieri.
Un'altra parte degli indiani ritiene invece che l'individuo sia condotto nella scelta di questo o quest'altro sentiero della sadhana in base alla sua progressione karmica, ovvero dal momento particolare in cui si trova nel ciclo delle rinascite, e in base alla sua essenza, svabhava.

Quasi tutti i sadhu indiani fanno uso di sostanze stupefacenti. L'uso di sostanze inebrianti è finalizzato a trascendere i limiti posti dalla mente e dal corpo in modo tale che l'individuo sia in grado di connettersi al Divino in qualsiasi luogo e in qualsiasi condizione. Questo può accadere più facilmente quando tutte le inibizioni vengono distrutte. E' questo, molto semplicisticamente, l'impianto di credenze che ne è alla base. Generalmente sadhu e baba utilizzano la charas, l'ashish indiano, gli Aghori utilizzano anche l'alcol, generalmente stigmatizzato in tutta la cultura indiana, sadhu compresi. Il consumo ritualistico di alcol prevede la purificazione della bevanda e la consacrazione con mantra in modo che sia la divinità a consumare l'alcol attraverso il tantrika o aghori. Allo stesso modo, i riti sessuali Aghori non sono simili alla normale indulgenza carnale dei non iniziati. Qui, all'Aghori viene nuovamente chiesto di mantenere una salda presa sulla sua consapevolezza anche in preda a un orgasmo, impedendo il rilascio del seme e trasformando consapevolmente la shakti, l'energia, in una forma più sottile. Anche questa pratica è ben attestata nei testi tantrici. Su questa base si inseriscono narrazioni bizzarre, non sappiamo quanto reali, frutto di fantasia o di pratiche collaterali, che raccontano di Aghori che si accoppiano con prostitute, tra le pire funebri, quando queste sono nei giorni del ciclo mestruale. Dobbiamo però considerare che nell'India di oggi non deve essere facile per un Aghori praticare rituali sessuali con donne consenzienti non a pagamento, vista la cattiva nomea e il loro aspetto decisamente inquietante e legato alla morte. E' quindi plausibile che le prostitute, non lavorando nei giorni in cui sono indisposte con i normali clienti, possano essere scelte per questo fine e quindi questo racconto assume caratteristiche meno fantasiose di quanto sembrerebbe ad una prima analisi.

Va ricordato che nessuna delle pratiche di cui sopra sono aspetti obbligatori per gli Aghori e spesso molti di loro evitano l'uno o l'altro di questi rituali tanto discussi. Raja Krshnachandra del Bengala era un sadhaka Tantrika-Aghori che notoriamente voleva stare lontano dall'alcol. Il leggendaria Bamakhepa, discepolo o di Tara, praticò la sadhana aghori e rimase celibe per tutta la vita. Ci sono stati alcuni famosi Aghori noti per essere vegetariani rigorosi. Il punto da notare è che un Aghori non ha restrizioni o regole e ognuno segue, totalmente o selettivamente, parti di questa sadhana che sono necessarie per il proprio sviluppo spirituale. È importante rendersi conto che per un sincero seguace degli Aghori c'è un tremendo, travolgente, senso di urgenza per abbattere i propri limiti in modo che possa sperimentare e vivere l'infinito. Questa urgenza fa percorrere loro pratiche "estreme" nella sadhana, che la gente comune o gli altri sadhu difficilmente penserebbero mai di tentare. Ad esempio, per rimanere alle pratiche che suscitano curiosità, un particolare tipo di sadhana consiste nel sedersi su un cadavere morto da poco, all'interno di un terreno di cremazione, e cantare i mantra della divinità. La pressione psicologica generata dall'ambiente di una simile sadhana può sconvolgere un individuo non preparato. Infatti si dice che pochissimi tentano questa pratica e, cosa cruciale, il fallimento in questo caso non offre un'altra possibilità perché una shava sadhana  - questo è il modo in cui viene chiamata anche all'interno del vamachara tantra [cfr.: Kaulavali-nirnaya, Shyamarahasya, Tara-bhakti-sudharnava, Purasharcharyarnava, Nilatantra] - mal riuscita, porta alla follia o alla morte. Questa caratteristica fa comprendere l'eccezionalità di tale pratica.

Nel video promozionale della CNN, hanno mostrato un sadhu Aghori che mangia carne e gettava i resti verso il conduttore del programma. Volendo prendere questa scena per autentica e non considerarla frutto di un copione, per quanto possa essere disgustoso, questo non è un aspetto determinante degli Aghori ma, cosa più importante, non è nemmeno proibito. In effetti la pratica aghora permette tutto purché avvicini all'infinito, ricordando la caducità della vita. C'è un'affermazione semplice e evocativa usata nella sadhana aghora: "vergogna, disgusto e paura sono i primi tre nemici da sconfiggere". Pertanto, gli Aghori a volte incarnano il disgusto, superando la loro avversione verso le cose più spaventose, in modo che ciò non disturbi la loro equanimità. Questo è l'esercizio. In modo analogo i naga baba che vanno in giro per il mondo nudi, dimostrano il loro distacco dai sensi carnali. Tornando agli Aghori, tali pratiche possono essere confuse con la necrofilia, il cannibalismo ecc. ma sono, in realtà, completamente diverse. Si narra di un leggendario Aghori che viveva vicino al Bakreshwar, di nome Shaktipeetha Smashan, che mangiava, una volta ogni tre giorni, riso mescolato con la materia cerebrale dei teschi in fiamme. La veridicità di questa leggenda non è importante, è importante sottolineare che l'obiettivo di una tale pratica è quello di ricordare che il nostro corpo inevitabilmente muore e quello di imparare a conservare e mantenere distacco e autocontrollo durante una pratica che naturalmente genera repulsione.

C'e' una leggenda indiana che narra di un monaco che praticava da diversi anni in un rifugio tranquillo e panoramico, lontano dalla gente. Raggiunse uno stato di coscienza molto elevato, ha avuto molte esperienze meravigliose, in seguito alle quali è andato a incontrare il suo Guru. Il Guru era felice, sorrise in un lieve incoraggiamento e poi gli disse che doveva fare altri tre mesi di sadhana. Solo che questa volta sarebbe stato in un luogo diverso: una caverna remota piena di scorpioni, serpenti e altri animali notturni. Non ci sarebbe stato cibo normale disponibile. La grotta stessa era in una posizione remota. Il discepolo andò lì e si sedette in meditazione. Di notte iniziò un forte temporale con il vento che ululava facendo strani rumori nell'oscurità della notte. Il sannyasi stava lottando per concentrare la sua mente. Di tanto in tanto, sentiva strane creature strisciare sul suo corpo. All'improvviso ci fu un enorme lampo e sentì il ruggito agghiacciante di una tigre nelle vicinanze. Scattò fuori dalla grotta e continuò a correre giù per la collina finché non raggiunse la casa del suo Guru e confessò la sua incapacità di continuare. Il Guru sorrise ma non cedette e lo rimandò indietro.
Ciò che si può sperimentare o ottenere in un ambiente confortevole potrebbe non essere sufficiente per resistere alla turbolenza psicologica in un'atmosfera instabile. Questo è precisamente dove insiste la via degli Aghori. Inizia con l'oscura caverna della deprivazione finché non può insegnare al ricercatore a irrompere nella luce. Così, mentre un sadhaka può essere scosso in un ambiente non congeniale, un vero aghori si sentirebbe a casa in tutte le circostanze.

Ci si potrebbe chiedere perché si dovrebbe seguire un percorso tamasico, letteralmente तमस् tamas significa oscurità, obiezione alla quale probabilmente un Aghori risponderebbe: "perché no?". Tutti e tre i guna: tamas, raja e satva, l'inerzia, la purezza e la passione, lavorano costantemente nell'universo per la creazione, il sostentamento e la distruzione e il predominio di uno è secondo le necessità del momento. Questo discorso ci porterebbe troppo lontano, basti qui ricordare come nel famoso 3 ° capitolo del Devi Mahatmya , Durga guida gli otto Matrikas nella battaglia contro il demone Raktabija. Abbiamo uno sloka in cui la Dea dopo un lungo combattimento con Mahisasura si prende una pausa. Prende il panapatra, una ciotola per bere, e profetizza all'esercito queste parole:

    “Garja garja Kshanam moorha, madhu yavat pivamyaham |
    Mayaa twayi hatehtraiva, garjishyantyashu devatah || "
 

Prenditi il ​​tuo tempo o esercito di Raktabija e gioisci mentre finisco questo vino, poiché in seguito sarai ucciso e gli dei si rallegreranno.

Questo verso è considerato particolarmente interessante perché non solo legittima l'uso del vino nei rituali, ma fornisce un suggerimento su quando la natura tamasica dell'alcol è più utile: distruggere qualcosa che è profondamente tamasico. 

Probabilmente l'ashram di Aghori più autentico e formale, per quanto è possibile formalizzare una cosa come la via Aghora, è il Kinnaram Ashram di Varanasi. Hanno mantenuto il controllo e la disciplina necessari in questo percorso e storicamente hanno prodotto alcuni maestri famosi. Le loro sadhana vengono eseguite lontano dagli occhi del pubblico e l'ashram non ha libero accesso. La leggenda narra che quasi quattro secoli fa, Kinnaram e Kaludom, che erano anche essi Aghori,  presero un fuoco dai terreni di cremazione e crearono un Rudra dhuni, un fuoco sacro a Shiva, che è tenuto acceso ancora oggi. Uno stagno all'interno dell'ashram è stato consacrato alla Shakti di Devi Hinglaj, la cui Shakti Peetha originale, luogo di pellegrinaggio, è ora in Pakistan. Sebbene la maggior parte degli Aghori adori tradizionalmente Kala Bhairava, la forma che Shiva assumeva quando risiede nel terreno di cremazione, altri tra loro sono devoti ad altre Devi. Bhairava rappresenta la suprema realtà, il nome è infatti sinonimo di Para Brahman ed è immaginato vagare cosparso di cenere da un terreno funerario ad un altro. Bharva, che significa lo spaventoso, è anche colui che distrugge la paura. A tale riguardo è fondamentale il Vijñāna Bhairava Tantra, che descrive le 112 meditazioni per trascendere la consapevolezza. In questo senso c'è una identificazione tra un Aghori e Bharaiva.

Una regola pratica, semplice, ma estremamente utile, da seguire quando si incontra un Aghori è che chiunque sia desideroso di mostrare i suoi rituali davanti a una telecamera o ad estranei è probabilmente alle prime armi, se non dichiaratamente un impostore. In questo contesto, va anche ricordato il fascino che ha per gli indiani, compresi i cosiddetti asceti, lo straniero dalla pelle bianca con una macchina fotografica. A chiunque abbia girato per il paese fuori dai luoghi turistici sarà stato richiesto di fare un fotografia insieme.

Il Mahavrata dei Kapalika, di cui abbiamo visto il riferimento in vari testi antichi, richiederebbe a un sadhak di stare lontano dalla società, nutrirsi di un teschio umano qualunque cosa possa ricevere chiedendo l'elemosina e vagare in luoghi desolati e remoti come i terreni di cremazione all'esterno. di città e villaggi in una coraggiosa e tremenda emulazione del grande dio Bhairava che, si dice, aveva vagato così con la kapala di Brahma in lungo e in largo per Bharata. Gli Aghoris non adorano qualcosa al di fuori dell'ovile indù, perché Bhairava non è altro che Shiva nella sua forma di Signore del terreno di cremazione. E a pensarci bene, il mondo intero è come un terreno di cremazione perché la morte può arrivare sempre e ovunque. Nessun'altra religione standard oltre al Sanatana Dharma è stata in grado di guardare al Divino non solo come un creatore e sostenitore, ma anche come il distruttore finale delle cose. Questo è ciò che cerca di fare un Aghori. Diventa Bhairava emulando la sua forma esterna in modo che alla fine, internamente, non ci sia differenza tra il cercatore e il dio.

 Gli Aghori, come spiegato in precedenza, scelgono di vivere liberi dai vincoli sociali e quindi, per definizione, non aderiscono ai diktat della società. Allo stesso tempo sono ai margini delle norme sociali e persino delle leggi: il cannibalismo e il consumo di droghe sono vietati infatti. Come si pone un aghori a questo riguardo? Faremmo bene a porre questa domanda a un Aghori stesso e la probabile risposta che otterremmo è che non ha importanza. Perché? Perché il sentiero di un Aghori è un sentiero di estremi e gli Aghori tendono ad avere una visione piuttosto sprezzante del pericolo mondano. Un Aghori si assume la piena responsabilità delle sue azioni e non si sottrae alle potenziali conseguenze negative, che includono l'essere dalla parte sbagliata della legge in questa vita e la ricompensa karmica nella prossima.

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