I cicli cosmici tra Veda e scienza

novembre 07, 2020

 

di Kenan Digrazia

 

Forse il più grande regalo che la civiltà indiana può fare all'Occidente è costituito dalla comprensione della piena integrazione armonica di tutti i cicli della Natura in un unico grande ritmo universale, dottrina che svetta tra tutte le culture per profondità e ricchezza della riflessione sviluppata. Infatti, sebbene anche in molte altre civiltà antiche si fossero originate delle intuizioni simili, queste erano sempre rimaste circoscritte agli ambiti sacerdotali, astronomici o strettamente mitologici; in India, invece, il “ciclo cosmico” è dottrina metafisica, rituale, puranica (e quindi anche attinente alla sfera del “mito”) e, sopratutto, salvifica, cioè latrice di un messaggio di liberazione dell'uomo “dalla schiavitù dell'esistenza terrena”, tanto da permeare interamente non solo i sei cammini dell'Induismo, i darśana, ma anche la cultura, i riti e persino i modi di fare della popolazione fino al giorno d'oggi.

Proseguendo il filone del nostro precedente articolo sulla cosmologia, possiamo affermare che anche in questo interessante ambito di ricerca vi siano dei rimarchevoli punti di contatto con i modelli matematici della moderna astrofisica teorica, di cui daremo un sunto. Ma andiamo con ordine.

La prima traccia di una profonda intuizione dell'interconnessione dei ritmi della Natura si rintraccia ovviamente nel Ṛg Veda, in particolare nella fase arcaica dello sviluppo della lingua sanscrita. Due vocaboli etimologicamente correlati tra loro ce lo dimostrano: ṛta e ṛtu. La radice è ṛ-, “mettere in moto”, “muovere verso” o anche ar-, “accomodare”, “sistemare (i raggi della ruota)”; cosicché ṛta sarebbe ciò che viene ben sistemato, la norma stabilita secondo una connotazione dinamica. Da tale parole deriva il vocabolo ṛju, “onesto”, “retto”, “che si muove bene (sincero)”, quindi il latino rectus, quindi i termini italiani retto, rettitudine, diritto, ecc...

Ṛta viene sovente tradotto come “Ordine Cosmico”, il che è corretto a patto di comprendere che cosa i Veda e la Tradizione indica intendano per Ordine Cosmico: è l'insieme delle leggi che mantengono la realtà in un equilibrio dinamico di scambi, la cui manifestazione più sublime è proprio il Sacrificio. Il ṛta è ciò che determina il Sacrificio e da esso trae la propria sussistenza: si ripete spesso che il ṛta è sostenuto dal ṛta (cfr. RV I, 23, 5 e RV V, 68, 4). Bisogna inquadrare il tutto nella visione indiana della creazione come sacrificio: Prajāpati, l'antico Signore degli esseri, s'immola per le sue creature, di conseguenza, ogni cosa nell'universo agirà con il medesimo spirito di sacrificio per mantenere la struttura della realtà vera e stabile. Il ṛta è il fondamento ultimo di ogni cosa, né creato, né increato. Ṛtu, invece, dal quale deriverebbero probabilmente i vocaboli “rito” e “ritmo”, indica inizialmente i tempi stabiliti per i sacrifici, quindi, proprio in conseguenza della suddetta visione cosmica del Sacrificio, passa ad indicare le ere ed i momenti solenni in cui si ha una reiterazione dell'atto primordiale creativo. Non una fuga dal tempo, ma una ricerca dell'immortalità nel tempo, come anche ha fatto notare il grande studioso Mircea Eliade. Ṛta e ṛtu si possono quindi paragonare rispettivamente all'ordine costruttivo di una ruota coi suoi raggi, il suo cerchione, ecc … e alla frequenza di rotazione della stessa.

I tempi stabiliti (cfr. il greco καιρόι) nello sviluppo dell'Universo e nella manifestazione cosmica non sono altro che frutto dell'Ordine dinamico, intrinseco nella realtà, che si manifesta in forme diverse a seconda delle condizioni speciali di esistenza che andiamo a considerare (uomini, bestie, deva, ecc...), ma che nella sostanza è un invariante. Ad esempio, si consideri l'archetipo dell'alternarsi del giorno e della notte. A livello planetario è proprio il ritmo del buio e della luce. Al livello della pratica yoga è l'ispirazione (prāṇa) e l'espirazione (apāna). Dal punto di vista della recitazione sacra è l'Oṁ, con il silenzio che ad esso segue. Al livello della vita umana è la nascita, seguita dalla morte o, anche, il ritmo sonno-veglia della coscienza. Al livello cosmico è la creazione, l'emersione del cosmo dal vuoto indifferenziato (secondo quanto abbiamo accennato la volta scorsa), quindi il ritorno del tutto a Dio dal quale era scaturito. Questa, in sintesi, la visione già adombrata nei Veda, specialmente negli inni a Uṣas, l'Aurora cosmica e a Rātrī, la notte cosmica. Emerge più esplicitamente nell'inno numero 190 del decimo libro, alla strofa 3:

 

 poi, come prima [yathā-pūrvam], il Creatore

modellò il Sole e la Luna, il Cielo e la Terra,

l'atmosfera ed il dominio della Luce.


 

Il termine yathā-pūrvam è il primo a suggerire un'aperta interpretazione ciclica della creazione, ma sempre nel quadro di un processo dinamico: il mondo viene generato e sorretto come prima nel ṛta. La reticenza vedica sull'argomento viene più che compensata dalle Upaniṣad, che si profondono in descrizioni poetiche molto vivide di questa dottrina metafisica pura. Ad esempio, si guardi a questo famoso śloka (Śvetāśvatara Upaniṣad [SU], III, 2), da confrontare anche con SU IV, 1 e 11:

 

Uno solo è Dio, non ci può essere un secondo.

Lui soltanto regge questi mondi con il Suo potere.

Egli fronteggia gli esseri ed è il Pastore dei mondi;

dopo averli generati, alla fine del tempo li riassorbe.


 

Abbiamo tradotto il termine Rudra con “Dio”. Rudra è “il terribile”, appellativo divino che vuole sottolineare il senso di sproporzione provato dall'uomo al contemplare il sublime della Realtà Suprema. Da considerare incidentalmente che siamo nel filone Śivaya e Śiva viene poi identificato con Rudra, o viceversa, a seconda delle interpretazioni storiche degli studiosi.

Il concetto di Dio come Pastore dell'Universo si ritrova per la prima volta nell'inno del Ṛg Veda I, 164 (importantissimo, se non fondamentale in tema di ritmi cosmici; lo abbiamo affrontato in un articolo precedente), alla strofa 31, poi ripresa in un altro importantissimo inno, il Māyābheda Sukta (RV X, 177), “il dis-velamento di Māyā”. Māyā è l'arte, la divina sapienza misteriosa con cui il Creatore in principio “misura”, ovvero dispone le acque dell'oceano cosmico a formare i mondi e le opere. A livello di emersione dalla notte cosmica, il nome del Creatore è Varuṇa, infatti sempre associato a māyā e a ṛta nei Veda. Il citato RV X, 190, alla strofa 2, sembra proprio fare eco alle nostre parole:


Dall'Oceano, con le sue onde fu generato l'anno cosmico


Alla strofa 3 appare, come visto, il Creatore, successivamente identificato dai Purāṇa in Prajāpati-Brahma, che emerge dall'ombelico del Signore Supremo, creando il mondo materiale. La cosa non deve essere intesa però né in senso storico, né antropomorfico, bensì in senso di fasi evolutive dell'Essere. Queste ed altre considerazioni sono poi confluite nel filone Vaiṣṇava, forse il più noto in Occidente, che già si riscontra a partire dalla Mahānārāyaṇa Upaniṣad, 3-4. Ma, sicuramente, i passaggi più famosi sono quelli della Bhagavad Gītā, in cui Śrī Kṛṣṇa illustra ad Arjuna, ricalcando la Taittirīya Upaniṣad III, 1, il ciclo della manifestazione cosmica. Diamo qui alcuni esempi:


Io sono l'Origine ed anche la dissoluzione di questo intero mondo (VII, 6)

All'alba del giorno tutte le cose manifeste nascono dall'immanifesto. Al crepuscolo di nuovo si dissolvono nello stesso, in ciò che è detto l'immanifesto. Queste stesse miriadi di esseri che emergono a uno a uno, ineluttabilmente si dissolvono al crepuscolo, o Arjuna, e di nuovo emergono all'esistenza al sorgere del giorno (VIII, 18-19)

Con “immanifesto” qui si intende avyakta, ovvero la materia primordiale indifferenziata (pura quantità priva di qualità), che è uno dei pradhāna del Sāṃkhya. Vedremo la coincidenza di questo concetto con alcuni modelli cosmologici.

È importante notare che sia i piani di esistenza superiori (svargaloka, pianeti celesti, paradisiaci), che quelli inferiori (narakaloka, mondi infernali) sono sempre “al di qua” della sponda del dolore, per impiegare una metafora cara alle Upaniṣad. La morte e la sofferenza dell'inferno o la felicità e la beatitudine del paradiso sono sempre temporanei, per quanto si possano protrarre anche per migliaia o milioni di anni. L'obbiettivo è uscire dal “circolo delle esistenze terrene”, per non subire più il destino comune alla materia dell'universo, vivendo eternamente con e nell'Assoluto, Brahman. È qui che si inserisce l'unicum salvifico indiano: tutto l'universo è un ciclo, ad ogni livello, ma questa conoscenza fisico-metafisica non è fine a se stessa. Deve portarci a sperimentare un sentiero di mokṣa, di liberazione, di uscita da questa condizione ripetitiva. Si tratta della sublimazione del rituale cosmico di cui l'Eliade parla (rigenerare la Creazione ai suoi primordi) ad un livello antropologico (liberazione/restaurazione). Alcuni dei passi della Bhagavad Gītā che sottolineano questa concezione sono i seguenti:

 

Quando si acquisisce la conoscenza suprema, la natura dei saggi assomiglia alla mia: essi non nascono più alla creazione del mondo, né sono turbati alla sua distruzione (XIV, 2)

Avendo goduto del vasto regno del cielo, essi ritornano al mondo degli uomini, dopo aver esaurito il loro merito; coloro che seguono le ingiunzioni sacrificali dei tre Veda, desiderosi di godimento, conquistano solo il mutevole. Ma colui che trova la sua gioia, il suo appagamento e la sua luce interamente all'interno di sé, è uno yogin che ottiene il brahma-nirvāṇa, liberato nel Supremo, raggiunge il Supremo (IX, 21 e V, 24)


Ecco dunque l'importanza di comprendere la vera natura del cosmo e di applicare ad essa l'insegnamento massimo per raggiungere Brahman. Questa concezione si ritrova, per la prima volta nei sorprendenti Śatapatha Brāhmaṇa (X, 4, 3). A torto considerati confusi manuali di esegetica sacrificale, oggi si riscoprono (in Italia da Pietro Chierichetti, ad esempio) come serbatoio di intuizioni che dal Sacrificio costruiscono la visione del mondo che sta dietro a molte Upaniṣad e alla metafisica indiana, distinguendo tra sacrificio e discorso sul sacrificio. Il passo citato afferma: “Prajāpati è invero l'Anno, mentre l'Anno è la Morte. Chi conosce che l'Anno è la Morte, trascende la Morte stessa”. L'Anno è simbolo del Tempo (cfr. RV X, 190, 2), contenuto in interessanti speculazioni di altissima filosofia della Maitrī Upaniṣad, 14-16 e dell'Atharva Veda XIX, 53 e 54, in connessione nuovamente a RV I, 164, ma che esulano dal nostro breve articolo.

Il ciclo terrestre annuale (rivoluzione) rispecchia, ancora una volta, come vediamo, il ciclo creazione-assorbimento sul piano ultimo dell'Universo. Dunque, conoscere (non in senso intellettuale, ma olistico) che il Signore delle Creature è anche il Tempo, ovvero lo scorrere dinamico di tutti i processi fisici e metabolici porta a trascendere quella dimensione di morte ripetuta, guidando l'individuo a trascendere la Morte definitiva, l'annientamento, per potere vivere al di fuori di una dimensione temporale intesa come decadenza.

Questi concetti ritornano poi nelle leggi di Manu, al capitolo I, dove si dà una tavola sinottica delle età (yuga) dell'Universo, con la loro durata che complessivamente (4,32 miliardi di anni) viene equiparata al giorno di Brahma. Durante la veglia l'universo è in essere; durante il sonno del Creatore, tutto è riassorbito in Lui. Altri hanno invertito questo rapporto, immaginando che la realtà sia un sogno di Brahma. Ancora, nella trimurti si hanno riflessi dei cicli cosmici (creazione = Brahma, preservazione = Viṣṇu e distruzione = Śiva) e persino nell'epica. Naturalmente, un discorso più profondo richiederebbe altre sedi, vista la sostanziale unità della tradizione indiana che porta ogni verso delle Scritture, se correttamente interpretato, a rispecchiarsi in questo concetto profondo. La Terra verrà riportata alla sua bellezza ed al suo splendore antecedenti alla caduta, senza male e sofferenza, con vita immortale in comunione con Brahman, Dio.

In conclusione, diciamo che questa atavica invariante della realtà umana trova conferme anche nella moderna cosmologia. In seguito allo sviluppo della teoria della Relatività Generale (1915-18), i fisici avanzarono le prime considerazioni sulla “storia” dell'Universo da un punto di vista puramente matematico. G. Lemaître e A. Friedmann, con i loro lavori pionieristici in tal senso, sono considerati gli iniziatori della cosmologia evolutiva. Friedmann ottenne le sue note equazioni dalla metrica della Relatività Generale, ma esse si possono desumere immaginando l'universo, in un modello semplificato, come un gas (“fluido cosmologico”) in espansione, applicando quindi la meccanica Newtoniana. Nell'equazione compare un parametro Λ, detto “costante cosmologica”, il famoso “errore più grande della mia vita” di A. Einstein, ma su cui i fisici oggi si ricredono, recuperandolo. Vi sono quindi due tipi di soluzioni per detta equazione: una con Λ = 0 e una con Λ > 0. Senza entrare nei dettagli, diciamo che la casistica di Λ = 0, comprende tre situazioni:

1. Un universo chiuso, con geometria sferica. L'universo si espande, raggiunge un punto di massimo raggio, quindi ricollassa su se stesso, dando origine ad un big crunch, con eventuale nuovo big bang e ricreazione del tutto. Questo è lo scenario hindū, supportato da alcune recenti speculazioni teoriche sulle D-Brane (“teoria delle stringhe”) come produttrici di big bang ciclici.

2. Un universo piatto, con geometria euclidea. L'universo si espande fino a raggiungere una sua stabilità, un proprio equilibrio, raffreddandosi progressivamente, a meno che non vi sia una sconosciuta continua creazione di materia che mantenga i processi come li conosciamo oggi (ed era l'idea dell'universo statico di Einstein). Questa visione non è però incompatibile con una futura rigenerazione “locale” della Terra, prevista dai tre monoteismi.

3. Un universo aperto, con geometria iperbolica. L'universo si espande indefinitivamente, con un ritmo costante, raffreddandosi progressivamente fino alla morte termica.

Per quanto riguarda le soluzioni con Λ > 0, esse prevedono un unico scenario: un universo in espansione accelerata esponenzialmente, come se fosse soggetto ad una sorta di antigravità repulsiva. Sfortunatamente, al momento non abbiamo dati sufficienti per decidere univocamente per una di queste opzioni. Il fatto che Λ sia o meno zero dipende dal rapporto tra la quantità di materia complessiva e di energia contenute nell'Universo, che oggi si crede essere rispettivamente 30% a 70%. Tutto dipende da quanta avyakta, “materia indifferenziata” si tramuta in energia (tapas). Una corrispondenza concettuale impressionante.

Se i calcoli sono corretti, dovremmo essere nella fase in cui l'universo sta accelerando la propria espansione, poiché da detta proporzione risulterebbe Λ > 0, ma nulla è sicuro; le osservazioni che sensazionalisticamente vengono etichettate dalla stampa come “espansione dell'universo” sono relative a dati provenienti da quasar distanti da noi almeno 10 miliardi di anni luce, il che prova solo un'espansione relativa a 10 miliardi di anni fa, ma sulla quale oggi non possiamo pronunciarci né in bene, né in male. La questione resta pertanto ancora aperta. L'abbiamo riassunta nel grafico di cui sotto (fonte Wikipedia), in cui il tempo è su scala di miliardi di anni e le dimensioni dell'Universo su scala di miliardi di anni luce (cifre proprio astronomiche!):

 



Ci auspichiamo che il nostro piccolo contributo possa giovare non solo ai praticanti della via dello yoga, che potranno interpretare il senso cosmico delle proprie pratiche e l'interconnessione universale nota ai saggi dell'antichità (che proviene a noi oggi dallo studio sacro), ma anche ai vari studiosi di religione e scienziati che desiderano essere consapevoli della metafisica che indossano sempre, simile ad occhiali con lenti colorate, come ci ricorda Popper, dietro ogni loro teoria fisica. L'articolo non esaurisce nulla, volendo essere una semplice “introduzione” all'approfondimento personale dei brani e delle teorie citate.

 


PICCOLA BIBLIOGRAFIA FINALE

    R. Panikkar, “I Veda – Mantramañjarī”, BUR, ed. 2016

    M. Eliade, “Il mito dell'eterno ritorno: Archetipi e Ripetizioni”, Lindau, ed. 2018

    A. Ferrari, “Stelle, galassie e universo: fondamenti di astrofisica”, Springer, 2011

    P. Chierichetti, “Sette isole Sette oceani. Il Bhumiparvan: Geografia, miti e misteri del Mahabharata”, Ester Edizioni, 2016

    J. Varenne, “Cosmogonies védiques”, Arché, 1982

    R. Guénon, “L'uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta” (1925), Adelphi



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