Alessandro Magno incontra gli Yogin

agosto 07, 2019




di Marco Sebastiani
               

Alessandro Magno incontrò veramente gli yogin indiani nel IV secolo avanti Cristo? La risposta breve è sì. Se consideriamo che il concetto di vero storico, come narrazione di fatti realmente accaduti, si origina proprio in Grecia in un periodo sensibilmente precedente e che questo incontro viene narrato da numerosi e accreditati storiografi greci e latini, sembrerebbe proprio che Alessandro il Macedone abbia conosciuto di persona e abbia disquisito di filosofia con alcuni saggi asceti indiani. O almeno è verosimile che possa averlo fatto. L'aneddoto viene narrato in modo molto simile da diverse fonti, in particolare Plutarco, nella vita di Alessandro, ma anche da Pseudo-Palladio nel suo "le genti dell'India e i Brahmani", che da solo meriterebbe un'analisi dettagliata, e Onesicrito, biografo del Macedone, oppure da Strabone, Arriano, Filostrato e tanti altri. Esiste anche una fonte non storiografica, il cosiddetto "Romanzo di Alessandro" opera molto antica di cui esistono diversi manoscritti greci, siriani, ma anche un papiro egizi (il "papiro di Berlino"). Nella narrazione faremo riferimento a queste fonti, che, a dire il vero, poco si allontanano nel racconto dei fatti così come nell'orizzonte filosofico.

La seconda domanda che possiamo porci è: l'incontro ed i temi che vengono trattati, hanno contenuti genuinamente indiani oppure si tratta semplicemente di un espediente per esporre ideologie cresciute in Grecia, magari già esotizzanti all'epoca? Anche in questo caso la risposta breve è che i concetti possono essere riconducibili ad una matrice indiana, se questo può avere un senso.  Nel passato molti studiosi classicisti (vedi Camillo Morelli), avevano sistematicamente negato l’apporto genuino di dottrine indiane nel dialogo, rivendicando contenuti essenzialmente greci, ricondotti a filosofie come il cinismo, lo scetticismo o il pitagorismo. Queste dottrine sembrerebbero rilevare infatti un'influenza orientale, e sicuramente gli scambi culturali tra Grecia ed India antiche furono molti e costati, ma nella sostanza tali filosofie citate sono un prodotto del mondo greco. Gli studiosi classici sono però giustificati dalla scarsa conoscenza di dottrine indiane, i cui studi non erano ancora molto sviluppati fino ad epoca recente. D’altra parte gli indologi peccavano di eccessivo ottimismo, volendo intravedere ovunque nel dialogo elementi della cultura da loro studiata e non essendo in grado di riconoscere quegli elementi propriamente greci e latini. Oggi è comunque possibile mantenere un approccio più rigorosamente storico che ci faccia comprendere i tanti elementi indiani, ma anche gli aspetti evidentemente classici. A noi interessano però più il racconto e il sussistere stesso dell'incontro, che non i rivoli filosofici.

Ma, al di là degli aspetti accademici, questo è un episodio di una bellezza unica. L'incontro tra due civiltà agli antipodi del mondo conosciuto, simili, ma profondamente diverse. Due civiltà che hanno un'origine indoeuropea comune, che si perde nella notte dei tempi, ma che fa parlare i soggetti all'interno di un orizzonte comune, nel quale è possibile comprendersi reciprocamente.
Purtroppo possediamo unicamente la versione del punto di vista greco. Per anni gli studiosi si sono affannati nella ricerca di una fonte sanscrita, indiana, che testimoniasse l'accaduto, ma i risultati sono, a parere di chi scrive, non degni di menzione.



Ma chi sono i personaggi incontrati da Alessandro e qual'è il contesto storico di riferimento?
Alessandro Magno succede giovanissimo al padre Filippo ed ha un'ascesa e un successo militare rapidissimo. In pochi anni sottometterà tutta la Grecia, l'Egitto e la Persia. E' uomo estremamente colto, tra i suoi insegnanti ci fu niente di meno che Aristotele, e molto ambizioso, cercherà apertamente di conquistare tutto il mondo conosciuto.
Nella primavera del 326 a.C. Alessandro marciò verso l'odierna Kabul, dove venne accolto come alleato dal re di Taxila e giunse all'Indo nell'estate dello stesso anno. Entrò quindi nel Punjab e sconfisse nella battaglia dell'Idaspe il re indiano Poro, così chiamato nelle cronache greche, ma il cui nome potrebbe essere Paurava o simili, in una battaglia dura e sanguinosa. Fondò due città, Nicaea, odierna Mung, e Bucefala, in onore del suo cavallo morto, oggi Jehlum. Alessandro aveva  intenzione di arrivare fino alla vallata del Gange, pensando di essere arrivato ai confini orientali del mndo conosciuto, ma l'armata macedone giunta sul fiume Ifasi (oggi Beas),  fra regni potenti e ben armati, giungle monsoniche, febbri malariche ed elefanti da guerra, si rifiutò di seguirlo oltre verso est. Iniziò quindi una ritirata che lo riporterà a Babilonia, dove dopo alcuni anni morirà, forse di malaria.
Il nostro incontro si pone proprio dopo la battaglia con il re Poro, nel periodo durante il quale Alessandro si spinge ancora ad Oriente, vincendo alcuni scontri, ma dovendo sedare anche numerose rivolte tra cui quella del re Shambu o Sabba.




Alessandro si trova quindi di fronte dieci asceti, perchè fatti arrestare oppure perchè li trova sul suo cammino, a secondo delle fonti. Questi asceti sono chiamati dagli autori greci gimnosofisti, γυμνοσοφιστὰς, ovvero filosofi nudi e Alessandro o i suoi gendarmi li trovano intenti in meditazione, immersi nella natura, distesi a terra, oppure in piedi sotto il sole, immobili, noncuranti dei beni materiali. Già tutti questi elementi potrebbero far supporre che il Macedone avesse di fronte degli yogin dediti a pratiche ascetiche. La parte delle posizioni in piedi potrebbe aprire un ulteriore capitolo, ma non lo faremo in questa sede. L'incontro è passato alla storia con il nome di "Alessandro Magno e i gimnosofisti", ma le fonti greche chiamano anche i saggi asceti con il nome di  Bracmani, Βραχμᾶνας, fraintendendo il termine con il nome proprio del popolo, ma che evidentemente si riferisce allo status sociale di bramani, sanscrito ब्राह्मण, brāhmaṇa, ovvero membri della casta sacerdotale. Ci sono diverse fonti greche che parlano dei bramani, spiegando come al loro interno si dividano in consiglieri, sacerdoti e asceti, e sarebbe interessante ripercorrerle, ma non è questo l'argomento del nostro articolo.

Alessandro accusa gli asceti di aver fomentato la rivolta e dice loro che li metterà tutti a morte. Farà a nove di loro una domanda filosofica per uno e il decimo, il più anziano, sarà giudice di chi fornisca la risposta peggiore, questo morirà per primo. La trama dell'incontro sembra una storia tipicamente indiana. Nella Mahabharata e in altre opere sono numerose le narrazioni nelle quali gli scontri filosofici hanno come conseguenza la vita e la morte di interi gruppi di persone (confronta a riguardo l'articolo sullo scontro filosofico tra il principe e la gru, pubblicato su questa rivista: Mito e yoga, bakasana, la posizione della gru ).

Spesso il racconto che segue è stato analizzato in dettaglio alla ricerca di temi prettamente indiani o greci. Questo tipo di analisi non rende però merito alla narrazione ed alla fonte che lo pone per iscritto. Ci limiteremo a riportare le domande e le risposte, in quanto consapevoli che comprendere con esattezza perchè Plutarco o gli altri  attribuiscano queste risposte agli asceti indiani o se realmente siano l'esposizione di una dottrina tipicamente indiana sarebbe un'indagine impossibile. Non ci addentreremo comunque nei mille rivoli filosofici che ne potrebbero derivare.

Veniamo ora alla narrazione di Plutarco:

Al primo fu chiesto se a suo giudizio erano più numerosi i vivi o i morti; rispose: «I vivi, perché i morti non ci sono più».

Solo per comprendere la complessità delle questioni, e di come esse siano difficili da dipanare in un testo così sintetico, accenneremo a come questa risposta potrebbe, secondo chi scrive, ugualmente fare riferimento alle teorie filosofiche dei naturalisti pre-socratici greci, e a Parmenide (VI secolo a.C.) in particolare, secondo cui il "non essere non è e non può essere", e quindi i morti cessano di esistere e non possono essere conteggiati. Oppure il testo potrebbe fare riferimento alla teoria della trasmigrazione dell’anima, si potrebbe sostenere che logicamente i vivi sono più dei morti, dato che secondo la tradizione induista l’anima si reincarna in un nuovo corpo dopo la morte e le occasioni che l’uomo ha di spezzare il ciclo delle rinascite sono rare. Il mondo degli spiriti dei morti si svuota quindi perchè essi tornano tra i vivi che sarebbero quindi logicamente più numerosi. Sono però solo supposizioni.
E' possibile procedere in modo analogo per tutti i successivi quesiti, ma, oltre a perdere la bellezza del racconto, si arriverebbe a ben poco.

Al secondo fu chiesto se dà vita ad animali più grossi il mare o la terra;
rispose: «La terra, perché anche il mare è parte d’essa».

Chiese al terzo qual è l’animale più astuto. Rispose: «Quel che l’uomo non ha ancora conosciuto». Ovvero è tanto astuto da non essersi ancora fatto conoscere dall'uomo.

Al quarto chiese per quale ragione avesse indotto Sabba alla rivolta; rispose: «Perché volevo che vivesse nobilmente o nobilmente morisse».

Al quinto fu chiesto se pensava che fosse stato prima il giorno o la notte: «Il giorno» disse «e precede d’un giorno». Il re rimase stupito, ed egli aggiunse: «È logico che per domande impossibili ci siano risposte impossibili».

Passato al sesto, Alessandro chiese come uno possa farsi amare in sommo grado: «Se è potentissimo, ma non ispira timore», disse.

Tra gli ultimi tre, quello interrogato su come uno da uomo potrebbe diventare dio, rispose: «Se fa quanto non è possibile che un uomo faccia».

All’altro fu chiesto se è più forte la vita o la morte; rispose che la
vita è più forte, perché sa sopportare così grandi mali.

L’ultimo poi, cui chiese fin quando è bene che l’uomo viva, rispose: «Fino a quando non ritiene che l’essere morto sia meglio del vivere».

Alla fine si volse al giudice e lo invitò ad emanare il verdetto. Egli disse che avevano dato tutti una risposta che era l’una peggiore dell’altra

«Allora» disse Alessandro «tu morrai per primo, per questo giudizio». «No, o re,» ribatté l’altro «a meno che tu non avessi mentito quando dicesti che avresti messo a morte per primo colui che avesse risposto peggio».
Ovvero nessuno di loro può essere ucciso per il giudizio, perché se il più
anziano ha ben giudicato non merita la morte, e se invece ha mal giudicato il
suo verdetto non è il peggiore e ancora una volta non merita la morte.

Alla fine Alessandro congeda i sofisti con ricchi doni e concede loro salva la
vita.


Il racconto è quindi quello di un dialogo effettivamente avvenuto tra Alessandro (che agisce in prima persona o tramite i suoi rappresentanti) e questi asceti che, in quanto Brahmani, rappresentavano lo strato più alto della società. Nel racconto tutti escono vincitori, Alessandro mostra l'interesse per la cultura aliena e la sua magnanimità. Gli asceti indiani la loro arguzia.

Lo scopo dell’incontro doveva essere più politico che filosofico. Alessandro doveva farsi accettare come nuovo dominatore ed entrare nel nuovo sistema. I Brahmani volevano conservare i propri privilegi e le proprie tradizioni e, consapevoli di non poter sconfiggere con le armi il Macedone, dovevano integrarlo in qualche modo nel proprio sistema. La soluzione più naturale consisteva nel farlo entrare come membro della casta dei guerrieri e trattandolo come un vero e proprio re indiano. Come tutti i re indiani anche Alessandro era tenuto a consultare i Brahmani e apprendere in parte la loro dottrina. I Brahmani, piuttosto restii a rivelare i sacri misteri ai non-iniziati (a maggior ragione se totalmente “altri” come erano i macedoni), si sarebbero limitati a divulgare il minimo indispensabile: qualche idea sulla natura, sulla divinità, sul vegetarianesimo, sulla vita frugale e sulla pratica ascetica volta alla liberazione dal dolore. Alessandro e i suoi intellettuali si ponevano quindi come discepoli alle prime armi di questo nuovo insegnamento. Nel fare questo si sarebbero accorti di parecchie affinità tra le dottrine indiane loro esposte e le proprie dottrine filosofiche e religiose. Mano a mano che illustravano questo pensiero al loro pubblico, avrebbero ulteriormente semplificato questi insegnamenti a scopo divulgativo (secondo una tendenza inaugurata già da Erodoto).
Le dottrine ellenistiche e quelle di età greco-romana avrebbero ulteriormente filtrato questo apporto originario, risentendo però di nuovi influssi indiani diretti (tramite i mercanti) o mediati (ad esempio, dal mondo persiano) e modificando ulteriormente i contenuti di quell’incontro (o serie di incontri) fino all’età bizantina, in cui i Brahmani, ormai risemantizzati in Drachmani, hanno perso il loro volto primario e sono divenuti degli archetipi di saggi spesso confusi con dei Santi/Beati/Uomini Benedetti. L’immagine mitica di un’India come patria della saggezza continuerà anche dopo che si sono persi tutti i contatti veri e propri con quella terra. 

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