Il mantra dell'ashtanga yoga, in dettaglio

febbraio 12, 2019



introduzione di Maria Sabatini
traduzione di Marco Sebastiani

Pattabhi Jois è stato sicuramente uno dei maestri che più ha influenzato lo yoga moderno. Guruji (caro maestro), come veniva e viene chiamato affettuosamente dai praticanti, si riallaccia a sua volta alla tradizione iniziata dal suo maestro, Tirumalai Krishnamacharya, il cosiddetto padre dello yoga moderno. Entrambi questi grandi yogi erano bramhani per nascita, rispettivamente era visnuita Krishnamacharya e shivaita Jois. Conducevano infatti un'intensa vita religiosa e rituale, ma, a dispetto di ciò, uno dei maggiori meriti, tra i tanti che possiamo riconoscere loro, è stato proprio quello di distinguere e fare luce tra gli aspetti spirituali e quelli religiosi dello yoga. Facendo loro il messaggio di Patanjali, percorrono la strada indicata negli yoga sutra. In modo molto fedele riferiscono entrambi continuamente al percorso degli otto passi. Non è certo per caso che il maestro Jois chiamò il suo yoga "Ashtanga". Krishnamacharya e Jois astraggono però ulteriormente il concetto di samadhi (ricongiungimento tra spirito assoluto e spirito individuale), di atman (spirito individuale) di brahman (spirito assoluto) e di ishvara (essere supremo), facendoli diventare categorie universalmente umane e non più squisitamente religiose.
Ecco così che il mantra iniziale della pratica, di invocazione, pur dal sapore strettamente tradizionale,  acquisisce nuovi significati.

Oltre a questo aspetto, la maggiore differenza che possiamo ritrovare tra lo yoga di Patanjali e quello di Pattabhi Jois, la dobbiamo all'influenza che la via del tantrismo ebbe sul secondo. In modo analogo alle opere fondanti dello yoga tantrico (Atha Yoga Pradipika, Shiva Samita, Gheranda Samita, etc.), lui, come il suo maestro, sfuma l'importanza dei primi due componenti dello yoga di Patanjali, ovvero i precetti etici e morali, yama e nyama. Sappiamo con certezza il perchè di questa impostazione dello yoga tantrico. I tantrika non volevano percorrere un sentiero di ascetismo esasperato, di astrazione dal mondo, di svilimento del corpo, ma, al contrario, volevano arrivare all'illuminazione finale, proprio grazie al corpo ed al mondo fenomenico nel quale è immerso, attraverso maya, l'illusione e il samsara, il mondo della condizione umana. Incontreremo entrambi questi termini, maya e samsara, nel nostro mantra di apertura. Questo discorso, nelle varie scuole tantriche, acquisisce toni più o meno marcati, ma nello yoga dei nostri due maestri, significa portare l'attenzione non tanto sui buoni propositi e sulle teorie comportamentali, quanto sulla pratica quotidiana delle posizioni, del controllo del respiro e dell'energia, sullo sguardo interno dei sensi, sulla concentrazione e sulla meditazione, in poche parole sui successivi cinque passi: asana, pranayama, pratyahara, dharana, dyana e samadhi. Quest'ultimo passo, essendo lo scopo finale della pratica, è presente, ma in modo implicito. E' inutile parlarne, costituisce un'esperienza squisitamente personale che non si può ricercare in quanto tale, ma che segue, come conseguenza, la pratica intensa e assidua dello yoga. Per questo Pattabhi Jois affermava "pratica e tutto il resto seguirà".
Queste non vogliono essere le parole di una persona che ritiene di avere capito il senso dello yoga, o dell'Ashtanga, ci mancherebbe, ma vuole essere solamente l'opinione di una praticante assidua.

 Gli aspetti precedentemente accennati sono molto evidenti nel mantra che tradizionalmente viene sempre recitato all'inizio delle sedute di Ashtanga Yoga.
Come vedemo, ciascuno dei discepoli di Krishnamacharya ricevette la propria versione personale e personalizzata di questo mantra, ma non voglio anticipare la successiva analisi.



Ultimamente abbiamo assistito ad un attacco frontale e capillare a Pattabhi Jois ed alla sua famiglia [cfr. l'articolo Attenti al guru: oltraggio alla memoria di Sri Pattabhi Jois ]. Ciò è spiegato secondo chi scrive dalla volontà di togliere il monopolio esclusivo esercitato dalla famiglia Jois sulla più prestigiosa formazione per la creazione degli insegnanti di Ashtanga, che, soprattutto alla luce dell'esposione di questo stile in Cina, appare un piatto molto ricco ai soliti incontentabili mercanti. Non vogliamo tornare su questo discorso, ma una delle accuse più ricorrenti, che i detrattori compiono nei loro attacchi, è quella secondo cui l'Ashtanga Yoga di Pattabhi Jois sia una pratica solamente di asana e quindi fisica. Chi compie un'affermazione del genere, sta probabilmente giudicando esclusivamente la pripria pratica, la propria esperienza dello yoga, nelle quali evidentemente asana è uguale a ginnastica del corpo. Questi concetti sono invece di senso comune per qualsiasi praticante non occasionale e in buona fede di yoga e dell'Ashtanga Yoga del maestro Jois: gli otto rami dello yoga, con particolare attenzione agli ultimi cinque, si compenetrano gli uni con gli altri. La pratica si compone di diversi elementi, che si compenetrano:  il pranayama andrà pur sempre praticato seduti in un'asana e le asana sono eseguite gestendo con attenzione il prana. Allo stesso modo la meditazione richiede una respirazione particolare e una posizione particolare del corpo, così come l'esecuzione delle asana può diventare una meditazione. Eseguendo quindi un'asana avrò un certo controllo del respiro e del prana, avrò i sensi rivolti all'interno e la vista attenta in un punto, la concentrazione acquisirà un'importanza fondamentale, così come l'eliminazione di qualsiasi oscillazione della mente. La ricerca di questa condizione spirituale inizia con la recitazione del mantra di apertura, il risuonare delle parole, la cadenza del respiro tra i suoi versi.


A supporto di quanto affermato nelle righe precedenti, questi concetti sono sicuramente ben presenti nella bellissima invocazione che ogni mattina compiono gli ashtangi prima di iniziare la pratica e che oggi vogliamo analizzare in dettaglio.



OM

वन्दे गुरूणां चरणारविन्दे 
vande   gurūṇāṁ   caraṇāravinde

संदर्शितस्वात्मसुखावबोधे |
saṁdarśita-svātma-sukhāvabodhe.

Mi inchino ai piedi di loto del Maestro che ha rivelato la felice conoscenza del proprio sé;

Vande= io mi inchino;
guruṇāṁ= dei guru;  
caraṇā= dei piedi ;  
āravinde= ai due loti;
saṁ-darśita= che hanno visto-insieme, rivelato;
sukhā= felice, solida
avabodhe= conoscenza
svā= proprio
atman= sé


È degno di nota il fatto che ciascuno dei discepoli di Krishnamacharya abbia ricevuto la propria versione di questo mantra e in seguito lo abbia trasmesso ai suoi allievi. Così come da tradizione, ogni maestro consegna un mantra agli allievi, a volte personale e segreto, a volte pubblico ed uguale per più soggetti. Così, il mantra di Sri K. Pattabhi Jois inizia con un versetto derivato dall'induismo shivaita, in contrasto con gli elementi visnuiti che poi ne permeano il proseguo. I primi due versi di questo canto, sono tratti dallo  Yoga Taravali di Adi Sankara, opera dell'ottavo secolo alla quale Krishnamacharya era molto affezionato e alla quale dedicò un bellissimo commentario. Ci ripromettiamo di tradurla e pubblicarla.
Potrebbe sembrare una contraddizione l'aver affermato che Krishnamacharya e Jois eliminarono i riferimenti religiosi dello yoga, quando poi nell'invocazione si fa riferimento ad orizzonti mitici e ad una simbologia chiaramente induista. Gli elementi del mito sono però usati per fare riferimento a qualità e categorie del mondo. Questo è un procedimento che troviamo anche in alcuni autori tantrici, che parlano con dovizia di particolari di Shiva o di altre divinità, pur avendo un approccio filosofico quasi ateistico.

Il mantra di apertura dell'Ashtanga Yoga è una dedica della propria pratica al capostipite del lignaggio dell'Ashtanga Yoga: Patanjali. E' un'operazione classica in tutta lì'India, e non solo, aprire un'opera o un rituale o una pratica, invocando un'entità tutelare. Si invoca la sua benevolenza, la sua presenza, il suo aiuto, ma anche si dedicano a lei gli sforzi compiuti.
Il mantra, classicamente, ha vari strati di significato. Il primo è quello strettamente musicale, delle lettere che lo compongono. L'alfabeto con cui il sanscrito viene scritto si chiama devanagari, la dimora degli dei, i segni degli dei, i caratteri hanno un valore sacro. A volte i mantra sono scritti in un linguaggio non direttamente comprensibile, in cui prevale il senso musicale delle lettere che lo compongono. Non è questo il caso, il nostro mantra ha un significato chiaro, ma la recitazione regola comunque il respiro e il suo suono predispone l'animo all'imminente pratica. 

In India, inoltre, ogni scuola, di qualsivoglia materia, ha una propria discendenza, di maestro in maestro, uno e uno soltanto, di generazione in generazione, che garantisce la tradizione, l'aderenza all'originale messaggio o un'evoluzione che rimanga comunque nel suo tracciato. Questo sistema in sanskrito è chiamato parampara, che noi traduciamo con lignaggio. Ogni lignaggio ha un capostipite. Nelle scuole di yoga spesso come capostipite è indicato Shiva. Ma, come dicevamo, Pattabhi Jois sfronda dal suo yoga gli aspetti prettamente religiosi, o che potrebbero essere fraintesi in senso religioso, ed indica come sommo maestro Patanjali, personaggio mitico, ma uomo. Anche per gli Indiani più tradizionalisti, Patanjali è un uomo, seppure, come vedremo, un uomo eccezionale, avatar del dio Visnù.
In questo primo verso non viene citato esplicitamente Patanjali, ma la rivelazione di chi è il sommo guru, sarà fatta come colpo di scena finale ed espediente stilistico, lasciando il nome del guru come ultimo termine.
In realtà il termine "maestro", guruṇāṁ, è plurale, ci si riferisce  quindi ai "maestri". Questo è un aspetto con un duplice significato: da una parte è una consueta formula di rispetto rivolgersi con la terza persona plurale alle persone di particolare prestigio, "dare del loro" diremmo; dall'altra si potrebbe sostenere che l'inchino reverenziale, in apertura della pratica, venga copiuto nei confronti di tutti i maestri che da Patanjali a Pattabhi Jois hanno perpetrato l'insegnamento dell'Ashtanga Yoga. Qualunque sia l'interpretazione, ma possiamo tenerle valide entrambe, il primo grande maestro e i maestri che sono giunti fino ai nostri giorni, il canto dice che ci hanno rivelato come raggiungere la felicità attraverso la scoperta del nostro spirito individuale, l'atman. Potremmo aprire una discussione se si ritenga in questa sede che lo spirito individuale sia una scintilla dello spirito universale brahman, ma questa distinzione si affievolisce negli autori tantrici per i quali a volte assumono la medesima connotazione.
Ci inchiniamo quindi al maestro, dai piedi di loto. Il loto è un attributo classico dei maestri, in tutta l'Asia, in quanto rappresenta l'elevarsi dalla condizione della natura verso la conoscenza dello spirito, come questo fiore nasce dallo stagno per protrarsi verso la luce.


निःश्रेयसे जाङ्गलिकायमाणे
niḥ-śreyase          jāṅgalikāyamāṇe

संसारहालाहलमोहशान्त्यै |
 saṁsāra-hālāhala-moha-śāntyai.


Egli, agendo come l'incantatore di serpenti, ha portato il completo benessere, pacificando l'illusione, veleno mortale dell'esistenza.

niḥ= rafforzativo
śreyase = preferibile, la migliore condizione possibile, il benessere
jāṅgalikāyamāṇe= agendo come il medico della giungla, come l'incantatore di serpenti
[participio presente dal nome jāṅgalikā che a sua volta deriva dal termine jāṅgala, che significa giungla, jāṅgalikā sarebbe colui che vive nella giungla, che conosce la giungla e le sue insidie, il dizionario sanscrito Apte, riporta anche il significato di "incantatore di serpenti", per cui, parlando subito dopo il testo di veleno, sembrerebbe particolarmente adatto, rispetto alla più comune traduzione "il medico della giungla" ]
saṁsāra= la condizione umana, il mondo, l'esistenza
hālāhala= il nome di un veleno, di cui si racconta nella Samudra manthan
moha= errore, delusione, illusione
śāntyai= portando pace


In questo verso sono presenti molti significati che forse già conosciamo. Patanjali e tutti i maestri dopo di lui, hanno regalato agli uomini la migliore condizione possibile. Non viene citato alcun termine che faccia riferimento diretto all'illuminazione, alla liberazione o al samadhi, ma ci si riferisce agli effetti di questo, la migliore vita possibile. Tali uomini saggi, hanno portato pace attraverso la pratica dell'Ashtanga yoga. La pratica solleva il velo dell'illusione, maya, la radice del termine utilizzato, moha, è la stessa, dalla condizione umana, samsara, ovvero l'eterno ciclo nel quale viviamo fino a che non prendiamo atto, tramite la pratica, della verità o delle verità, cioè appunto che il mondo come lo percepiamo con i sensi è illusione, mentre è verità ciò che percepiamo con lo spirito. Possibile che il mantra di apertura abbia dei riferimenti filosofici e spirituali tanto alti? Sicuramente si. Maya e samsara sono concetti fondamentali anche della tradizione buddista, l'ashtanga yoga di Pattabhi Jois vuole riallacciarsi ad una pratica dello yoga millenaria e tradizionale.
I maestri dissolvono il velo dell'apparenza per regalare la vera conoscenza dello spirito, come gli incantatori di serpenti tolgono il veleno da questi rettili per farne medicina. E' molto bella anche un'interpretazione alternativa che traduce con "il medico della giungla", jāṅgalikāya: il mondo è una giungla piena di insidie e veleni, i maestri ce li rivelano, curandoci da questi e regalandoci la pace, shanti.
E' piuttosto interessante la scelta compiuta per il termine "veleno", probabilmente per una questione di musicalità e metrica del verso, ma anche per l'universo simbolico che richiama. Scegliendo tra i numerosi termini disponibili, si utilizza halahala, che è il particolare veleno che si viene a creare quando, nel mito dello "scuotimento del mare" samudra manthan, Dei e Demoni agitano il mare come se fosse latte per estrarne burro, allo scopo di creare l'amrita, il nettare dell'immortalità, ma come primo "prodotto di scarto", generano questo spaventoso veleno, halahala, che rischia di distruggere il mondo, fino a che Shiva non lo beve. I riferimenti sono moltissimi: la corda usata per scuotere il mare è il corpo del re dei serpenti; la cavalcatura di Visnù è un serpente;  Patanjali ha, nella sua rappresentazione mitologica, la parte inferiore del corpo di serpente ed è incarnazione di Visnù. Tutti questi elementi sono logicamente collegati da rimandi incrociati, vedremo tra poco come.


आबाहुपुरुषाकारं
ābāhu-puruṣākāraṁ

शङ्खचक्रासिधारिणम् |
śaṅkha-cakrāsi-dhāriṇam.

Egli ha la parte superiore del corpo di forma umana e impugna una conchiglia, un disco e una spada.

ā= sopra, superiore
bāhu= braccia, tronco
puruṣa=di eroe, di uomo
ākāraṁ= forma, figura
śaṅkha= conchiglia
cakra= ruota, disco
asi= spada
dhāriṇ= che porta, che possiede

A questo punto si inizia a rivelare la natura del maestro a cui è rivolta l'invocazione. Si fa quindi riferimento alla rappresentazione mitica di Patanjali, spesso osservabile nelle molte statue che lo rappresentano in India.


Patanjali viene raffigurato appunto con la parte inferiore del corpo di serpente e quella superiore di uomo. Vediamo brevemente cosa ci racconta in merito il mito. Visnu guardò la terra e vide che c'era un'opportunità per migliorare la pratica dello yoga. Decise quindi di inviare il mitico serpente Ananta, il cui nome significa infinito o eternità ed è uno dei nomi con cui il Dio stesso viene chiamato, con il compito, a seconda delle versioni del mito, di riunire le diverse scuole di yoga in un'unico grande movimento oppure di far divenire lo yoga una grande pratica di ricongiungimento dei diversi aspetti che compongono l'essere umano, ma forse più appropriatamente, per entrambe le cose. Sulla terra viveva una donna che aveva la sfortuna di non poter avere figli. Era una devota di Visnu e pregava ogni giorno per ricevere la benedizione di un bambino. Pregava con grande perseveranza e teneva le mani giunte per ricevere la benedizione divina su di lei. Un giorno, mentre era inginocchiata con le mani giunte rivolte verso il cielo, Visnu decise di donarle la grazia di un figlio tramite il suo avatar Ananta. Nelle sue mani in preghiera cadde il piccolo Patanjali. Pat significa in sanscrito "cadere", e anjali è il gesto che la donna faceva con le sue mani (anjali mudra). Avendo avuto natali celesti ed essendo incarnazione diretta di Vishnu, il bambino non aveva carattaristiche interamente umane, ma umane e divine al contempo.  Come si diceva, la parte superiore del busto era infatti umana, ma la sua metà inferiore era la coda di un serpente.  Il mito racconta che Ananta, mentre cadeva sulla terra, non ebbe il tempo di completare la propria trasformazione in uomo.

Divinità e personaggi mitologici indiani hanno molte braccia, quattro o alle volte di più, e in ogni mano impugnano un oggetto che evoca caratteristiche e poteri. Gli oggetti impugnati da Patanjali nelle statue che lo rappresentano, e in particolare i tre citati nel mantra, fanno parte anche dell'armamentario di Visnu.
La prima è una conchiglia, di un particolare mollusco marino, che venne utilizzata in India per produrre un suono lungo e cupo in guerra prima e nei rituali poi. Nelle scritture induiste la conchiglia di Vishnu è conosciuta come la Shankha, e il suo potere consiste nel donare la fama, la longevità e le prosperità; è inoltre dimora di Lakshmi, dea della prosperità, consorte di Vishnu. Patanjali avrà fama eterna e donerà prosperità alle genti, per questo motivo impugna una conchiglia.
La seconda è un disco roteante, noto nella tradizione come Sudarshana Chakra, ovvero, letteralmente, il disco della visione propizia. Nei Rig Veda il disco rappresenta il controllo della ruota del tempo. Patanjali ha valicato il tempo con i suoi insegnamenti, giungendo sino a noi, perciò ha in una mano un disco roteante.
La terza è una spada. Generalmente l'arma di combattimento di Visnu è la mazza, chiamata Kaumodaki, ma cambia poco, in entrambi i casi è l'arma con cui si sconfigge l'ignoranza, è il simbolo della forza che dona la conoscenza. Sicuramente Patanjali ha fatto dono agli uomini di una grande conoscenza tramite la quale liberarsi dall'ignoranza, avidya, squarciando il velo dell'illusione, maya.
Le statue di Patanjali  hanno, in genere, quattro braccia e nella quarta egli tiene un fiore di loto, del cui simbolismo abbiamo già parlato in apertura. In altre statue patanjali non ha nessun oggetto in mano oppure strumenti leggermenti differenti da questi elencati.


सहस्रशिरसं श्वेतं 
sahasra-śirasaṁ     śvetaṁ

प्रणमामि पतञ्जलिम् ||
praṇamāmi        patañjalim

Egli possiede migliaia di teste luminose. Io mi inchino a Patanjali.

sahasra= migliaia, molti, infiniti
śirasa= testa    
śveta= luminoso, bianco
pra= davanti
nam= mi inchino
patañjali= Patanjali (pat= caduto, anjali= tra le mani in preghiera)

Ananta, da cui si generò come abbiamo visto Patanjali, è il re dei Naga, esseri mitici dall'aspetto di serpenti. Questi esseri rappresentano nella mitologia indù la saggezza e le mille teste luminose sono il simbolo dellla saggezza infinita caratteristica di Patanjali, senza il quale non avremmo lo yoga e al quale noi tutti portiamo omaggio, insieme a tutti i maestri che hanno approfondito ed ampliato il suo messaggio, recitando il mantra all'inizio della pratica.


OM

Ogni mantra inizia e finisce con la sillaba OM, dai Veda in poi, il suono primigenio ha un forte potere spirituale, qui ci limiteremo a ricordare quanto afferma Patanjali YSI.27-29:
Lo spirito assoluto è l'OM
Si deve ripetere e meditare sull'OM e il significato sarà chiaro.
La ripetizione e la meditazione sull'OM comportano la scomparsa di tutti gli impedimenti e il risveglio dello spirito interiore.




Il mantra recitato dal maestro Jois è ascoltabile su youtube all'inizio di ogni pratica da lui condotta, ad esempio:
youtu.be/aUgtMaAZzW0?t=86

Il font utilizzato per i caratteri devanagari è il "baloo".

Il testo completo 

OM

वन्दे गुरूणां चरणारविन्दे  संदर्शितस्वात्मसुखावबोधे |
vande   guruṇāṁ caraṇāravinde saṁdarśita-svātma-sukhāvabodhe


निःश्रेयसे जाङ्गलिकायमाणे  संसारहालाहलमोहशान्त्यै |
niḥ-śreyase  jāṅgalikāyamāṇe saṁsāra-hālāhala-moha-śāntyai.


आबाहुपुरुषाकारं शङ्खचक्रासिधारिणम् | 

ābāhu-puruṣākāraṁ śaṅkha-cakrāsi-dhāriṇam. 

सहस्रशिरसं श्वेतं  प्रणमामि पतञ्जलिम् ||
sahasra-śirasaṁ  śvetaṁ praṇamāmi  patañjalim


OM

Mi inchino ai piedi di loto del Maestro che ha rivelato la felice conoscenza del proprio sé;
Egli, agendo come l'incantatore di serpenti, ha portato il completo benessere, pacificando l'illusione, veleno mortale dell'esistenza;
Egli ha la parte superiore del corpo di forma umana e impugna una conchiglia, un disco e una spada;
Egli possiede migliaia di teste luminose. Io mi inchino a Patanjali.







Traslitterazione

Alcune note sulla traslitterazione in caratteri latini, sono utili alla pronuncia per chi non conosca l'alfabeto devanagari. Si segue infatti la traslitterazione  più comune, che non corrisponde però alla pronuncia italiana.
Le parole in sanskrito spesso si uniscono le une con le altre, seguendo complicate regole; per semplificarne l'identificazione, nella traslitterazione sono separate da un trattino " - ", sebbene nell'originale siano unite.
La lettera C è sempre dolce, come nelle parole "cinema" e "cianuro", quindi pronunceremo "ciaranàravindé" non "karanaravinde".
La lettera J è dolce e pronunciata "gi" come nelle parole "giungla" o "giardino".
Il simbolo " ṇ " si legge come una normale N, ma, ad essere rigorosi, la lingua poggia sul palato e non sui denti, è infatti un suono che in italiano non esiste.
I due caratteri " ś " e  "ṣ" corrispondono allo stesso suono ovvero a "sc" come nelle parole "scena" e "scienza", alle volte sono traslitterate come SH, vedi ad esempio il nome Shiva o Śiva che in italiano si leggono come se fossero scritti "Sciva".
Il carattere " ñ " seppure discutibilmente, si legge ormai come una normale N, ed infatti è il catrattere usato nel nome Patanjali, che ormai incontriamo spesso scritto in questo ultimo modo piuttosto che Patañjali, come sarebbe corretto.
L' H corrisponde ad una aspirazione.
I caratteri ṁ e ṅ sono una normalissima M e N come pronuncia.

Accenti 

I mantra vengono in genere cantati o recitati, in questo caso le parole non hanno l'accento "normale", ma seguono l'intonazione del canto, che è personale e soggettiva, a volte portando l'inflessione a cadere sull'ultima sillaba delle parole.

Quando invece leggiamo, l'accento cade sulle vocali lunghe, quando presenti e in generale, verso la penultima sillaba, se lunga. Le parole sono scritte attaccate, ma si pronunciano come se fossero staccate, per questo nella traslitterazione è presente il trattino divisorio.
Il carattere " ā " corrisponde ad una " a " lunga, quindi quando verso la fine della parola, raccoglie l'accento.
La lettera E e la O sono sempre lunghe, percui vale lo stesso discorso. Quindi pronunceremo "vandè gurunàm".
I dittonghi AI e AU sono sempre lunghi.
A volte in presenza di più sillabe lunghe, la parola sembra avere più accenti, concetto non di luogo comune in Italiano.



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