Patanjali Yoga Sutra, seconda parte I° Libro [YS1:30-51]

giugno 19, 2017



La prima volta che ho letto gli ultimi sutra del primo libro di Patanjali, sono rimasto sbalordito: sembrava parlare proprio a me. Ritrovare esperienze così personali in uno scritto dell'India antichissima, mi ha sempre emozionato e continua a farlo. Come già per la prima parte del primo libro, cercheremo di fornire una traduzione immediatamente comprensibile, che sia sufficientemente semplice ed evocativa dei concetti del testo, limitando i commenti ad un ausilio per capire dove ci troviamo rispetto l'intera opera e a qualche ragguaglio di contesto rispetto la filosofia del tempo, qualora ce ne sia bisogno. Patanjali continua a descrivere cosa si intenda per ricongiungimento tra lo spirito individuale e lo spirito universale (samadhi), aggiungendo maggiori dettagli sulle modalità della pratica e sugli stati di coscienza e beatitudine che si verificano. Nel secondo capitolo fornirà nel dettaglio gli strumenti, per ora ci stà indicando la strada e spiegando cosa avverrà.

30. Vyadhi styana samsaya pramada alasya avirati bhrantidarsana alabdabhumikatva anavastthitatvani cittaviksepaste’ntarayah
Gli ostacoli al progresso nella pratica sono: la malattia fisica, l'apatia, l'indecisione, la negligenza, la pigrizia, i desideri mondani, le supposizioni errate, la mancanza di progressi e la difficoltà a mantenere i progressi raggiunti.

31. Duhkha daurmanasya angamejayatva svasaprasvasa viksepasahabhuvah
Questi ostacoli causano sofferenza, depressione, instabilità e irregolarità del respiro.

L'autore elenca esattamente tutti i motivi per i quali si salta un giorno di pratica oppure cosa accade nei giorni in cui manca quell'intensità raccomandata in precedenza. E' incredibile l'attualità di queste parole. Gli infortuni sono al primo posto, inflitti durante la pratica o meno,  così come l'attenzione allo stato di salute generale. L'attenzione al proprio corpo, ma, più in generale, alla propria condizione è fondamentale, senza una buona salute è impossibile praticare. Al secondo posto viene la pigrizia in tutte le sue sfaccettature. Possibile che anche i contemporanei di Patanjali faticassero ad alzarsi dal divano? A parte gli scherzi, il concetto ribadisce quanto già affermato, ovvero che lo yoga è solo per chi ha grandi motivazioni e ne fa un abito di vita. L'aperitivo con gli amici, ovvero i desideri mondani, segue a breve distanza, così come tutte le ragioni di attaccamento verso i risultati della propria pratica. E' normale che la corretta pratica ci faccia progredire costantemente, ma non dobbiamo trarre conclusioni affrettate o ossessionarci con i progressi raggiunti.  Il vero praticante di yoga, seppure distaccato dai risutlati della pratica, soffre e vacilla  davanti agli ostacoli ai suoi progressi. Sembra apparentemente una contraddizione, ma ad una più attenta analisi non lo è. E' importante progredire, rendersi conto del progresso, ma non si deve fare del miglioramento lo scopo della pratica. Di contro una pratica senza avere percezione di progressi è inutile, concetto che nei tempi moderni si tende molto a sfumare. La soluzione, vedremo, sarà solamente una: praticare secondo il metodo dello yoga.

32. Tat pratisedha artham eka tattva abhyasah
Per prevenire questi problemi è necessario seguire con fermezza il metodo dello yoga.

33. Maitri karuna muditopeksanam sukha duhkha punyapunya visayanam bhavanatah citta  prasadanam
Questo metodo consiste nel calmare la mente e nel dimostrare distacco da felicità e dolore, virtù e vizio, ma anche nel coltivare un atteggiamento di amicizia verso tutti e nel mostrare compassione con i deboli.

Ecco che Patanjali fornisce una prima ricetta per proseguire nella via dello yoga. Ci ha detto: in cosa consiste lo yoga, ovvero nell'arresto delle oscillazioni della mente e nel distacco dalle cose del mondo (in modo da poter ricongiungere lo spirito individuale con lo spirito assoluto); ha esposto in cosa consiste lo spirito assoluto; ci ha detto che serve una pratica intensa ; adesso inizia a delineare in cosa consiste la pratica. Personalmente mi emoziona sentire parlare di sentimenti di amicizia verso il prossimo e compassione, in uno scritto datato 500 anni prima di Cristo. La compassione verso gli ignoranti ed i deboli sarà importante per interpretare nella giusta proporzione alcune affermazioni successive molto dure.

34. Pracchardana vidharanabhyam va pranasya
Inoltre questo metodo consiste nel controllo della respirazione: inspirazione, espirazione e ritensione.

35. Visayavati va pravrttirutpanna manasasthitini bandhani
Inoltre nel concentrasi sull'insorgenza delle oscillazioni della mente.

36. Visoka va jyotismati
Inoltre nel percepire lo spirito, che è luce e gioia.
(lett. visoka=sereno, va=e inoltre, jyotismati=pieno di luce)

37. Vita-raga visayam va cittam
Inoltre nel trascendere l'attaccamento

Il respiro controlla la mente, si ritornerà su questo argomento nel secondo libro, il controllo della mente permette allo spirito di emergere e trascendere l'attaccamento accedendo alla beatitudine dello yoga. Si possono riempire pagine nel definire cosa possa intendere in questo passo Patanjali per attaccamento ovvero raga, ma credo che questo concetto sia nell'immaginario di tutti; si parla di attaccamento a cose e persone, il concetto che diverrà uno dei tre veleni del buddismo: ignoranza, attaccamento/desiderio e odio.  Raga come avidità, sensualità, passione e desiderio.  Patanjali ribadisce quanto detto nel sutra I:12 dove affermava che la via dello yoga era l'arresto delle oscillazioni della mente e il non attaccamento, definito vairagya, ovvero proprio la liberazione dal raga.

38. Svapna nidra jnana alambanam va
Inoltre il metodo consiste nell'osservare la consapevolezza che sorge durante il sonno.

39. Yatha abhimata dhyanad va
Inoltre nel praticare secondo la maniera che più si addice a se stessi.

40. Paramanu paramamahattvanto asya vasikarah
In questo modo infine il praticante dominerà tutto, dal particolare all'universale.

In questi tre sutra Patanjali continua a dispensare riflessioni che ognuno di noi può ritrovare nella propria pratica. L'arresto delle oscillazioni della mente assomiglia allo stato che si verifica quando si è ancora svegli, ma si sta per prendere sonno, quella situazione di sospensione nella quale possiamo essere richiamati dalla mente verso i pensieri in qualsiasi momento, dal benchè minimo rumore o distrazione, ma che può anche volgere al sonno. Osservare questo stato è utile a capire come bisogna ritrovarsi nella meditazione.
Le interpretazioni esegetiche si dividono significativamente sul sutra 39, come a dire il vero su quasi tutti i sutra. Noi abbiamo  interpretato abhimata  con il significato di “come si desidera”, traducendo "Inoltre nel praticare come si desidera". Una cospicua fazione interpreta questo termine come “amore o attrazione” traducendo “Inoltre meditando/praticando l'amore”, ma onestamente sembra molto distante dal resto dell'opera. Come sempre si riporta anche questa interpretazione per offrire un confronto e per sottolineare che per loro stessa natura i sutra necessitano di una qualche interpretazione.
Quindi attenzione: ognuno deve praticare come più gli piace, certo, sempre con intensità e convinzione, ma gli ingredienti della ricetta che Patanjali rivelerà, possono, anzi devono, essere mischiati a proprio piacimento, non esiste un modo valido per tutti. Ci aveva già avvertiti che studiare se stessi è fondamentale, altrimenti non è possibile capire come si deve praticare. Lo sappiamo, i grandi maestri  guidano ogni allievo verso la sua pratica personale e individuale e per ognuno hanno un percorso differente.
Infine, ancora una volta viene ribadito che il nostro spirito individuale potrà ricongiungersi con lo spirito universale, dominando ogni aspetto di noi stessi.

41. Ksinavrtter abhijatasyeva maner grahitr grahana grahyesu tatstha tadanjanata samapattih
Quando vengono arrestate le oscillazioni della mente,  questa diviene pura e riflette  senza distorsione colui che percepisce, ciò che viene percepito e come viene percepito.

42. Tatra sabda artha jnana vikalpaih samkirna savitarha samapattih
Nella prima fase lo yogin è ancora incapace di discriminare tra vera conoscenza, conoscenza basata sulle parole e conoscenza fondata sul ragionamento o le percezioni dei sensi, che permangono nella mente mescolandosi tra loro.

43. Smrtiparisuddhau svarupa sunya eva arthamatra nirbhasa nirvitarka
Nella seconda fase la mente è in grado di percepire la vera natura delle cose, senza contaminazione alcuna.

44. Etayaiva savicara nirvicara ca suksmavisaya vyakhyata
Nella terza fase, allo stesso modo, lo spirito individuale diverrà capace di percepire la realtà.

45. Suksma visayatvam calinga paryavasanam
Nella quarta fase sarà possibile osservare la realtà direttamente nella sua origine indifferenziata.

46 Ta eva sabijah samadhih
Queste quattro fasi intraprendono il ricongiungimento dello spirito individuale con quello universale con l'intervento della volontà.

47. Nirvicara vaisaradya adhyatma prasadah
Quando si consegue la purezza suprema di questo stato,  la natura dello spirito individuale diviene chiara.

Gli effetti della pratica sono progressivi. In una prima fase le percezioni che provengono dalla mente si confondono addirittura con le percezioni che arrivano dai sensi, si confondono pensiero e input provenienti dai sensi. Successivamente si riescono ad isolare questi due aspetti. Proseguendo ulteriormente nella via dello yoga la mente è ancora vigile e le percezioni che provengono dalla sua esclusione, ovvero che  provengono dallo spirito, si mescolano con le percezioni che provengono da essa stessa, ma sarà comunque un grande progresso, il risveglio dello spirito. Nell'ultima fase lo spirito diverrà il veicolo della realtà.
Queste quattro fasi costituiscono il percorso del ricongiungimento tra spirito individuale ed universale, il samadhi che da il titolo al primo libro dei sutra,  nel quale nella pratica interveniamo con la volontà. In quasi tutti i testi la pratica o la meditazione in cui interviene la volontà viene chiamato letteralmente “samadhi con seme”. L'espressione, di per se incomprensibile, diventa quasi un codice tecnico, personalmente non mi piace, ma lo diciamo per offrire la possibilità di raffronti.
In questo stato, che si raggiunge a questo livello del percorso, conquistiamo l'immagine chiara di cosa sia lo spirito in noi. Per interpretate il termine adhyhatma come spirito del Sè, possiamo rifarci alla Bhagavad Gita, 8,3: "L'entità vivente indistruttibile e trascendente è chiamata Brahman, e la sua natura eterna è chiamata adhyātma, lo spirito individuale".

48. Nirvicara vaisaradya adhyatma prasadah
In questa calma interiore, la consapevolezza diviene poi verità.

49. Sruta anumana prajnabhyam anyavisaya visesarthatvat
In quanto si consegue una conoscenza diretta della realtà, libera dall'utilizzo delle correnti del pensiero.

50. Taj-jah samskaro’nya samskara-pratibandhi
Le percezioni che si conseguono vanno al di là delle percezioni normali.

51. Taj-jah samskaro anya samskara pratibandhi
Quando si trascendono le percezioni, il ricongiungimento dello spirito individuale con quello universale avviene senza volontà.

Gli effetti della pratica sulla mente e lo spirito proseguono in una nuova serie di fasi che possono essere raggruppate come ricongiungimento tra spirito individuale ed universale nel quale non c'è intervento della volontà, questa fase viene chiamata in quasi tutti i testi “samadhi senza seme”. Patanjali si riferisce ora agli stati più alti di illuminazione. Facciamo più fatica, rispetto ai sutra precedenti, a capire esattamente a quali fasi della pratica faccia riferimento, non avendole probabilmente sperimentate. Cercando di cogliere l'essenza del discorso, subentra alla fine del percorso un livello di consapevolezza nel quale il ricongiungimento dello spirito individuale con lo spirito universale durante la pratica e durante la vita, non avverrà più con il nostro intervento volontario, ma spontaneamente. Un maestro mi disse una volta che, i primi tempi in cui riusciva a raggiungere il samadhi, lui aveva necessità di ore ed ore di pratica, poi, dopo molti anni, gli succedeva come quando ci distraiamo, si ritrovava in uno stato di estasi senza sapere come, se non rendendosene conto quando rientrava in se stesso. Credo Patanjali si riferisca ad un meccanismo di questo tipo.

Fiumi di inchiostro sono stati spesi interrogandosi se il pensiero di Patanjali sia dualistico o non dualistico, ovvero se la divinità o lo spirito assoluto pervada il mondo e le persone oppure se sia un'entità differente. Generalmente prevale l'interpretazione dualistica, contrapponendo lo yoga di Patanjali all'Hata yoga tantrico che sarebbe invece puramente non dualistico. Non siamo d'accordo con questa visione. Patanjali indica chiaramente che lo spirito individuale sia della stessa sostanza dello spirito universale al quale infatti si ricongiunge. Il pensiero dualistico a cui siamo abituati è quello cristiano, per il quale uomo e Dio padre e creatore sono unità esattamente distinte e l'uomo al massimo della sua evoluzione può aspirare solamente a contemplare Dio. Il pensiero  di Patanjali è molto lontano da questo tipo di dualismo e sarà poi ripreso, quasi due millenni dopo, dal pensiero Tantrico e mosso ancora più avanti sulla via del non dualismo. Per i testi tantrici non c'e' necessità nemmeno di purificazione in quanto lo spirito assoluto è già presente nell'uomo così come deve essere. Parlerei di evoluzione storica del contesto tra il raja yoga di Patanjali e l'hata yoga tantrico e non di contrapposizione. Questa contrapposizione è sorta in realtà tra i sostenitori delle due scuole nell'India moderna, scuole che sostengono la maggior importanza della pratica individuale (hata yoga) rispetto agli aspetti sociali e religiosi (raja yoga), ma le sfumature sono molte, stiamo semplificando.
 
Nel secondo libro Patanjali fornirà una descrizione della via e delle modalità che costituiscono il percorso dello yoga.

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