Patanjali Yoga Sutra, prima parte I° Libro [YS1:1-29]

maggio 25, 2017

Questo articolo vuole rispondere ad una domanda: gli Yoga Sutra di Patanjali arrivano ancora al cuore dei praticanti di yoga? E ancora: Chi pratica yoga da qualche tempo è interessato ad approfondire le radici spirituali antiche?
Mi è capitato di pormi queste domande trornando a leggere vari commentari e trovandomi un po' perso. L'occasione è nata da una foto di una pagina del terzo libro di Patanjali pubblicata su Instagram da un'amica, Patanjali è passato dalle pergamene a Instagram! A parte questo però, il verso che mi ha colpito era III,25: Concentrandosi sulla forza dell'elefante o di altri animali la si può assimilare. Il commento proseguiva: è il solito principio emulativo, si assorbono le qualità dell'oggetto della meditazione. Il libro terzo parla effettivamente dei poteri che si acquisiscono con la pratica dello yoga.  Con Patanjali abbiamo duemila anni di stratificazione delle interpretazioni, per cui alcuni commentari hanno generato filoni di interpretazioni e tradizioni che poi a loro volta si sono sedimentate. Una traduzione come questa è ben documentata nell'esegesi di Patanjali, ma parla ai moderni praticanti? Ricordavo un'interpretazione diversa, quindi ho iniziato a ripercorrere i commentari, fino a rivedere il testo sanscrito. Sapete cosa dice il verso 3,25?
balesu hasti baladini,
ovvero letterale: il potere, l'elefante, la forza.
Che può essere tradotto:
Esercitando la forza si diventa forti come gli elefanti. 
Servono interpretazioni filosofiche? no. Cinque pagine di spiegazioni? Nemmeno, tutti sappiamo che nella pratica dello yoga si esercita anche la forza, a vari livelli (1).




Ripercorrendo i vari filoni interpretativi delle varie scuole, si oscilla in effetti tra interpretazioni molto vivide, ma che spesso hanno un'interpretazione distante dalla moderna pratica dello yoga, e traduzioni molto tecniche in cui il senso ultimo è rimandato a pagine e pagine di commentari, (un esempio: I,24: Isvara è uno speciale purusa completamente non  influenzato dai klesa o dal karma, dalla maturazione del karma o dal deposito  del karma). Lasciare molti termini in sanscrito è pratica diffusa, ma appesantisce molto la lettura, con una catena interminabile di definizioni.

Facendo queste riflessioni torniamo alle domande iniziali: è possibile tradurre gli yoga sutra di Patanjali in un modo che non solo siano immediatamente comprensibili ma che arrivino al cuore dei praticanti? Non lo so. Ma qualora fosse possibile, chi pratica yoga sarebbe ancora interessato? Leggendo di meditazioni sugli elefanti potremmo nutrire qualche dubbio. A parte gli scherzi, il commento sarà ridotto al minimo e vuole solamente dare una visione d'insieme a chi non conosce già l'opera (oppure il contesto di riferimento) e la traduzione sarà il più semplice e lineare possibile, correndo il rischio di fare alcune semplificazioni, pur nel rispetto del testo. Patanjali parte dal macroscopico e poi dettaglia le sue affermazioni, quindi si parte dai grandi concetti per arrivare ai dettagli della pratica. I primi 29 sutra del primo libro che esamineremo in questo articolo, trasmettono effettivamente concetti basilari e alti.

Sarei onorato di sapere nei commenti se questa lettura ha significato qualcosa per voi in relazione alla vostra pratica e se apprezzate una traduzione di questo tipo.


Samādhi Pāda
Libro sul ricongiungimento

I:1 atha yoga anuasanam ||
Ora [illustreremo] la disciplina dello Yoga.

I:2 yoga citta vritthi nirodha ||
Lo Yoga consiste nell'arresto delle oscillazioni della mente.

I:3 Tada drastuh svarupe ‘vasthanam ||
In questo modo lo yogin acquisisce la consapevolezza del proprio spirito.

I:4 Vrtti sarupyam itaratra ||
Nei momenti in cui non c’è consapevolezza, lo spirito si identifica con le oscillazioni della mente.

Quando la mente è in movimento è impossibile prendere coscienza del proprio spirito e ci si identifica con i propri pensieri. Quante volte sentiamo dire che l'uomo e fatto di mente e corpo, come fossero due cose distinte e come se l'essere umano si fermasse a solo questo: a cervello, carne e sangue. Lo yoga ci permette secondo Patanjali di osservare la mente acquietata e di capire quindi che ciò che la sta osservando è il nostro spirito. In queste condizioni, come vedremo,  sperimentiamo pace e benessere. Per alcuni queste affermazioni potrebbero sembrare artificiose. Questa ricerca è però comune in tutte le culture, in tutte le religioni e in tutte le pratiche spirituali, di tutti i tempi, tra i santi come tra la gente comune, tra i frati,  i monaci e gli asceti come tra i semplici praticanti o gli allievi,  con caratteristiche piuttosto simili. La base comune è il superamento della mente pensante e un contatto con qualcosa di più elevato rispetto al mondo dei sensi e della speculazione. Patanjali è Però l'unico a dare la ricetta di come fare. Nei sutra successivi definirà come compiere questo viaggio. Non è un percorso facile, non basta sedersi a gambe incrociate, ma nemmeno impossibile. Lui lo articola in otto punti: Ashtanga (=otto membra) Yoga, riassumibili in principi etici e morali (come non rubare, non nuocere al prossimo, studiare se stessi) ed esercizi pratici (come le asana, la respirazione e la meditazione).

I:5 Le oscillazioni della mente sono di cinque tipi e possono essere facili o difficili da arrestare.

I:6 Esse sono: retta conoscenza, falso sapere, immaginazione, sonno e memoria.

I:7 La retta conoscenza ha tre fonti: percezione diretta, deduzione e testimonianza.

I:8 Il falso sapere è un costrutto che non corrisponde alla realtà.

I:9 L'immaginazione è un'attività mentale priva di fondamento.

I:10 Il sonno è l'oscillazione della mente fondata sull'assenza di ogni contenuto. 

I:11 La memoria è la rievocazione di precedenti esperienze.

Cosa ci distrae durante la pratica? Le oscillazioni della mente, cioè il divagare incontrollato del pensiero, riconducibile alle cinque categorie sopra enunciate. La mente scappa verso pensieri su cose che abbiamo conosciuto o studiato, verso impegni e affari. Scappa verso nostre fantasticherie o congetture. Può altresì capitarci, ad esempio, di addormentarci durante la meditazione o di correre dietro ai nostri ricordi durante le asana. Patanjali non parla in verità solamente di cosa ci distrae dalla pratica, ma applicando questo principio alla nostra pratica è più facile estenderlo alla  vita di tutti i giorni ed a concetti un po' più elevati, legati al nostro essere nel mondo ed alla percezione che abbiamo della realtà.

I:12 Abhyasa vairagy abhyam tannirodhah ||
L'arresto delle oscillazioni della mente si raggiunge con due mezzi: una pratica costante e il distacco dalle cose del mondo.

I:13 Tatra sthitau yatno’ bhyasah ||
La pratica è lo sforzo continuo e ripetuto di mantenere la mente stabile e tranquilla.

I:14 Satu dirgha kala nairantarya satkarase vito dradha bhumih ||
La pratica diventa un fondamento stabile e solido quando è portata avanti per un periodo lungo ed ininterrotto e viene compiuta con profonda dedizione.

I:15 Drasta anusravika visaya vitrasnasya vasikara samjna vairagyam ||
Il primo stadio di distacco dalle cose del mondo si ottiene quando si superano i propri desideri materiali.

I:16 Tatparam purusa khyater guna vaitrisnyam ||
Il secondo e ultimo stadio di distacco dalle cose del mondo si ottiene grazie alla scoperta del proprio spirito.

Il ragionamento si dipana in modo molto lineare: abbiamo definito cosa porta la mente a divagare, adesso ci dice che per acquietare questi stimoli ci sono due mezzi. Uno è  praticare molto yoga; alcuni di voi saranno contenti della buona notizia: potete controbattere al vostro partner che lo dice Patanjali! ma non sono sicuro che sia una buona scusa. Il secondo è di cercare di non farci colpire nell'intimo dagli accadimenti della vita, cercare di rimanerne un po' distaccati. Non perdersi in mille desideri e passioni materiali è il primo passo del distacco, scoprire il mondo spirituale è il secondo e ultimo. 

I:17 Vitarka vicara ananda asmita anugamat samprajnatah ||
Inizialmente questo processo avviene in quattro passaggi: il pensiero analitico, l'intuizione, la beatitudine e la percezione dello spirito individuale.

I:18 Virama pratyayabhyasapurvah samskaraseso’nyah ||
 Successivamente, grazie alla pratica continua, resta solamente la percezione profonda dello spirito universale.

I due sutra precedenti non sono di facile interpretazione dal sanscrito e generano traduzioni molto disparate(2). Ma, favorendo sempre un approccio semplice e lineare, possiamo dire che la pratica e il distacco dalle cose del mondo (adottati per acquietare le oscillazioni della mente) avvengono in una serie di passaggi successivi:
1) ragionando sul percorso da fare e su come funziona (un po' come leggendo questo articolo),
2) lasciandoci guidare dal nostro intuito (posso sentire intimamente che lo yoga mi dia molto, lasciando perdere le ragioni per cui questo accade),
3) arrivando ad una profonda sensazione di benessere (che quindi non ha più bisogno né di ragioni né di intuito, ma solo di essere sperimentata),
4) per giungere alla percezione stabile del proprio spirito interiore ed
5) infine all'abbandono dell proprio spirito nel ricongiungimento con lo spirito che tutto pervade, come sarà approfondito in seguito.
Nessuno ci garantisce che arriveremo in fondo, non siamo tutti uguali, ma Patanjali ci indica la strada.

I:19 Bhava pratyayah videha prakriti layanam ||
Alcune persone, che vivono naturalmente oltre l'attaccamento alle cose del mondo, riescono a raggiungere questi più alti livelli di consapevolezza con maggiore facilità e rapidità.

I:20 Sraddha-virya-smrti-samadhi-prajnapurvaka itaresam ||
Altri raggiungeranno i livelli più alti solo grazie alla fiducia nel percorso, mediante lo sforzo nella pratica, con l'allenamento alla concentrazione e in virtù del perseguimento della conoscenza.

I:21 tivra-samveganam asannah ||
L'obiettivo è raggiunto grazie ad una pratica intensa.

I:22 Mrdu-madhya adhimatratva attato pi visesah ||
Coloro che perseguono la pratica con maggiore intensità  e convinzione raccolgono i frutti più rapidamente, rispetto a quelli che lo fanno con minore intensità.

Come dicevamo, non siamo tutti uguali e per qualcuno è più semplice placare le oscillazioni della mente rispetto ad altri, ma è fondamentale praticare con intensità e convinzione. L'intensità deve essere accompagnata da uno approccio sincero e convinto. La via dello yoga come la intende Patanjali non è per i curiosi o per gli eruditi che vogliono ampliare le proprie conoscenze, questi non arriveranno a nulla. La via dello yoga è per chi ne fa una ragione di vita, sapendo essere sincero e convinto, e tra questi, chi avrà maggiore volontà avrà risultati migliori e più in fretta.

I:23 Isvara pranidhana dva ||
L'obiettivo può essere ottenuto anche mediante la devozione allo spirito assoluto.

Patanjali ha indicato la strada della pratica intensa, ma aggiunge come nota a margine che è possibile anche la via dell'abbandono. Questa via è possibile solo a chi sia già arrivato in prossimità della fine del percorso, come ultimo passo. Già poco prima ci aveva avvisato che per alcuni spiriti eletti i livelli elevati sono raggiunti con maggiore facilità. Per tutti gli altri, dopo avere praticato in modo estenuante, dopo avere intravisto, fallito, provato e riprovato, quando si lascia ogni sforzo, si riesce. Arrendersi, lasciarsi andare, abbandonarsi come mezzo per arrivare. La pratica costante negli anni, intensa,  può generare ossessione verso l'obiettivo e attaccamento alla pratica stessa. In questo momento bisogna ricorrere alla devozione e non aspettarsi più nulla, avendo però fiducia nell'assoluto. Anche chi è molto disciplinato e costante ogni tanto si deve lasciare andare per crescere. Questo concetto verrà ripreso dal Buddha, ma non spingiamoci troppo oltre.


I:24 Klesa karma vipaka asayaira aparamrstah purusa visesa isvarah ||
Lo spirito assoluto è il sommo Sé che non viene perturbato dalle vicende della vita, dalle azioni e dalle loro conseguenze.

I:25 Tatra niratisayam sarvajna bijam ||
Nello spirito assoluto quanto nell'uomo è in germe, diviene infinito.

I:26 Purvesamapi guruh kala ananavacchedat ||
Essendo al di là di ogni limitazione temporale, è il Maestro dei Maestri.

Ecco infine il premio, l'obiettivo, l'elezione per chi è arrivato alla fine del sentiero: il ricongiungimento dello spirito individuale con lo spirito assoluto, cioè prendere coscienza che il barlume intravisto all'inizio fa parte dello spirito che tutto pervade, che era già in noi. Ciò che era in germe diviene infinito. Noi abbiamo tradotto, in coerenza con l'interpretazione dei sutra precedenti, 'ishvara' con 'spirito assoluto', minuscolo, ma, molti traducono, correttamente per il loro discorso, 'ishvara' con Dio, anche in relazione alla Bagavad Gita. Poi però diventa molto difficile fornire una definizione di Dio che rientri nei discorsi e nei parametri di Patanjali. Soprattutto per noi occidentali il concetto di Dio (padre, creatore) è qualcosa di molto differente da quello che Patanjali vuole dirci e significare.
La scoperta e la contemplazione dello spirito assoluto ha ispirato tutti i guru in tutti i tempi.

I:27 Tasya vacakah pranavah ||
Lo spirito assoluto è il verbo
oppure: Il suo nome è il suono OM.

I:28 Taj japas tad artha bhavanam ||
Si deve ripetere e meditare sull'OM e il significato sarà chiaro.

I:29 Tatah pratyak cetana adhigamopya antaraya abhavasca ||
La ripetizione e la meditazione sull'OM comportano la scomparsa di tutti gli impedimenti e il risveglio dello spirito interiore.

Coerentemente con quanto fatto fin'ora, abbiamo offerto una prima traduzione del sutra 27 senza lasciare termini in sanscrito, in questo modo però il significato rimane forse meno evidente. Lo spirito assoluto è la forza creatrice universale, l'Om o il verbo che dir si voglia, il suono primigenio articolato che crea il mondo. Pronunciando l'OM ci mettiamo in contatto con questa forza, sentiamo risuonare in noi questo potere.
OM è l'inizio, la prima lettera dell'alfabeto sanscrito, ma forse per noi occidentali il collegamento più evocativo per capire a quale forza si faccia riferimento non è con Shiva Nataraja ma con il Vangelo secondo Matteo, 1,1: in principio era il verbo, il verbo era presso Dio e il verbo era Dio. Ovvero quanto detto anche dalla Genesi 1:3, Dio disse: «Sia luce!» E luce fu. E' la parola, il verbo, il suono primigenio creatore, che genera la realtà. In questa sede non si vuole percorrere queste strade, ma semplicemente far comprendere la potenza, la potenzialità e l'universalità di questi sutra.

Dopo essere arrivato a leggere fin qui, mi auguro che qualcuno possa cantare l'OM all'inizio e alla fine della propria pratica con uno spirito rinnovato.

Questi primi 29 sutra del primo libro di Patanjali formano in qualche modo un insieme omogeneo, nel prossimo articolo si analizzeranno i sutra dal 29 al 51 sempre dal samadhi pada ovvero dal primo libro che tratta il raggiungimento dello spirito assoluto.


NOTE:
(1) La questione che si acquisice la forza dell'elefante meditando sull'elefante è ricorrente in molti commentatori autorevoli. Non si vuole dire che sia sbagliata, assolutamente, ma solo che oggi apprare fuori contesto. Torneremo sull'argomento a proposito del III libro, ma il termine dhasana, interpretato da questa linea di pensiero come oggetto (III:1 l'attenzione, dharana, consiste nel concentrasi su un oggetto), può essere inteso anche come luogo e quindi in questo contesto come la pratica stessa (l'attenzione [dharana] consiste nel concentrarsi sulla pratica).

(2) nel testo si è tradotto come segue il sutra I:18:
Successivamente, grazie alla pratica continua, resta solamente la percezione profonda dello spirito universale.

Claudio Biagi traduce, I:18:
L’altra (regione attraversata dalla sezione super-conscia di citta dopo aver trasceso lo stato di asmita, è) preceduta da (seguita da /  accompagnata da) la pratica continua della totale cessazione dell’esperienza  (da parte di citta), (e che tuttavia) lascia un effetto residuo.

Swami Jnaneshvara scrive, I:18;
L'altro tipo di samadhi è asamprajnata samadhi e non ha un oggetto su cui l'attenzione sia concentrata e rimangono così solo impressioni latenti. Il conseguimento di questo stato è preceduto dalla pratica di consentire a tutte le fluttuazioni mondane e sottili della mente di ritirarsi nel campo da cui sono sorte.


BKS Yiengar,  traduce I:18
Il vuoto che nasce in queste esperienze è un altro samadhi. Le impressioni nascoste rimangono inattive, ma emergono nei momenti di consapevolezza, creando fluttuazioni e disturbando la purezza della coscienza.

WILLIAM QUAN JUDGE, riporta, I:18:
La meditazione sopra descritta è preceduta dall’esercizio del pensiero senza  argomentazione. Un altro genere di meditazione si attua nella forma di un'autogenerazione del pensiero dopo la scomparsa di tutti gli oggetti dal campo della  mente.

Ronald Stainer,  riporta, I:18:
L'altro stato di intuizione, che si basa sulla pratica costante, sorge quando si eliminano le percezioni e rimangono solamente le impressioni non manifeste.

e infine Osho, I:18
In asamprajnata samadhi si verifica la cessazione di tutte le attività mentali e la mente trattiene solamente le impressioni non manifeste.

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2 commenti

  1. Grazie, mi è piaciuto molto l'articolo.

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  2. “Gli Yoga Sutra di Patanjali arrivano ancora al cuore dei praticanti di yoga?”, la mia risposta è sì. Trovo molto utile proporre una rubrica che aiuti a interpretarli, affinché chiunque possa ritrovarsi nelle verità di ogni singolo verso.

    Proporre la lettura di un testo così antico, e spesso difficile da capire, è una buona idea non solo perché è l’occasione per diffondere un testo non conosciuto da tutti i praticanti di yoga (e che ne contiene, invece, il senso più profondo), ma anche perché dà la possibilità al praticante stesso di trovare nella propria pratica un significato più intimo.

    Può succedere che, inconsapevoli, ci si ritrovi nelle parole di Patanjali partendo dalla propria pratica, ancor prima della lettura. Un praticante che ritrova il proprio percorso nelle parole di Patanjali ha l’occasione di sentire viva in sé la verità del viaggio che ha intrapreso affidandosi allo yoga.

    “Percezione diretta, deduzione e testimonianza sono retta conoscenza” (I:7): chi vive in sé questo Sutra meraviglioso, senza sapere, è testimonianza diretta della possibilità che lo yoga dà al corpo, e poi all’anima, e infine allo spirito di percorrere il viaggio verso l’assoluto.

    “Pensiero analitico, intuizione, beatitudine e percezione dello spirito individuale” (I:17) riassume perfettamente il senso profondo della pratica “devota”. La percezione dello spirito individuale, e quindi dello “spirito universale” (I:18), accade grazie all’evoluzione stessa del percorso. Ovvero è il pensiero analitico (quindi la scomposizione/consapevolezza del corpo) che conduce alle intuizioni; le intuizioni non sono immaginazione, ma epifanie; le intuizioni accompagnano a conoscere la beatitudine; ed è proprio nello spazio della beatitudine che vive la percezione cosciente dello spirito individuale, che da lì si ricongiunge a “dio”.

    Sono d’accordo sulla concezione di dio come verbo, suono sordo (I:27) a cui semplicemente abbandonarsi. Ed è l’unione intima con questo suono, l’OM, amorevole incontro col prezioso punto di luce che sta dentro di noi e oltre, che vibra l’essere umano oltre le proprie passioni materiali, verso una beatitudine che va anche oltre sé stessa, oltre ogni cosa.

    Personalmente questo è per me il senso dello yoga, e i Sutra aiutano a comprendere la verità che sta dietro alla pratica. Yoga è possibilità, conoscibile all’uomo grazie al corpo, per arrivare alla libertà oltre la libertà stessa (da sé-attraverso sé-dentro sé-oltre sé).

    Grazie per aver condiviso. La possibilità di esplorare nuovo pensieri. Per me è ispirazione per la pratica.

    Per quanto riguarda l’elefante, mi piaceva quell’interpretazione perché mi ha fatto pensare al metodo Stanislavskij, e a come il lavoro sul sentire possa condurre all’intuizione degli spazi di sé non ancora esplorati. Trovo questo esercizio in linea con il “tocco del corpo” col mondo durante la pratica.

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