I Deva: Kali la signora del tempo

aprile 09, 2019



 di Marco Sebastiani  


Inauguriamo una nuova rubrica dedicata alle divinità del pantheon induista, iniziando da uno dei personaggi più affascinanti, controversi e fraintesi: la dea Kālī (sanskrito  काली, di seguito Kali). Dicevamo fraintesi perchè, oggigiorno, con la riscoperta del tantrismo, spesso vengono sovrapposte categorie evidentemente occidentali, con categorie indiane ed induiste, alle volte  seguendo derivazioni del culto molto recenti. Anche Hollywood ha avuto la sua responsabilità, accostando la dea a presunti culti oscuri e pericolosi.  Cercheremo di ricostruire la figura classica, rituale, di Kali, basandoci sui testi tradizionali. Bisogna comunque ricordare sempre che ciò che noi chiamiamo Induismo non costituisce in realtà un corpus omogeneo, ma è composto di varie tradizioni, vere e proprie religioni a se stanti, che si sono susseguite nei millenni e che, alle volte, ancora coesistono. Le sfumature sono quindi moltissime ed una certa approssimazione è sempre necessaria, soprattutto quando parliamo di miti e simboli. A tale riguardo Kali nasce nei tempi molto antichi come divinità che regola il tempo, collegata con la morte, dalla natura feroce e anche benevola, ma si evolve nel medioevo indiano, attraverso i testi tantrici, in una particolare personificazione dell'energia che tutto pervade, energia eterna ed imperitura come il tempo, ma andiamo ad approfondire meglio questi aspetti.


"Spaventosa alla vista, la sua risata scopre denti terribili. Lei è in piedi sopra un cadavere. Ha quattro braccia. Le sue mani tengono una spada e una testa mozzata, fanno il gesto di allontanare la paura e di donare. Lei è la dea benefica del sonno, compagna di Shiva. Nuda, vestita di spazio, la dea risplende nel suo colore nero. La lingua pende fuori dalla bocca. Porta una collana di teschi. Questa è la degna forma della potenza del tempo, Kali, su cui meditare."
Kali Tantra




Per la tradizione delle origini, Kali è una delle dieci Mahavidya, letteralmente le grandi saggezze, ovvero le alter ego femminili del dio Shiva. Le Mahavidya sono l'alterego femminile della sua energia e forza e rappresentano in origine dieci forme della dea Parvati. Kali è una di queste, forse la più importante.  Lo sviluppo di queste dieci figure rappresenta un importante momento nella storia dello Shaktismo, una delle tradizioni principali dell'Induismo in cui la realtà metafisica è considerata metaforicamente femminile così come l'energia divina ultima che tutto pervade. A seconda delle declinazioni dello Shaktismo, diventa preponderante una o l'altra forma di questa Dea suprema, acquisendo nomi e caratteristiche varie. La Dea suprema è quasi sempre associata con un principio maschile: Shiva o Brahma o Vishnu. Kali è invariabilmente associata con Shiva. Lo shaktismo ha conosciuto il suo massimo sviluppo tra il 600 DC e il 1700, affondando le sue radici, come tutto l'Induismo, nei Veda. Particolarmente interessante per le implicazioni sulla pratica dello yoga è la sua unione con il Tantra nel cosiddetto Tantrismo Shakta o nello Shivaismo Tantrico . Nel corso del tempo Kali è stata venerata dai movimenti devozionali e dalle sette tantriche in modi diversi: come la Divina Madre, la Madre dell'Universo, l'Adi Shakti, prima potenza, o l'Adi Parashakti, l'assoluta prima energia. Le sette Shakta indù e tantriche la adorano come la realtà ultima o il Brahman stesso e come colei che conferisce la moksha, la liberazione, ma vedremo meglio in seguito questi aspetti.

Il termine Kali è il femminile del nome kala ( काल ), che significa tempo. E' quindi la personificazione degli aspetti mutevoli della natura, che portano le cose a cambiare e infine a morire. Sapiamo che questo è anche un aspetto preponderante di Shiva, che tiene infatti in mano, o appeso al suo forcone, un tamburo dalla forma di clessidra, il damaru, che scandisce il tempo e crea il suono spirituale dal quale viene generato e regolato l'universo. Ma i due princìpi, maschile e femminile, Shiva e Kali, si combinano. Uno dei nomi di Shiva è proprio Kala, il signore del tempo. Shiva distrugge l'universo precedente, a questo punto non resta più nulla, se non il tempo, altrimenti, se scomparisse anche questo, tutto sarebbe annichilito dal nulla eterno. In questo istante, prima che Shiva ricrei il nuovo universo, Kali è il principio primo, ma forse, proprio in quel momento, Shiva e Kali sono anche la medesima sostanza, lo stesso simbolo. Anzi, secondo la tradizione Shivaita, Shiva, nella sua manifestazione di Kala, signore del tempo, domina Kali, impersonazione del tempo e procede con il suo tamburo damaru, a dare origine ad un nuovo ciclo; secondo la tradizione tantrica, al contrario, Kali, in quanto energia suprema femminile, è il principio primo da cui procede l'energia per la nuova creazione dell'universo.
 Kali è spesso raffigurata, come illustrato dalla citazione all'inizio del presente articolo, in piedi, a danzare su di un uomo. Alle volte questo uomo è proprio il dio Shiva, che giace calmo e prostrato sotto di lei, a focalizzare la sottomissione di tutto, al tempo, e il tempo come principio irrinunciabile di tutto il creato.  In un episodio della mitologia indù, Kali era fuori controllo sul campo di battaglia, e stava per distruggere l'intero universo. Shiva la calmò posandosi sotto il suo piede, sia per ricevere la sua benedizione, ma anche per pacificarla e calmarla. Shiva ha infatti sempre in questa situazione un sorriso beato sul suo volto. Questo passo può anche raffigurare la sottomissione dell'adepto alla Dea stessa.




La Dea è anche chiamata Kalika, ovvero la scura, la blu scura o la notte scura (Kālarātri).  E' indubbiamente collegata, soprattutto nei tempi antichi, con la morte e l'inesorabile passare del tempo per gli uomini. Appare infatti in sogno ai guerrieri del più famoso poema indiano, la Mahabarata, prima dello scontro finale che porterà alla morte di quasi tutti i combattenti ed apparirà addirittura fisicamente tra le truppe nemiche durante l'assalto decisivo di uno degli eroi che mieterà una folla tra i guerrieri dell'opposta fazione.
Nella Mahabarata, opera antichissima il cui nucleo primigenio è circa del 400 AC, quindi molto prima dell'ascesa dello shaktismo e del tantra, Kali compare anche in una altro episodio. Un gruppo di ladri volevano fare un sacrificio umano alla Dea e incautamente scelsero allo scopo un santo monaco, un bramino, come loro vittima. Lo splendore del giovane monaco divenne però così forte da bruciare l'immagine di Kali a cui gli scellerati volevano compiere il sacrificio, questa prende allora forma vivente e uccide l'intera banda di ladri, li decapita e beve il loro sangue.  Questi racconti confermano come Kali, in alcuni tratti caratteristici, sia originariamente legata alla morte, alla potenza assoluta del tempo ed alla sua inesorabile ferocia.
Ancora oggi la Dea è immaginata aggirarsi tra le pire funebri di Varanasi, la sua presenza è positiva e di buon auspicio, chi infatti muore in questa città sulla riva occidentale del Gange, più facilmente sfuggirà al ciclo delle rinascite, raggiungendo la perfezione, sfuggendo quindi al tempo ed ai suoi interminabili cicli, con la benedizione di chi questo tempo controlla, Kali.
Ella non è il deva della morte, che è invece Yama, il quale si narra in molti miti, quando sente il nome di Kali, trema per la paura.




Kali è ritratta principalmente in due forme: la popolare forma con quattro braccia e la forma Mahakali, con dieci braccia. In entrambe le sue forme, è descritta come di colore nero, ma è spesso raffigurata blu scura nell'arte popolare indiana. I suoi occhi sono rossi, come per una intossicazione da veleno o per la collera suprema. I suoi capelli si mostrano arruffati, selvaggi; piccole zanne talvolta sporgono dalla bocca e la sua lingua si protende fuori, rossa, in un'espressione apparentemente terribile. Viene spesso mostrata nuda o semplicemente con una gonna fatta di braccia umane e una ghirlanda di teste al collo. È anche accompagnata da serpenti e da uno sciacallo; è in piedi su di una figura maschile, a volte ha il piede destro in avanti, che simboleggia il più popolare Dakshinamarga o percorso di destra, altre volte ha in avanti, o come unico piede al suolo, il piede sinistro che rappresenta il più trasgressivo Vamamarga, o Vamacara Sadhana, percorso spirituale mancino. Ella infatti presiede i percorsi non convenzionali, eterodossi, estremi ed estranei allo status quo.  La sua cavalcatura è il leone, la più feroce delle fiere, insieme alla tigre.
Nonostante la sua forma apparentemente terribile, Kali è spesso considerata la più gentile e amorevole di tutte le dee indù, poiché è considerata dai suoi devoti come la Madre di tutto l'universo, protettrice del sonno e dei sogni stupefacenti e premonitori. A causa della sua forma terribile, è anche spesso vista come un grande protettore, chiamata Dakshinakali, Kali del sacrificio, che tiene lontani incidenti e sfortuna dalla famiglia.


Gli oggetti che tiene nelle mani o che la ornano, sono, come abbiamo visto, molteplici e spesso cambiano, come cambiano i significati che vengono ad essi attribuiti.
Dicevamo che in una mano tiene una testa mozzata. Generalmente a questo simbolo viene attribuito il monito per i vivi verso il fatto che nulla sfugga al tempo ed alla morte. Esiste però un'interpretazione ugualmente valida, che rimanda maggiormente alla tradizione tantrica, e che vede nella testa l'ego umano e l'ignoranza, che devono essere mozzati dalla conoscenza divina per raggiungere la liberazione. In questo senso la spada rappresenta proprio la conoscenza.
Le altre due mani sono rispettivamente nei mudra, posizioni delle dita, noti come abhaya, ovvero il gesto che allontana la paura, che dona sicurezza nel cuore e  varada, il segno di benedizione, che dona prosperità. I suoi devoti, iniziati o chiunque la adorerà con un cuore sincero, sarà quindi salvato mentre li guiderà nell'aldilà che sfugge al ciclo delle rinascite.
Secondo Danielou (Miti e Dei dell'India, BUR 2002), le quattro braccia rappresentano i punti cardinali ovvero la potenza assoluta, la mano che allontana la paura rappresenta la potenza del tempo che tutto distrugge, che incarna tutte le paure, ma che rimane oltre le paure. E' l'unica che ignora la paura proteggendo coloro che la invocano. La mano che dona rappresenta la beatitudine della permanenza opposta alla caducità dei piaceri transitori. Kali, potenza del tempo, è l'unica ad essere permanente e a poter donare la beatitudine.

Al collo indossa una collana di teschi umani, generalmente 108, un numero molto comune nel simbolismo induista, e comune a tutte le collane da preghiera, japa mala, diffusissime tra monaci e yogin indiani. Altre volte i teschi sono 51, a rappresentare il varnamala, ovvero la ghirlanda delle lettere dell'alfabeto sanscrito, devanagari. Ogni lettera, ogni simbolo e ogni suono, ha un suo potere, una forma di energia dinamica, collegata al potere di Kali. Ella è anche la madre del linguaggio e di tutti i mantra. Anche la lingua fuori dalla bocca può essere letta in questo senso.
Alcuni testi fanno riferimento al fatto che la lingua rossa rimandi alla sua natura rajatica, mentre i denti o le zanne, bianche, alla sua natura satvica, ma non ci addentreremo in questi complessi meandri.  Nei testi più antichi la collana di teschi viene spesso interpretata più banalmente come l'alternarsi della vita e della morte.

È spesso raffigurata nuda, al di là dei veli e della copertura di maya, dell'illusione del mondo materiale, poiché è pura, nirguna.  In un altro modo di vedere, il suo vestito è l'immenso vuoto dello spazio, al momento in cui nasce, quando l'universo è distrutto e non rimane che questo. Altre volte ha una gonna fatta di braccia umane, che rappresentano il karma di cui si è fatta carico per liberare i suoi devoti, a cui le braccia appartengono.
Generalmente la lingua fuori dalla bocca è in tutta l'India e in particolare in Bengala dove è molto attivo il culto della Dea, un gesto di imbarazzo, percui sarebbe un simbolo della sua modestia e purezza. Nulla a che fare con la ferocia che potrebbe ispirare in noi occidentali. In alcuni testi si legge come l'imbarazzo potrebbe essere causato dall'accorgersi di essere in piedi sul suo consorte Shiva, o altri aneddoti.
È scura, nera o blu, comunque la più scura di tutti i Deva e il colore della pella ha un significato molto forte per le divinità induiste. E' scura perchè è l'energia ultima, senza distinzioni di luce o colore. Kali continuerà ad esistere anche quando l'universo finirà e pertanto i concetti di colore, luce, buono, cattivo non si applicano a lei, l'eterna, identificata per questo a volte con il Brahman stesso, il principio dell'Universo, la realtà ultima, la causa di tutto ciò che esiste. In particolare le viene attribuito questo potere, nella rappresentazione di Mahakali, la grande dea Kali con 10 braccia, dieci teste e dieci gambe. Questo aspetto, che lega Kali all'illuminazione, alla liberazione o moksha, allo spirito assoluto che tutto pervade, la collega in modo molto evidente allo yoga e al suo fine ultimo e ci fa capire il perchè fosse venerata da alcune sette tantriche.

Ci piacerebbe infine terminare con un brano dal Mahanirvana-tantra, in cui Kali è uno degli epiteti con cui viene chiamata la shakti primordiale, e in un passaggio Shiva così le si rivolge:

"Alla dissoluzione delle cose, è Kāla [il Tempo] che divorerà tutto, e in ragione di ciò, Egli è chiamato Mahākāla [uno dei nomi del Signore Shiva], e poiché Tu divori Mahakāla stesso, sei Tu che sei il Supremo Kālika Primordiale. Perché Tu divori Kāla, tu sei Kāli, la forma originale di tutte le cose, e poiché Tu sei l'Origine e la divoratrice di tutte le cose, Tu sei chiamata l'Adya [il Primordiale]. Riprendendo dopo la dissoluzione la tua stessa forma, oscura e senza dimensioni, tu sola rimani come uno, ineffabile e inconcepibile. Pur avendo una forma, tuttavia sei senza forma, senza inizio, multiforme regina del potere di Maya,
Tu sei l'inizio di tutto, Creatrice, Protettrice e Distruttrice."
Mahanirvana-tantra

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