Bhagavad Gita: lo yoga del superamento dell'azione, IIa parte II libro

febbraio 21, 2020


traduzione di Vyasa Sante*
testo e commento a cura di Marco Sebastiani


Il secondo capitolo della Gita è esplicitamente diviso in due parti. Nella prima [cfr. articolo Bhagavad Gita Ia parte II cap.: la logica liberatrice ] Krishna controbatte i dubbi di Arjuna con la semplice logica, o, per l'esattezza, con le basi della corrente filosofica indiana denominata Sankhya, uno dei cinque sistemi, o darsana, indiani [cfr Lo yoga e le altre 5 darsana indiane ].
Nella seconda parte, presentata nel presente articolo, Krishna compie un ulteriore passo in avanti e inizia a controbattere i dubbi di Arjuna con i princìpi del suo Yoga, i princìpi che porteranno alla riunificazione con lo spirito assoluto, il Brahman, lo Yoga del superamento dell'azione o dell'azione che dir si voglia ed anche dello yoga devozionale.

Secondo il Nirukti, o il dizionario vedico, saṅkhyā significa ciò che descrive le cose in dettaglio, san khya ovvero contare, elaborare o descrivere analiticamente tutto. Lo yoga implica il controllo dei sensi. La propensione di Arjuna a non combattere era basata sulla gratificazione dei sensi. Dimenticando il suo primo dovere, voleva smettere di combattere, perché pensava che non uccidendo i suoi parenti e amici sarebbe stato più felice che godendo il regno, dopo aver sconfitto i suoi cugini e fratelli, i figli di Dirastira. In entrambe le situazioni, i suoi termini di paragone, i princìpi di base, erano caratterizzati dalla gratificazione dei sensi. La felicità derivata dalla conquista del regno, oppure la felicità derivata dal vedere i parenti vivi, sono entrambi termini basati sulla  gratificazione personale dei sensi e sulla rinuncia di saggezza e dovere. Krishna, quindi, spiega ad Arjuna che uccidendo il corpo di suo nonno non avrebbe ucciso l'anima propriamente detta, e anche che tutte le singole persone, incluso lui stesso essere divino, sono individui eterni; erano individui nel passato, sono individui nel presente e continueranno a rimanere individui in futuro, perché tutti noi siamo anime individuali che vivranno per l'eternità. Il Signore Krishna ha esposto uno studio analitico sull'anima e sul corpo, spiegandosi in termini molto figurati, ma chiari. Questa conoscenza descrittiva dell'anima e del corpo, da diversi angoli di visione, è stata chiamata qui come Sākhya, la filosofia logica. Qualcuno, come Swami Prabhupada, mette in dubbio la correlazione tra questo termine con la scuola logica di cui si parlava all'inizio, ma il discorso è comunque molto chiaro e poco importa, secondo noi, l'accreditamento alla darsana sankhya oppure no.

Nei prossimi versi Krishna convincerà Arjuna sull'importanza dell'agire chiamando in causa la devozione a lui stesso da parte di ogni uomo saggio, la contemplazione dello spirito universale che tutto pervade. Ma vediamolo direttamente nel testo.


Bg. 2.39

एषा तेऽभिहिता सांख्ये बुद्धिर्योगे त्विमां श‍ृणु ।
बुद्ध्या युक्तो यया पार्थ कर्मबन्धं प्रहास्यसि ॥ ३९ ॥
eṣā te ’bhihitā sāṅkhye
buddhir yoge tv imāṁ śṛṇu
buddhyā yukto yayā pārtha
karma-bandhaṁ prahāsyasi

39. Quella che ti ho esposto è la conoscenza analitica delle cose,
osservata dal punto di vista speculativo; ora ascolta questa stessa
saggezza nel suo aspetto pratico, quello dell’azione svolta con
intelligenza, senza attaccamento al risultato. Conoscendo ciò, oh Arjuna, tu infrangerai i legami dell’azione.

L'insegnamento di Krishna che segue nei prossimi versi è quindi chiamato dal suo stesso artefice Yoga dell'azione, Karma Yoga. Questo termine genera facilmente fraintendimenti. Innanzitutto non dobbiamo confondere il Karma yoga di Krishna, con il Kriya yoga di Patanjali, seppure la traduzione possa essere per entrambi la medesima: yoga dell'azione. Per Krishna infatti lo yoga deve portare il praticante al non attaccamento, al distacco dal risultato delle proprie azioni. Il metodo del Kriya Yoga di Patanjali è molto differente da questo, basti ricordare in questa sede che per questo autore lo yoga doveva essere azione e implicare studio di sè, pratica intensa e abbandono allo spirito universale. Entrambe le visioni sono accomunate dal fatto che lo yoga non debba essere praticato in isolamento nella foresta o sui monti Himalayani, ma l'essenza è molto differente e rimanda a termini distanti tra loro, kriya e karma. Per non cadere in questo equivoco sarebbe più chiaro chiamare lo yoga della Bhagavad Gita "yoga del superamento dell'azione" o "yoga della rinuncia ai frutti dell'azione", ma per semplicità la terminologia viene spesso abbreviata.
Un altro equivoco è invece di natura più banale. Nelle sale yoga e negli ashram indiani, come in quelli nel resto del mondo, spesso ai praticanti novizi viene richiesto di mettersi gratuitamente al servizio della collettività e degli altri, facendo quasi sempre piccoli lavori utili, ma umili: pulire gli ambienti, preparare i cibi, preparare le sale, assistere il guru, offrire il chai etc. Generalmente ci si riferisce a questo servizio come karma yoga. La logica dovrebbe essere quella che aiutando il prossimo e la comunità, si migliora il proprio karma ovvero la conseguenza delle proprie azioni, facendo del bene nel mondo se ne riceverà gratificazione anche nelle prossime vite. Effettivamente ho sempre visto svolgere questi compiti con una finalità: essere accettati dalla comunità, farsi ben volere dal guru, eccetera. Siamo quindi a mio avviso molto lontani sia dal pensiero di Krishna che da quello di Patanjali, e più vicini ad una gratificazione che i maestri danno ai giovani adepti per ritrovarsi svolti alcuni compiti necessari. Comunque si ponga la questione, personalmente non credo si compiano queste azioni con lo scopo di essere disinteressati ai frutti che queste generano o per la gloria dello spirito universale che tutto pervade, ma potrei sbagliarmi.

Detto ciò, Arjuna imparerà, grazie all'insegnamento proposto nei prossimi versi, a rompere il legame tra l'azione e le conseguenze che da essa derivano, tra l'azione e l'aspettativa di tali conseguenze. Krishna insegnerà dunque come agire nel buddhi yoga, yoga dell'intelligenza, o karma yoga che dir si voglia,  cioè la pratica del servizio di devozione, che mira unicamente al piacere del Signore e non di chi la compie. L’azione compiuta nella coscienza di Krishna e quella compiuta in vista di un beneficio materiale sono dunque profondamente differenti: ciò che fa la perfezione spirituale dell’azione è di compierla nello spirito del karma yoga. Questo yoga, con una sfumatura differente, viene anche chiamato Bhakti Yoga, Yoga Devozionale.


Bg. 2.40
नेहाभिक्रमनाशोऽस्ति प्रत्यवायो न विद्यते ।
स्वल्पमप्यस्य धर्मस्य त्रायते महतो भयात् ॥ ४० ॥
nehābhikrama-nāśo ’sti
pratyavāyo na vidyate
sv-alpam apy asya dharmasya
trāyate mahato bhayāt


40.Questa strada non può essere ostacolata da nessun impedimento,
in essa nessuno sforzo va perduto, anche una limitata osservanza di
queste norme salva dalla paura.

Cosa significa che nessuno sforzo va perduto? L’azione compiuta nella coscienza di Krishna, cioè per soddisfare il Signore e senza altro desiderio, compiuta nella devozione, è un'attività trascendentale. Anche il minimo sforzo volto a far piacere a Krishna non è mai perduto. Sul piano materiale ogni impresa non portata a termine è un insuccesso, ma sul piano spirituale, quello della coscienza di Krishna, la minima attività genera benefici duraturi i cui frutti non vanno mai perduti.



Bg. 2.41
व्यवसायात्मिका बुद्धिरेकेह कुरूनन्दन ।
बहुशाखा ह्यनन्ताश्च बुद्धयोऽव्यवसायिनाम् ॥ ४१ ॥
vyavasāyātmikā buddhir
ekeha kuru-nandana
bahu-śākhā hy anantāś ca
buddhayo ’vyavasāyinām

41. Oh Arjuna, gioia dei Kuru, avere questa inelligenza, agire in questo mondo porta a comportarsi in modo fermamente deciso. Mentre, chi manca di questa comprensione, ha un’intelligenza che si disperde in mille diramazioni.

Chi è illuminato dallo yoga di Krishna non ha esitazione, non deve più sforzarsi di rendere favorevoli le sue azioni; tutte le sue azioni sono sul piano assoluto poiché non sono più sotto l'influsso della dualità che le rende buone o cattive. Al contrario le azioni di chi non conosce l'essenza del proprio spirito, sono dispersive, mirano a conseguire buoni risultati per se stessi e ad allontanare le conseguenze negative, conseguenze in fin dei conti inutili per lo spirito.


Bg. 2.42
यामिमां पुष्पितां वाचं प्रवदन्त्यविपश्चितः ।
वेदवादरताः पार्थ नान्यदस्तीति वादिनः ॥ ४२ ॥
yām imāṁ puṣpitāṁ vācaṁ
pravadanty avipaścitaḥ
veda-vāda-ratāḥ pārtha
nānyad astīti vādinaḥ


42. Oh figlio di Pritha, esistono tante dottrine che, pur affermando
di essere le migliori e che non esista altro di uguale valore, sebbene
vengano presentate con fioriti discorsi pronunciati da persone che
amano citare le scritture dei Veda, in realtà non sanno cogliere la
Verità assoluta e non sanno veramente discernere.

Bg. 2.43
कामात्मानः स्वर्गपरा जन्मकर्मफलप्रदाम् ।
क्रियाविशेषबहुलां भोगैश्वर्यगतिं प्रति ॥ ४३ ॥
kāmātmānaḥ svarga-parā
janma-karma-phala-pradām
kriyā-viśeṣa-bahulāṁ
bhogaiśvarya-gatiṁ prati

43. Queste dottrine sono animate da desideri che aspirano a gioie
celestiali, e che parlano delle rinascite promettendo ricompense per le
proprie azioni; esse prescrivono svariati rituali per il conseguimento
del piacere e del potere.

Questi due versi sono fondamentali per l'intero pensiero indiano successivo e per ogni scuola di yoga. Nei primi sei canti o libri, la Gita fissa le basi della propria filosofia dell'azione e della conoscenza, della propria sintesi del Sankhya, dello yoga e dei Veda e Vedanta, i commentari dei Veda. In questi due versi viene rivoluzionato l'approccio classico precedente al mondo rituale dei Veda. E' passato approssimativamente un millennio dalla redazione dei Veda più antichi e ora la Gita si presenta come una Upanishad, ovvero un ragionamento sui Veda, che supera l'attaccamento letterale ai rituali. Il karma, le azioni o le opere che dir si voglia, erano i sacri rituali elencati nelle scritture, ed erano interpretati nel passato in modo letterale. I Veda diventavano quindi una lunga antologia di  cerimonie e sacrifici complessi e da compiere in modo rigoroso e preciso. Questi sacrifici, così interpretati, sono, secondo la Gita, offerte di desiderio compiute nella speranza di una ricompensa, sulla terra o in cielo, in questa vita o in un'altra: godimenti, poteri, gioie o salvezza.
La Gita non rifiuta, così come il Buddismo a lei coevo, l'idea del rito e del sacrificio vedico, così come non rinnega le scritture, ma eleva il sacrificio e lo rende più ampio. Non nega l'efficacia del sacrificio ed ammette anche che attraverso di esso si possano avere dei benefici, ma trascende la sua esecuzione come mera successione di azioni e parole, ne trascende lo svolgimento verso l'interiorità e lo yoga. Questo concetto sarà molto evidente nei capitoli successivi: Krishna accetta e incoraggia i sacrifici rituali verso se stesso, da cui derivano conseguenze positive, ma questi non sono che simboli. Solamente gli ignoranti adorano gli dei senza sapere chi e cosa adorano sotto queste forme divine. Al solo Signore deve essere offerto il sacrificio di tutte le energie e di tutte le attività della vita, con devozione, senza desiderio, con distacco, sapendo che così il nostro spirito individuale atman si ricongiungerà con lo spirito universale brahman. Il rituale diviene vera esperienza spirituale e metodo di liberazione. Altrimenti il rituale ottiene il fine opposto di rendere l'uomo schiavo dell'azione e del karma.


Bg. 2.44
भोगैश्वर्यप्रसक्तानां तयापहृतचेतसाम् ।
व्यवसायात्मिका बुद्धिः समाधौ न विधीयते ॥ ४४ ॥
 bhogaiśvarya-prasaktānāṁ
tayāpahṛta-cetasām
vyavasāyātmikā buddhiḥ
samādhau na vidhīyate

44. Ma sappi che, in coloro che sono sedotti dal piacere e dal potere,
che hanno il pensiero assorbito in questo tipo di linguaggio, sono incapaci di assorbirsi nella contemplazione perfetta della realtà.

Il non attaccamento è la qualità fondamentale per raggiungere l'illuminazione, chiamata in questa sede da Krishna, la contemplazione perfetta della realtà, vyavasayatmika. L'attaccamento porta al divagare della mente, condizione che non permette di elevarsi.


Bg. 2.45
त्रैगुण्यविषया वेदा निस्त्रैगुण्यो भवार्जुन ।
निर्द्वन्द्वो नित्यसत्त्वस्थो निर्योगक्षेम आत्मवान् ॥ ४५ ॥
trai-guṇya-viṣayā vedā
nistrai-guṇyo bhavārjuna
nirdvandvo nitya-sattva-stho
niryoga-kṣema ātmavān

45. Nei Veda sono descritte le tre forze o qualità che compongono e
operano nella natura materiale, i tre guna. Ma tu, oh Arjuna, liberati
dalla loro influenza e dalla dualità degli opposti, e sii ben saldo nella qualità luminosa di ciò che è eterno, libero da ogni senso di possesso e padrone del vero sè.

I Veda, come classicamente interpretati, si occupano della conoscenza del divino, del brahman, ma attraverso ciò che traspare dalla natura, dai suoi componenti chiamati i tre guna. Non è qui fondamentale addentrarsi verso una comprensione dettagliata dei guna per comprendere il senso del discorso. Basti ricordare che, secondo la filosofia sankhya, la natura, o prakriti, opera per mezzo dei tre guna, qualità essenziali o modi d'azione dell'energia universale: satva, ovvero l'equilibrio, la soddisfazione, rajas, ovvero l'azione, lo sforzo, la passione; tamas, ovvero l'ignoranza, l'inattività, la pigrizia.
La contemplazione del divino, che proviene dalla contemplazione della natura, non genera vera conoscenza nè, meno che mai, illuminazione. Per recuperare il proprio equilibrio interiore gli uomini devono contemplare il divino universale attraverso il proprio sè divino, immobile ed immutabile, l'atman.  
Questo è forse uno dei passaggi che più possono illuminare la strada dei praticanti di yoga, in qualsiasi declinazione.



Bg. 2.46
यावानर्थ उदपाने सर्वतः सम्प्लुतोदके ।
तावान्सर्वेषु वेदेषु ब्राह्मणस्य विजानतः ॥ ४६ ॥
yāvān artha uda-pāne
sarvataḥ samplutodake
tāvān sarveṣu vedeṣu
brāhmaṇasya vijānataḥ

46. Per il vero sapiente che conosce il Sé, tutti i Veda hanno l’utilità che può avere l’acqua di uno stagno, quando tutto attorno c’è
un’alluvione.

Krishna non sta disprezzando le antiche scritture, ma solamente ponendole sotto una nuova luce. I Veda hanno la loro saggezza, ma per l'illuminato la saggezza è nel mondo. L'uomo saggio deve ottenere la conoscenza attraverso l'esperienza spirituale diretta, questa può arrivare anche dai rituali vedici, ma non sono che una delle possibili osservazioni della realtà. Per chi non abbia chiaro questo percorso, le scritture possono essere persino di intralcio.
Krishna in un verso successivo (BG 16.24) dirà che la vita deve essere in prima battuta orientata proprio dalle scritture. E' il senso di queste scritture che lui sta spostando.

Questo pensiero è fondamentale per i praticanti di yoga. Lo yoga è immerso nella mitologia e nella filosofia induista. Però, con la pratica dedicata o incentrata su eroi, dei o rituali, come il saluto al Sole, Surya, o natarajasana, la posizione di Shiva danzante, e mille altri esempi, si rivolge la propria attenzione verso simboli, simboli spirituali che trascendono il mero racconto o la mera impersonazione. Questo è il discorso portato avanti dalla Gita. I Veda, gli dei, i rituali, rappresentano un percorso di avvicinamento dello spirito individuale allo spirito universale, non sono da intendersi come operazioni da interpretare letteralmente. Il salto è notevole ed il concetto modernissimo, per essere stato scritto 2500 anni fa, ma forse più che moderno possiamo affermare senza paura di essere smentiti, che la spiritualità qui rappresentata è eterna.


Bg. 2.47
कर्मण्येवाधिकारस्ते मा फलेषु कदाचन ।
मा कर्मफलहेतुर्भूर्मा ते सङ्गोऽस्त्वकर्मणि ॥ ४७ ॥
karmaṇy evādhikāras te
mā phaleṣu kadācana
mā karma-phala-hetur bhūr
mā te saṅgo ’stv akarmaṇi

47. È tuo dovere e competenza solo l’agire, ma questo non deve essere
motivato dal desiderio dei frutti dell’azione. E nemmeno devi immedesimarti nel non agire.

Krishna incoraggia Arjuna a muoversi nell'intero dominio dell'azione umana, per compiere il progresso proprio e dell'umanità, il dominio che va dalla natura e dai suoi opposti, fino alla somma divina verità. Ma i frutti dell'azione non devono essere il movente. L'opera compiuta sotto la spinta del desiderio, come per coloro che seguono alla lettera i Veda, non ha alcun valore, come lo è l'attività per colui che ha una mente che oscilla, seppure piena di energia.
In sostanza Krishna esorta ad agire, a non essere inattivo, ad agire per amore del giusto, senza pensare alle conseguenze.


Bg. 2.48
योगस्थः कुरु कर्माणि सङ्गं त्यक्त्वा धनञ्जय ।
सिद्ध्यसिद्ध्योः समो भूत्वा समत्वं योग उच्यते ॥ ४८ ॥
yoga-sthaḥ kuru karmāṇi
saṅgaṁ tyaktvā dhanañ-jaya
siddhy-asiddhyoḥ samo bhūtvā
samatvaṁ yoga ucyate

48. Saldo in questa disciplina, fai ciò che è tuo dovere, lasciando
ogni attaccamento, oh Dhananjaya, rimanendo fermo sia nel successo
che nell’insuccesso: questa equanimità si chiama yoga.

Il verso 48 del II capitolo della Bhagavad Gita è uno degli shloka, versi, più conosciuti e citati dell'intera opera, in poche, poetiche, parole ne riassume grande parte del pensiero e dell'essenza. Krishna esorta Arjuna ad essere fermo nello yoga, ovvero nell'unione con lo spirito universale brahman, questo è il proprio dovere spirituale, raggiungibile solamente grazie al non attaccamento, a non inseguire il piacere o a fuggire il dolore, ad ignorare il successo come l'insucceso. Lo yoga è samatvam: equilibrio di umore, equanimità, uniformità dell'essere di fronte al mondo.



Bg. 2.49
दूरेण ह्यवरं कर्म बुद्धियोगाद्धनञ्जय ।
बुद्धौ शरणमन्विच्छ कृपणाः फलहेतवः ॥ ४९ ॥
dūreṇa hy avaraṁ karma
buddhi-yogād dhanañ-jaya
buddhau śaranam anviccha
kṛpaṇāḥ phala-hetavaḥ

49. Sono ben miseri coloro per i quali la spinta ad agire è il frutto dell’azione. Tale azione è infatti di gran lunga inferiore rispetto allo yoga della consapevolezza. Cerca dunque rifugio nella vigilanza del tuo animo.

Solo gli avidi desiderano godere del frutto del proprio lavoro, per essere ulteriormente impigliati nella schiavitù materiale. Ad eccezione delle azioni disinteressate, compiute nella coscienza di Krishna, tutte le attività sono abominevoli, o comunque inferiori qualitativamente alle azioni disinteressate, perché legano continuamente colui che le compie al ciclo di nascita e morte.
Buddhi-yogā è chiamato qui la forza, l'intelligenza suprema dello yoga, l'azione dedicata allo spirito universale, Krishna. 



Bg. 2.50
बुद्धियुक्तो जहातीह उभे सुकृतदुष्कृते ।
तस्माद्योगाय युज्यस्व योगः कर्मसु कौशलम् ॥ ५० ॥
buddhi-yukto jahātīha
ubhe sukṛta-duṣkṛte
tasmād yogāya yujyasva
yogaḥ karmasu kauśalam

50. Per colui che in questo mondo possiede la vera consapevolezza, in realtà non esistono più né il bene né il male.

Da tempo immemorabile ogni essere vivente ha accumulato esperienza relativamente alle conseguenze delle proprie azioni, buone e cattive. Come tale però ignora la sua posizione nell'universo e la consapevolezza del proprio spirito. L'ignoranza può essere rimossa dalle parole di Krishna, che insegna ad arrendersi a lui liberandosi dalle conseguenze delle azioni e delle reazioni, nascita dopo nascita. Arjuna agendo nella coscienza di Krishna, inizia  il processo di purificazione dell'azione risultante.
I concetti qui espressi furono molto cari anche ad alcuni filosofi tedeschi di fine Ottocento, non è difficile sentire riecheggiare in questi versi le opere di Nietzsche o di Shopenauer i quali li fecero loro e li mossero in campi più o meno tradizionali in relazione al loro campo di origine (Cfr.:  Così parlò Zarathustra, Al di là del bene e del male o La gaia scienza di Friedrich Nietzsche). Questo argomento, seppure interessante e utile a comprendere più in dettaglio la filosofia della Gita, ci porterebbe però troppo lontano.


Bg. 2.51
कर्मजं बुद्धियुक्ता हि फलं त्यक्त्वा मनीषिणः ।
जन्मबन्धविनिर्मुक्ताः पदं गच्छन्त्यनामयम् ॥ ५१ ॥
karma-jaṁ buddhi-yuktā hi
phalaṁ tyaktvā manīṣiṇaḥ
janma-bandha-vinirmuktāḥ
padaṁ gacchanty anāmayam

51. Avendo rinunciato ai frutti dell’azione, il saggio, che è vigile
e consapevole, è anche liberato dalle catene delle rinascite, così egli
raggiunge la dimora ultima ed eterna.

Dicevamo appunto che la Gita supera l'interpratazione letterale delle scritture così come l'esecuzione pedissequa dei rituali vedici, ma l'orizzonte simbolico rimane quello induista. Il fine dello yoga è il riconguingimento con lo spirito universale, la gioia e l'estasi della liberazione del proprio spirito individuale nell'assoluto, cui consegue la cessazione della ruota delle rinascite e della reincarnazione.
L'ignorante è immerso nel mondo dell'illusione e ne subisce le nefaste conseguenze. L'animo più elevato combatte l'ignoranza grazie al percorso dello yoga fino a diventare saggio e libero, nel corso di molte vite.



Bg. 2.52
यदा ते मोहकलिलं बुद्धिर्व्यतितरिष्यति ।
तदा गन्तासि निर्वेदं श्रोतव्यस्य श्रुतस्य च ॥ ५२ ॥
yadā te moha-kalilaṁ
buddhir vyatitariṣyati
tadā gantāsi nirvedaṁ
śrotavyasya śrutasya ca

52. Quando il tuo intelletto avrà oltrepassato l’inganno dell’illusione,
ti disinteresserai a tutti i precetti dei Veda che hai già udito, e anche a
quelli che potrai udire ancora.

I precetti dei Veda sono utili nelle prime fasi, per comprendere l'inganno dell'illusione, poi, Arjuna potrà disinteressarsene. Krishna non sta dicendo di disinteressarsi ai Veda, ma ai precetti che questi, in modo letterale, propugnano. Le scritture potranno altresì mantenere il loro ruolo di simboli e di strumenti per l'ascensione spirituale, questo concetto sarà ribadito anche in seguito. Ma lo scopo delle scritture è l'abbandono in Krishna. Il ricongiungimento. Lo Shivaismo moderno ha indubbiamente la Gita come testo fondante più che i Veda, proprio per questo cambio di chiave interpretativa. Verranno altre Upanishad a ribadire qeusti concetti, portandoli oltre, fino anche a deridere i sacerdoti brahmini intenti nei loro mantra e nei loro complicati rituali.


Bg. 2.53
श्रुतिविप्रतिपन्ना ते यदा स्थास्यति निश्चला ।
समाधावचला बुद्धिस्तदा योगमवाप्स्यसि ॥ ५३ ॥
śruti-vipratipannā te
yadā sthāsyati niścalā
samādhāv acalā buddhis
tadā yogam avāpsyasi

53. Quando il tuo intelletto non sarà più confuso da tutto ciò che
ha udito, e diverrà ben stabile nella contemplazione del Sé, allora
raggiungerai la perfezione di questo yoga.

Il fine dello yoga è il samadhi, la contemplazione del sè spirituale, della stessa natura del sè universale, o la contemplazione di Krishna, che dir si voglia. L'opera di Patanjali, di qualche secolo più tarda della Bhagavad Gita muoverà il concetto di yoga in altre direzioni, verso altre pratiche, ma il fine ultimo resterà sempre lo stesso, qui descritto. 


Bg. 2.54
अर्जुन उवाच
स्थितप्रज्ञस्य का भाषा समाधिस्थस्य केशव ।
स्थितधीः किं प्रभाषेत किमासीत व्रजेत किम् ॥ ५४ ॥
arjuna uvāca
sthita-prajñasya kā bhāṣā
samādhi-sthasya keśava
sthita-dhīḥ kiṁ prabhāṣeta
kim āsīta vrajeta kim


54. Arjuna disse: Oh Signore, come si riconosce un saggio saldo in questa contemplazione? Come parla e con quali parole? Come egli siede e come cammina?


Bg. 2.55
श्रीभगवानुवाच
प्रजहाति यदा कामान्सर्वान्पार्थ मनोगतान् ।
आत्मन्येवात्मना तुष्टः स्थितप्रज्ञस्तदोच्यते ॥ ५५ ॥
śrī-bhagavān uvāca
prajahāti yadā kāmān
sarvān pārtha mano-gatān
ātmany evātmanā tuṣṭaḥ
sthita-prajñas tadocyate


55. Il Beato Signore disse: Quando si sono abbandonati i desideri che turbano il cuore e la mente, oh figlio di Kunti, quando si è appagati nel Sé e per il Sé, allora di un tale uomo si può dire che egli è un saggio realizzato.

Questo è un punto cruciale dell'opera: Come si riconosce quindi una persona illuminata? quali sono le sue caratteristiche? Arjuna chiede come parla e come cammina, ma soprattutto come sta seduto, āsīta, stessa radice del greco ησται, immaginiamo come siede in meditazione. Krishna chiarisce subito che non è riconoscibile per qualità o attitudini fisiche, manifeste esteriormente, ma esclusivamente per attitudini del carattere e dello spirito. Nel 500 AC la Baghavad Gita risulta in questo passo più concreta e "moderna" di altre scuole di yoga "miracoliste", anche moderne,  che venerano guru con presunte doti nel compiere miracoli, materializzare oggetti, entrare in contatto psichico, eccetera, eccetera. L'illuminazione consiste in primo luogo nel non attaccamento al mondo terreno, nel distacco dai desideri. Il materialismo è in antitesi con la via dello yoga. In questa condizione l'uomo ricongiunge il proprio spirito individuale con quello universale. Questo è il primo punto, ma il discorso continua:


Bg. 2.56
दुःखेष्वनुद्विग्न‍मनाः सुखेषु विगतस्पृहः ।
वीतरागभयक्रोधः स्थिधीर्मुनिरुच्यते ॥ ५६ ॥
duḥkheṣv anudvigna-manāḥ
sukheṣu vigata-spṛhaḥ
vīta-rāga-bhaya-krodhaḥ
sthita-dhīr munir ucyate

56. La mente dell'essere illuminato non è più scossa dalle avversità, egli non aspira più ai godimenti sensoriali ed è libero dalla cupidigia, dalla paura e dalla collera. L’imperturbabile saggio in questo modo è fermo nella sua consapevolezza.

Le caratteristiche del saggio illuminato sono qualità dell'animo. Il raggiungimento del samadhi, gli dona la pace interiore ovvero nessuna preocupazione lo turba in quanto vive nel momento presente e non ha paura della sofferenza. Allo stesso modo non aspira ai piaceri materiali. E' stabile nel momento presente, nulla può scuoterlo da questa beatitudine. In questo concetto Buddismo, Induismo, Patanjali e Bhagavad Gita hanno un punto fermo in comune. 



Bg. 2.57
यः सर्वत्रानभिस्नेहस्तत्तत्प्राप्य श‍ुभाश‍ुभम् ।
नाभिनन्दति न द्वेष्टि तस्य प्रज्ञा प्रतिष्ठिता ॥ ५७ ॥
yaḥ sarvatrānabhisnehas
tat tat prāpya śubhāśubham
nābhinandati na dveṣṭi
tasya prajñā pratiṣṭhitā

57. Colui che è distaccato da tutto ha una saggezza ben radicata; egli, incontrando la buona e la cattiva sorte, resta equanime, né gioisce né odia.

La conoscenza perfetta fa comprendere al saggio l'illusorietà di qualsiasi traguardo materiale, di qualsiasi aspirazione che non sia spirituale. Come potrebbe quindi il raggiungimento di un fine illusorio portare gioia nel suo cuore? e allo stesso modo il mancato raggiungimento può portare proccupazione? in particolare non odia o invidia, perchè non ha nemici, la sua è una ricerca interiore, l'unico nemico è l'ignoranza dello spirito. La dualità, l'opposizione tra bene e male, è la caratteristica prima del regno materiale. Si possono ricercare sfumature in questo concetto, ovvero dibattere se il samasthiti, la perfetta contemplazione dello spirito, sia bene assoluto, oppure al di la di questi concetti di bene e male. Visto il senso complessivo dell'opera, propenderemo per questa seconda ipotesi, non ce ne volgiano i devoti di Krishna per i quali il loro signore è il bene assoluto. A giudizio di chi scrive sono comunque sfumature, il concetto principale è molto chiaro.


Bg. 2.58
यदा संहरते चायं कूर्मोऽङ्गानीव सर्वशः ।
इन्द्रियाणीन्द्रियार्थेभ्यस्तस्य प्रज्ञा प्रतिष्ठिता ॥ ५८ ॥
yadā saṁharate cāyaṁ
kūrmo ’ṅgānīva sarvaśaḥ
indriyāṇīndriyārthebhyas
tasya prajñā pratiṣṭhitā

58. Un simile uomo ritrae e raccoglie le sue facoltà sensoriali
distante dagli oggetti dei sensi, come fa la tartaruga quando ritrae le
sue membra: in questo modo egli diventa fermo nella sua saggezza.

Oltre ad essere equamine dal punto di vista morale, oltre quindi i concetti di bene e male, lo yogi realizzato è in grado di distaccarsi dai sensi materiali. Patanjali chiamerà questa operazione pratyahara, ritiro dei sensi, quinto gradino su otto del suo percorso. Molto evocativa l'immagine dei sensi che vengono rivolti all'interno come la tartaruga quando ritira gli arti all'interno del guscio. Una curiosità: gli arti della tartaruga sono chiamati aṅgāni, esattamente con lo stesso termine con cui Patanjali chiama gli otto arti del suo ashtanga yoga , ashtanga = ashtau angani, lo yoga degli otto arti.


Bg. 2.59
विषया विनिवर्तन्ते निराहारस्य देहिनः ।
रसवर्जं रसोऽप्यस्य परं दृष्ट्वा निवर्तते ॥ ५९ ॥
viṣayā vinivartante
nirāhārasya dehinaḥ
rasa-varjaṁ raso ’py asya
paraṁ dṛṣṭvā nivartate

59. Gli oggetti dei sensi si allontanano allora dall’anima incarnata
che non se ne nutre: essi lasciano dietro di sé solo il ricordo del loro
gusto e del loro sapore, ma anche questo svanisce appena si avrà la
visione della Realtà suprema.

L'abbandono dell'attaccamento ai piaceri deve essere totale, arrivando al punto di ignorare completamente i piaceri materiali, così come le sofferenze. In questo verso è possibile intravedere una diversità di vedute, non vogliamo dire una polemica o contrapposizione, tra Krishnaiti e seguaci dell'ashtanga yoga di Patanjali. Questa diversità consiste nell'approccio alle rinunce. Per Patanjali sono necessarie inizialmente alcune restrizioni per poi compiere il cammino verso il samadhi, alcune rinunce, espresse nei dieci yama e nyama, le regole di comportamento verso se stessi e verso la società. I Krishnaiti sostengono che tali restrizioni non fanno altro che esacerbare il praticante, ricordargli l'attaccamento verso i piaceri della carne e propongono il percorso inverso: la contemplazione di Krishna porta all'abbandono delle gioie dei sensi e quindi qualsiasi restrizione risulta inutile. Un tema presente nella filosofia indiana è il dibattito se le restrizioni siano solamente per gli spiriti meno elevati che non riescano ad arrivare direttamente alla contemplazione oppure no, ma un tassello in più in questa direzione lo aggiungono i versi successivi.


Bg. 2.60
यततो ह्यपि कौन्तेय पुरुषस्य विपश्चितः ।
इन्द्रियाणि प्रमाथीनि हरन्ति प्रसभं मनः ॥ ६० ॥
yatato hy api kaunteya
puruṣasya vipaścitaḥ
indriyāṇi pramāthīni
haranti prasabhaṁ manaḥ


60. Oh figlio di Kunti, la turbolenza dei sensi può trascinare via a
forza anche la mente di un uomo saggio che si sforzi per controllarli.



Bg. 2.61
तानि सर्वाणि संयम्य युक्त आसीत मत्परः ।
वशे हि यस्येन्द्रियाणि तस्य प्रज्ञा प्रतिष्ठिता ॥ ६१ ॥
tāni sarvāṇi saṁyamya
yukta āsīta mat-paraḥ
vaśe hi yasyendriyāṇi
tasya prajñā pratiṣṭhitā

61. Si deve dunque padroneggiare i sensi, ma con l’intelletto libero
e nel proprio raccoglimento, ci si deve poi occupare solo di Me e
prendere rifugio in Me.

Krishna sottolinea il pericolo dei seinsi e sembra indicare esplicitamente che nessuna restrizione possa essere efficace, perchè sempre arriverà il momento in cui si vacilla e si ricade preda di essi. Inutile imporsi nonviolenza, onestà, sincerità, continenza sessuale e frugalità (i 5 yama) oppure purezza, appagamento, disciplina, studio di se (i 5 nyama, tranne l'ultimo). Ciò che conta è esclusivamente la conemplazione dell'assoluto, che garantirà la perfezione negli aspetti precedentemente elencati. Anche per Patanjali questo è l'ultimo passo delle 10 regole, ishvara pranidhana, l'abbandono allo spirito assoluto. Patanjali afferma anche che la pratica intensa delle 10 regole e degli 8 non sia strettamente necessaria agli spiriti illuminati dalla nascita, ma resta comunque una differenza tra i due percorsi.
Ricordiamo Patanjali Yoga Sutra, secondo libro verso 45, YSII:45. samādhi siddhiḥ-īśvarapraṇidhānāt,  Isvara pranidhana, l'abbandono allo spirito supremo, porta al samadhi ovvero all'unione dello spirito individuale con lo spirito superemo. I testi tantrici torneranno su qeusti temi sviluppandoli in modo peculiare, talvolta ritenendo inutili le rinunce, tal'altra esaltando il percorso di ricerca fisico e sensoriale verso l'assoluto.


Bg. 2.62
ध्यायतो विषयान्पुंसः सङ्गस्तेषूपजायते ।
सङ्गात्सञ्जायते कामः कामात्क्रोधोऽभिजायते ॥ ६२ ॥
dhyāyato viṣayān puṁsaḥ
saṅgas teṣūpajāyate
saṅgāt sañjāyate kāmaḥ
kāmāt krodho ’bhijāyate

62. Quando l’uomo invece accorda il suo pensiero al godimento
degli oggetti dei sensi, in lui sorge l’attaccamento verso di essi, da
questo nasce il desiderio ardente e a sua volta, da questo, si manifesta la collera.

Dall'ignoranza dello spirito discendono tutti i mali, in primo luogo l'attaccamento alle cose materiali nasce il più esecrabile dei sentimenti umani, la violenza o la collera. In tutta l'Asia, contrariamente a quanto avviene in Occidente, mostrarsi collerrici, arrabiarsi, è ritenuto un atteggiamento estremamente esecrabile, maleducato. Allo stesso modo mostrasi troppo bramosi per il cibo, il bere, il denaro, eccetera eccetera.
L'unico godimento per l'uomo illuminato è l'unione con il divino. Un sincero devoto di Krishna, evita ogni godimento dei sensi materiali a causa del suo più alto gusto per il godimento spirituale nella contemplazione del Signore. Questo è il segreto del successo. Chi non è, quindi, nella coscienza di Krishna, per quanto potente possa essere nel controllare i sensi con la repressione, alla fine fallirà sicuramente, poiché il minimo pensiero del piacere dei sensi lo agiterà, per gratificare i suoi desideri.


Bg. 2.63
क्रोधाद्भ‍वति सम्मोहः सम्मोहात्स्मृतिविभ्रमः ।
स्मृतिभ्रंशाद्बुद्धिनाशो बुद्धिनाशात्प्रणश्यति ॥ ६३ ॥
krodhād bhavati sammohaḥ
sammohāt smṛti-vibhramaḥ
smṛti-bhraṁśād buddhi-nāśo
buddhi-nāśāt praṇaśyati

63. Dalla collera derivano l’inganno e lo smarrimento, da questo la confusione della memoria, la rovina del discernimento e della decisione. Quando si perde questa capacità di giudizio sopraggiunge la rovina dell’uomo.

Bg. 2.64
रागद्वेषविमुक्तैस्तु विषयनिन्द्रियैश्चरन् ।
आत्मवश्यैर्विधेयात्मा प्रसादमधिगच्छति ॥ ६४ ॥
rāga-dveṣa-vimuktais tu
viṣayān indriyaiś caran
ātma-vaśyair vidheyātmā
prasādam adhigacchati

64. Ma chi è padrone di sé e sa muoversi tra gli oggetti dei sensi, acquietato e privo di attrazione e repulsione, conseguirà allora la vera pace.


Dalla violenza arriva la rovina dell'uomo, la collera lo acceca facendogli perdere il lume della ragione. Al contrario l'uomo devoto a Krishna è padrone di sè e questo gli permette di essere indifferente ai sensi.
Questo è un punto molto significativo. Lo yogi della Bhagavad Cita, allorchè abbandonato nella devozione dello spirito assoluto, non ha necessità di compiere rinuncie perchè è indifferente ai sensi. Questa interpretazione può essere spinta più o meno in avanti. Spesso alcune scuole krishnaite hanno elaborato ad esempio dei rituali per il mangiare nei quali una parte del cibo viene offerta e la restante consumata senza timore di essere accusati di materialismo, perchè mangiata nella consapevolezza e nella dedizione a Krishna e non per l'appagamento dei sensi. E' un modo differente e peculiare di intendere la rinuncia ovvero non ho bisogno di rinunciare perchè, grazie alla mia fede, sono più forte dei sensi e comunque non cedo ad essi.



Bg. 2.65
प्रसादे सर्वदुःखानां हानिरस्योपजायते ।
प्रसन्नचेतसो ह्याश‍ु बुद्धिः पर्यवतिष्ठते ॥ ६५ ॥
prasāde sarva-duḥkhānāṁ
hānir asyopajāyate
prasanna-cetaso hy āśu
buddhiḥ paryavatiṣṭhate
 
65. In questa pace e serenità tutte le sofferenze svaniscono, perché rapidamente l’intelletto si stabilizza nella consapevolezza spirituale
del Sé.


Bg. 2.66
नास्ति बुद्धिरयुक्तस्य न चायुक्तस्य भावना ।
न चाभावयतः शान्तिरशान्तस्य कुतः सुखम् ॥ ६६ ॥
nāsti buddhir ayuktasya
na cāyuktasya bhāvanā
na cābhāvayataḥ śāntir
aśāntasya kutaḥ sukham
 

66. Non può invece restare stabile l’uomo non consapevole della
sua unità con il Sé. Per l’irrequieto nessun vero raccoglimento è
possibile: senza raccoglimento non può esserci contemplazione,
senza contemplazione non può esserci vera pace, e come potrebbe
esserci vera felicità senza la pace?

Contemplando la propria componente spirituale il praticante contempla lo spirito assoluto, Krishna, è in questa unione che si stabilisce la pace e la stabilità dell'essere. E' Krishna che gode di questa contemplazione e noi attraverso di lui e viceversa, l'unione tra soggetto ed oggetto e comleta.
Questo verso si ricollega in modo diretto con l'ultimo verso del quinto capitolo, che tralaltro aiuta a meglio comprendere il discorso portato avanti sin qui relativo alle rinunce: BG 5.29 Riconoscendo Me come il beneficiario di  ogni sacrificio e di ogni austerità, come il Signore sovrano di tutti i mondi e l’amico di tutte le creature, egli conseguirà la Pace perfetta.


Bg. 2.67
इन्द्रियाणां हि चरतां यन्मनोऽनुविधीयते ।
तदस्य हरति प्रज्ञां वायुर्नावमिवाम्भसि ॥ ६७ ॥
indriyāṇāṁ hi caratāṁ
yan mano ’nuvidhīyate
tad asya harati prajñāṁ
vāyur nāvam ivāmbhasi 

67. Una mente errante che segue le onde dei sensi, può trascinare
via anche la saggezza di un uomo disciplinato, proprio come il vento
può spazzare nell’acqua una barca alla deriva.


Bg. 2.68
तस्माद्यस्य महाबाहो निगृहीतानि सर्वशः ।
इन्द्रियाणीन्द्रियार्थेभ्यस्तस्य प्रज्ञा प्रतिष्ठिता ॥ ६८ ॥
tasmād yasya mahā-bāho
nigṛhītāni sarvaśaḥ
indriyāṇīndriyārthebhyas
tasya prajñā pratiṣṭhitā

68. Per questo, oh eroe dalle potenti braccia, la saggezza è ben
radicata in quell’uomo i cui sensi sono ritratti dagli oggetti dei sensi.

Krishna ribadisce che il distacco dei sensi è il principio di base per la contemplazione del se e che i sensi sono nemici dello yogi. Ma non è sufficiente essere disciplinati e compiere rinunce, tutti i sensi devono essere impegnati nel servizio al Signore, altrimenti anche un piccolo desiderio può deviare il devoto dal cammino del progresso trascendentale. La conoscenza di Krishna, o dello spirito che dir si voglia, è l'unico argine allo straripare dei sensi e alla distruzione della propria vita dalla sofferenza.


Bg. 2.69
या निशा सर्वभूतानां तस्यां जागर्ति संयमी ।
यस्यां जाग्रति भूतानि सा निशा पश्यतो मुनेः ॥ ६९ ॥
yā niśā sarva-bhūtānāṁ
tasyāṁ jāgarti saṁyamī
yasyāṁ jāgrati bhūtāni
sā niśā paśyato muneḥ

69. Quando per tutti è notte, per il saggio raccolto in Sé è tempo della veglia; quando per tutti è tempo della veglia, è notte per il silenzioso saggio raccolto.

Il verso 69 del secondo capitolo è molto famoso e citato, si presta a interpretazioni con sfumature leggermente differenti, ma il senso ultimo appare chiaro. Possiamo portare il discorso su di un piano più concreto: il praticante di yoga pratica la meditazione, momento nel quale si ricongiunge con il divino. L'ora perfetta per lo yoga è considerata Brahma muhurt, l'ora dello spirito universale, un'ora e mezza prima del sorgere del sole,  ma, più in generale, le ore "Vata", le ore spirituali e propizie in genere allo yoga e ai rituali, vanno dalle 2 alle 6 del mattino. Per questo motivo il saggio, quando tutti dormono e sveglio e raccolto in se a praticare. Quando poi invece il mondo si desta agli affari mondani egli mantiene il giusto distacco dalle cose materiali e il giusto raccoglimento, la corretta imperturbabilità dei sensi.
E' possibile trasportare questo discorso molto concreto anche su di un piano più astratto ed elevato: l'uomo di Yoga è sveglio, ovvero comprende, nel campo della saggezza spirituale, dove tutti gli altri sono inconsci, ovvero dormono; al contrario nel campo dell'ignoranza spirituale, egli non è sveglio, o non vuole accostarsi, dove invece l'uomo ordinario è sveglio e patecipe. Il giorno dello spirito è la notte del materialismo e viceversa.


Bg. 2.70
आपूर्यमाणमचलप्रतिष्ठं
समुद्रमापः प्रविशन्ति यद्वत् ।
तद्वत्कामा यं प्रविशन्ति सर्वे
स शान्तिमाप्‍नोति न कामकामी ॥ ७० ॥
āpūryamāṇam acala-pratiṣṭhaṁ
samudram āpaḥ praviśanti yadvat
tadvat kāmā yaṁ praviśanti sarve
sa śāntim āpnoti na kāma-kāmī


70. L’uomo che sa rimanere indisturbato, nonostante il flusso dei desideri, così come l’oceano rimane immutabile nonostante numerosi fiumi vi si gettino, ottiene la pace. Ma non può ottenerla chi anela a goderne.



Bg. 2.71
विहाय कामान्यः सर्वान्पुमांश्चरति निःस्पृहः ।
निर्ममो निरहङ्कार स शान्तिमधिगच्छति ॥ ७१ ॥
vihāya kāmān yaḥ sarvān
pumāṁś carati niḥspṛhaḥ
nirmamo nirahaṅkāraḥ
sa śāntim adhigacchati

71. Raggiunge la pace l’uomo che, rinunciando ai desideri, vive senza senso di possesso, senza morbosità e senza egoismo.



Bg. 2.72
एषा ब्राह्मी स्थितिःपार्थ नैनां प्राप्य विमुह्यति ।
स्थित्वास्यामन्तकालेऽपि ब्रह्मनिर्वाणमृच्छति ॥ ७२ ॥
eṣā brāhmī sthitiḥ pārtha
naināṁ prāpya vimuhyati
sthitvāsyām anta-kāle ’pi
brahma-nirvāṇam ṛcchati


72. Quello che ti ho descritto, oh figlio di Pritha, è lo stato di coscienza dello spirito assoluto, Brahman, e una volta che l’uomo l’ha ottenuto, non sarà mai più confuso. Dimorando in Esso, anche al momento della morte, raggiungerà la liberazione nel Brahman.

Sebbene l'oceano sia sempre pieno d'acqua, è sempre, soprattutto durante la stagione delle piogge, pieno di molta più acqua. Tuttavia l'oceano rimane lo stesso - costante; non è agitato, né oltrepassa il limite della sua capienza. Ciò vale anche per una persona solida nella coscienza di Krishna. Avendo un corpo materiale, le richieste del corpo per la gratificazione dei sensi continueranno. Il devoto, tuttavia, non è disturbato da tali desideri, a causa della sua pienezza.
Un uomo cosciente nello spirito non ha bisogno di nulla, perché il Signore soddisfa tutte le sue necessità materiali. Quindi è come l'oceano, sempre pieno di se stesso. I desideri possono arrivare a lui come le acque dei fiumi che sfociano nel mare, ma è costante nelle sue attività e non è nemmeno leggermente disturbato dai desideri di gratificazione dei sensi. Questa è la prova di un uomo cosciente di Krishna uno che ha perso tutte le inclinazioni per la gratificazione dei sensi materiali, sebbene i desideri siano presenti.
Poiché rimane soddisfatto nella contemplazione trascendentale dello spirito, può rimanere stabile, come l'oceano, e quindi godere della piena pace.
Il desiderio di godere dei piaceri dei sensi, dei propri desideri materiali, esclude il praticante dalla pace dello spirito. La via spirituale è l'agire senza curarsi dei risultati, senza desiderio, così si raggiunge la pace nello spirito.

Il Brahman è esattamente l'opposto della materia , di ciò che è materiale. Pertanto brāhmī sthiti significa lo stato di coscienza dello spirito assoluto ed è rappresentato dall'esatto contrario delle attività materiali. Brāhmī sthiti è laliberazione dalla schiavitù materiale. Alla fine dei suoi giorni lo yogi illuminato raggiungerà poi brahma-nirvāṇam, la liberazione dal ciclo delle rinascite e la fusione con lo spirito assoluto.

Il secondo capitolo della Gita è in qualchje modo un riassunto dell'intera opera e qui sono stati trattati molti dei temi principali, il bhakti-yoga, lo yoga della devozione e prima ancora il karma-yoga, lo yoga dell'azione disinteressata.
Nle prossimo capitolo, il terzo, verrà ulteriormente sviluppato il tema delle azioni, delle loro conseguenze e quindi del karma, nonchè dell'importanza dell'agire.

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