Sanscrito, Lez.1 - Introduzione e vocali

marzo 05, 2020



di Marco Sebastiani

Il sanscrito è meno difficile di quanto possa sembrare apparentemente. Possiamo affermare che sia relativamente semplice impararne un uso che consenta di muoverci agevolmente tra gli utilizzi che possono essere utili nel mondo dello yoga. Il primo passo è sicuramente saper distinguere i caratteri, in modo da poter leggere alcune semplici parole, intonare i mantra dalle fonti originali, oppure ancora poter leggere i testi classici. Può inoltre essere utile saper consultare un dizionario, per verificare, ad esempio, se un termine sia maschile, femminile o neutro oppure analizzarne i diversi significati. Conoscere il corretto accento delle parole utilizzate comunemente nello yoga è un'altro valore aggiunto, così come leggere e scrivere i nomi delle àsana (o degli àsana?) ed i numeri nei caratteri della sacra lingua indiana: devanàgari, i segni degli dei.
Ma cosa serve per avere una prima infarinatura della lingua sanscrita? Sicuramente molta curiosità, voglia di giocare e un briciolo di coraggio iniziale, che verrà ripagato con il dischiudersi di un mondo intero.

La presente è la prima edizione di questo corso semplice di sanscrito, per questo motivo chiediamo aiuto a tutti voi per segnalarci aspetti che non siano sufficientemente chiari oppure che necessitino maggior attenzione, oppure ancora errori più o meno banali, attraverso i consueti canali di contatto, social o email.


Ma come ogni opera che si rispetti inizieremo anche noi con un mantra di buon auspicio, che presto sapremo leggere:

ऊँ गं गणपतये नमो नमः
OM gaṃ gaṇapataye namo namaḥ

O Signore Ganesh che rimuovi gli ostacoli, noi a te ci affidiamo e ti salutiamo.

Oltre a saper leggere questo mantra nei suoi caratteri originali, potremo anche capire che questa traduzione non è letterale e lascia spazio ad una certa interpretazione poetica.

[Una bellissima e famosa versione di questo mantra dedicato a Ganesh, cantata da Suresh Wadkar, è ascoltabile a questo link: youtube.com/watch?v=vVf-1eaXgRs ]


Introduzione alla lingua sanscrita


Il sanscrito è la lingua introdotta in India dagli Arii o Indoeuropei circa 3500 anni fa ovvero intorno al 1500 AC. In passato si è erroneamente sostenuto che il sanscrito potesse essere la madre di tutte le lingue indoeuropee, ma non è così. Il sanscrito è una delle numerose lingue indoeuropee che si sono sviluppate a partire da una comune lingua, perduta ai nostri giorni, denominata solitamente proto-indoeuropeo e parlata da una popolazione insediata nelle steppe dell'Asia centrale. Queste genti guerriere, chiamate in passato Ariani ed oggi Indoeuropei, colonizzarono nel corso di diversi millenni la quasi totalità delle aree che si estendono dall'Europa all'India. La prima evidenza di questa colonizzazione è stata linguistica e in misura minore archeologica. Senza voler fare una severa classificazione linguistica, possiamo affermare che tutti i linguaggi parlati attualmente in Europa, Persia e India (fatta eccezione le poche lingue di origine araba e alcune altre autoctone nel sud dell'India) provengono dall'Indoeuropeo. Dal latino al greco, dall'inglese al russo al tedesco, dall'italiano al francese allo spagnolo, dal persiano all'hindi al nepalese, tutte derivano da una matrice comune perché queste popolazioni hanno antenati comuni. Siamo fratelli discendenti da un unico popolo. A confermare questa ipotesi sono giunte, in epoca recente, le evidenze genetiche della mappatura del DNA effettuata a livello globale (a riguardo confronta l'articolo de Le Scienze: DNA antico ecco chi siamo).

Il termine sanscrito è l'adattamento del termine saṃskṛtam (vedremo perchè scritto con questi caratteri "non convenzionali") che significa perfezionato, compiuto, e designa la lingua della cultura brahmanica in tutto il sub-continente indiano. Già a partire dal V secolo AC, cioè prima della fondazione di Roma, per avere un riferimento temporale, i grammatici indiani, il più celebre dei quali fu Panini, formalizzarono la lingua di quella che fu una cultura estremamente raffinata. Questa cultura, già un millennio prima della nascita di Cristo, si interrogava su questioni filosofiche relative alla condizione umana, fornendo risposte estremamente elaborate, frutto del confronto tra scuole diversificate.

Il sanscrito è servito per oltre duemila anni, e in certi casi serve tuttora, come lingua di cultura e di comunicazione per la classe sacerdotale e per le persone colte, allo stesso modo in cui in Europa per molti secoli fu usato il latino.
Nella letteratura in sanscrito è rappresentato ogni genere letterario: dall'epica e dalla lirica al teatro, dalla narrativa alla favolistica, senza contare la vasta letteratura scientifica che tocca i campi più svariati, dalla grammatica e dalla retorica alla filosofia, dalla matematica all'astronomia, dal diritto alla politica, dalla medicina all'arte fino allo studio delle tecniche erotiche.
Il sanscrito era ed è la lingua dello yoga ovvero di quella scienza che ha come obbiettivo il ricongiungimento dello spirito individuale con lo spirito universale, che tutto pervade, mediante la pacificazione della mente (per citare la più famosa definizione, quella di Patanjali).

I suoni dell'alfabeto sanscrito

Come dicevamo, sanscrito significa "perfetto" e questa non è un'esagerazione, ce ne rendiamo conto sin dal suo alfabeto. Gli alfabeti occidentali hanno un ordine casuale del susseguirsi delle lettere. A, B, C, alfa, beta, gamma, le lettere si succedono senza un ordine logico.
Al contrario i grammatici indiani elencarono le lettere secondo il criterio della successione degli organi fonatori. Per dirla in parole semplici, a seconda di dove  facciamo risuonare le lettere nella bocca, nella gole, eccetera, per essere pronunciate. L'alfabeto sanscrito inizia a partire dagli organi più interni (la gola e il palato) finendo con quelli più esterni (le labbra). I suoni, e quindi le lettere, sono in numero maggiore di quelli dell'alfabeto latino, sono circa 54 (o 49 a secondo di come si contano), ma l'ordine delle lettere nell'alfabeto può essere ricordato secondo una logica: le consonanti iniziano da quelle prodotte più in profondità, dalla gola, la prima lettera ad esempio è il suono KA, fino a quelle prodotte più esternamente, dalle labbra, l'ultimo suono è ad esempio MA, passando per il palato, i denti, il naso, etc.


Gli Indiani hanno per lungo tempo fatto a meno della scrittura: il compito di tramandare i testi sacri, ma non solo quelli, era affidato alla memoria di sacerdoti e poeti che professionalmente avevano l'incarico di trasmettere di padre in figlio il patrimonio culturale e religioso di cui i Veda erano l'espressione. Non sappiamo né come né quando le raccolte di inni e gli altri testi sacri cominciarono a essere redatti anche per scritto. Infatti la scrittura, che con ogni probabilità non comparve in India prima del VII sec. a. C., fu, dopo la sua introduzione, riservata per lungo tempo solo a scopi pratici, come ci è testimoniato dai testi più antichi. Quando si dice che il Rig Veda ha 3.500 anni, significa che sappiamo con discreta certezza, per le evidenze linguistiche e altro, che fu composto intorno al 1.500 a.C. e probabilmente messo per iscritto solo intorno al 300 a.C. Diciamo probabilmente perché, come per i testi latini, non abbiamo originali antichissimi, i materiali su cui si scriveva, ad esempio le foglie di palma, erano infatti deperibili e i testi andavano spesso ricopiati. Se non erro il manoscritto più antico del Rig Veda in nostro possesso è quello cosiddetto Nepalese che è datato intorno al 1000 d.C. Tutto ciò non aggiunge o toglie ovviamente nulla all'antichità o all'autenticità del contenuto, secondo il parere della comunità scientifica tutta.

La scrittura comunemente impiegata per scrivere il sanscrito è quella chiamata devanàgari, che significa la dimora degli Dei, i segni degli Dei. Questo nome è sicuramente molto suggestivo e i caratteri devanàgari hanno anche un senso simbolico, la dea Kali ha ad esempio al collo una collana di 54 teschi, su ognuno dei quali è presente un carattere; i chakra, per portare un'altro esempio, sono rappresentati anche con una sillaba.
Ogni segno può leggersi in un unico modo, come del resto, ogni suono non
ha che un'unica rappresentazione, a differenza di quanto avviene nella maggior parte delle grafie di altre lingue, come l'inglese, dove singoli segni sono suscettibili di letture diverse e suoni uguali possono, viceversa, essere trascritti con segni diversi. La corrispondenza univoca tra lettere e suoni è all'incirca quello che succede anche in italiano. I suoni di queste due lingue, sanscrito e italiano, sono inoltre simili, per cui risultano a noi familiari. Gli inglesi hanno ad esempio molte maggiori difficoltà nella pronuncia, sia delle vocali che delle consonanti.

La scrittura corre da sinistra a destra come quella latina.
Non c'è distinzione tra lettere maiuscole e minuscole.
L'alfabeto devanàgari viene utilizzato anche da Hindi, Nepali, Maharati (la lingua parlata a Bombay) e altre lingue, per cui, imparando a leggere questi caratteri, è possibile, ad esempio, leggere anche le insegne dei negozi di New Delhi o di Katmandù (e scoprendo che i nomi alle volte variano da "supersupermarket" a "haillo!" traslitterando termini inglesi).

La traslitterazione


Utilizzare i caratteri devanagari non è sempre facile, per vari motivi, e quindi questi possono essere traslitterati in caratteri latini, in modo da essere letti e scritti più semplicemente. Esistono vari metodi di traslitterazione, o romanizzazione, tra i quali quello più preciso è il sistema inglese chiamato ufficialmente IAST (International Alphabet of Sanskrit Transliteration). Essendo, come dicevamo, le lettere circa 54, è necessario ricorrere anche a simboli leggermente differenti dalle lettere latine, ma comunque comprensibilissimi. Per fare un esempio, abbiamo scritto devanagàri, per fare comprendere dove cadesse l'accento, ma la sua corretta grafia IAST è Devanāgarī, vedremo perchè.

Nel nostro corso impareremo a leggere, scrivere e traslitterare correttamente il sanscrito.


Le vocali (lettura)


Il sanscrito ha 5 vocali come il latino, che si pronunciano in modo identico all'italiano, più un suono pronunciato RI  e uno, raro, pronunciato LRI. Distingue però tra vocali brevi e vocali lunghe, queste ultime traslitterate con una linea sopra la lettera. Ma veniamo alle vocali nella sequenza classica in cui sono rappresentate nell'alfabeto sanscrito di cui rappresentano le prime 13 lettere.


aāiīuū








eaioau



L'unico suono diverso dall'italiano è la lettera , pronunciata RI (con la I sorda, appena accennata). Il nome del Dio protagonista della Bhagavat Gita, correttamente traslitterato, sarà quindi Kṛṣṇa e si leggerà Krishna (per la lettera ṣ, pronunciata sh o sc, vedremo in seguito a proposito delle consonanti). La vocale ḷ , pronunciata LRI, è rara e la sua lunga praticamente sconosciuta e quindi generalmente non inclusa nell'alfabeto.
Va notato come le lettere E ed O siano considerate sempre lunghe (anche se non hanno il trattino sopra) e generino nel proprio allungamento un dittongo (una sillaba di due lettere) considerato perciò "lunghissimo". Rispettivamente AI per la vocale E e AU per la vocale O. Vedremo che le vocali lunghe attraggono l'accento ed è questa l'unica peculiarità, altrimenti difficilmente percepibile nella pronuncia.

Questi caratteri, sopra riportati, vengono utilizzati esclusivamente quando le vocali sono in inizio di parola, per le vocali interne si utilizzano altri segni, più semplici. Quando scriveremo tutto l'alfabeto tradizionale, questi segni "interni" non saranno riportati, seppure molto più utilizzati rispetto ai precedenti.
Per scrivere le vocali interne, le faremo precedere dalla prima consonante dell'alfabeto: KA (tratteremo le consonanti nel prossimo capitolo).



काकिकीकुकू
kakiku
कृ  कॄकॢ


kṛkṝkḷ


के कैकोकौ

kekaikokau


Alcune particolarità degne di nota. La A breve è sottintesa, come vedremo, dopo ogni consonante, quindi non si scrive. La I breve precede la consonante, ma si legge come se venisse dopo.

Siamo quindi in grado di leggere la nostra prima parola in sanscrito, una parola molto importante:

क 
eka


eka significa uno, (vedremo successivamente perchè alcune volte viene scritto ekam, utilizzando il nominativo singolare, invece della radice eka, ma non anticipiamo questo argomento complesso).

Siccome ogni parola è importante perchè rappresenta un concetto riconducibile ad un testo, citeremo l'utilizzo più famoso della parola eka, dal Rig Veda Samhita verso 1.164.46

"La chiamano Indra, Mitra, Varuṇa, Agni; oppure come il celeste Garuda, che ha bellissime ali. Ma la verità è una, seppure i saggi la chiamino con molti nomi o la descrivano in differenti maniere."

Siamo inoltre in grado di leggere una seconda parola:

काक
kāka
corvo

questa parola viene utilizzata nello yoga nel termine kākāsana, che significa posizione (āsana) del corvo, una variante della posizione della gru, bakāsana



Avremo notato che le lettere che compongono una parola sono unite da una linea orizzontale superiore, ed esistono moltissime parole composite scritte con un'unica linea superiore ad unirle, è il caso di quasi tutte le posizioni dello yoga.

Esercizi


Presto arriveremo a leggere le consonanti e quindi, successivamente, a leggere e scrivere tutto l'alfabeto, sarà quindi più facile memorizzarlo.
Per il momento, il primo esercizio è quello di riuscire a distinguere e intonare correttamente le vocali. Per fare questo, è possibile sfruttare l'alfabeto in comune con l'Hindi e provare il corso gratuito proposto da Duolingo:
https://www.duolingo.com/enroll/hi/en/Learn-Hindi
che inizia proprio con il riconoscimento e la pronuncia delle vocali.


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