Hata Yoga Pradipika: isolamento e determinazione (HYP.I:15-20)

maggio 18, 2018



di Marco Sebastiani     

Il segreto di questi sutra, che succedono la descrizione delle caratteristiche del perfetto luogo di pratica e che precedono la descrizione delle posizioni del corpo, è che non serve nessuna preparazione alle asana. L'inizio del percorso sulla via dello yoga, ovvero sulla via del ricongiungimento tra il nostro spirito individuale e lo spirito assoluto che tutto pervade, coincide per Svatmarama con l'inizio della pratica delle asana. Questa è la via dello yoga tantrico. Molto probabilmente, e vedremo perchè, l'Ashtanga yoga di Patanjali o, meglio, la deriva che questo aveva assunto durante i circa 1500 anni che separano queste due opere, aveva assunto caratteristiche marcatamente ascetiche. I precetti preparatori alle asana, avevano probabilmente preso il sopravvento sulla pratica e da precetti etici e morali vicino al buddismo come li avevamo conosciuti e come erano stati scritti, avevano invece assunto i toni di supplizi e rinunce autoinflitti. Il tantra, rispetto questa tradizione ascetica di cui abbiamo molte testimonianze nell'India antica, ma anche moderna, prende decisamente le distanze appellandosi al suo profondo non dualismo: lo spirito assoluto che tutto pervade è in noi e il mondo che ci circonda serve proprio a farcelo scoprire. Questo pensiero è tralaltro sostanzialmente coincidente con il pensiero di Patanjali, il quale però indicava come necessarie alcune pratiche purificatorie, morali ed etiche, in più, precedenti le tecniche mentali, fisiche e spirituali propriamente dette.
Vediamo ora come Svatmarama suggerisce di approcciarsi alle asana.


HYP.I:15 atyāhāraḥ prayāsaś ca prajalpo niyamā-grahaḥ |
jana-saṅgaś ca laulyaṁ ca ṣaḍbhir yogo vinaśyati ||

Lo yoga è minacciato e distrutto da questi sei nemici: il troppo mangiare, la stanchezza,   le chiacchiere vane, le inutili regole verso se stessi, la socializzazione, l'irrequietezza.

I principali ostacoli nel cammino dello yoga, descritti da Svatmarama, ci appaiono in verità molto concreti, ma ad una più attenta analisi ben delineano il suo approccio. L'ordine di elencazione sembrerebbe essere inverso all'importanza che ognuno di questi sei punti ricopre.
Al sesto posto come importanza troviamo atyāhāraḥ, ovvero mangiare troppo. Può lasciare esterrefatti un riferimento tanto basso come primo principio espresso riguardo gli ostacoli alla via dello yoga, ma è necessario contestualizzare. L'autore vuole perseguire un approccio concreto, non esprime quindi un concetto astratto come la morigeratezza o l'astinenza, altrimenti avremmo di fronte a noi Patanjali. Dice invece "il troppo mangiare", se poi il praticante vorrà da questa indicazione dedurre un'astrazione, la potrà interpretare come un invito a non eccedere. In tempi moderni la raccomandazione sembra comunque quantomai attuale.
Il successivo nemico dello yoga è prayāsaḥ, che abbiamo tradotto come "la stanchezza". Questa traduzione tiene ben conto, secondo noi, della duplice linea interpretativa cui è soggetto il termine. Da una parte infatti alcune scuole lo intendono come gli "sforzi eccessivi" sott'intendendo una pratica troppo intensa, dall'altra in alcuni commentari viene a significare "un lavoro troppo faticoso" ovvero disperdere troppe energie al di fuori della pratica dello yoga. A nostro giudizio la stanchezza, conseguente ad un'attività fisica e mentale, è il nemico delineato dall'autore. Stanchi si pratica male, le ragioni possono essere molteplici. Mangiare troppo, stancarsi, sono azioni che quantomeno fanno rimandare la nostra pratica o ne fanno abbassare il livello qualitativo, così come prajalpaḥ, ovvero perdere tempo con conversazioni frivole. Anche questa annotazione in una prima lettura può apparire di scarso interesse, ma l'estensione di questa raccomandazione è di rispettare il silenzio e interromperlo esclusivamente quando ce ne sia una vera ragione. Preziosa raccomandazione soprattutto nei momenti precedenti e successivi la nostra pratica. Il silenzio è oggi universalmente poco apprezzato, crea imbarazzo.
Arriviamo quindi ai primi tre ostacoli nella nostra pratica dello yoga, dei quali il primo come ordine, ma il meno importante è grahaḥ nyama, letteralmente "aderire a regole nei confronti di se stessi". Il termine usato è proprio nyama, il secondo gradino dell'Ashtanga yoga di Patanjali. Si danno qui due casi: il primo è che Asvarama si stia ponendo deliberatamente in contrapposizione con l'autore degli Yoga Sutra. Questa interpretazione escluderebbe quindi una continuità tra le due opere ed anche la coincidenza tra Raja Yoga e Ashtanga Yoga. L'Hata Yoga Pradipika abiurerebbe le intere regole morali proposte da Patanjali ovvero: purezza, appagamento, disciplina, studio di se stessi‚ abbandono allo spirito superiore. L'atteggiamento sarebbe effettivamente in linea con la profonda rottura che quest'opera compie nei confronti degli Yoga Sutra. Non quindi l'Hata Yoga Pradipika come compendio pratico alle linee teoriche degli Yoga Sutra, ma opera a se stante che stigmatizza con quanto teorizzato da Patanjali. Se pensiamo anche al tantrismo, di cui l'Hata Yoga è profonda espressione ed alla sua concretezza, al suo indicare che la scintilla divina è già presente, insita e visibile nell'uomo la diversità è evidente. Non servirebbero quindi tante regole per riscoprirla. La seconda possibilità è che il riferimento a Patanjali non sia esplicito e che il termine nyama rivesta in questo caso il significato di "autodisciplina, austerità, ascesi" e che quindi l'autore stia qui mettendo in guardia il praticante dalle eccessive pratiche ascetiche, digiuni, rinunce e mortificazioni della carne, che stremano il corpo e la mente, ben documentate ai suoi tempi come via all'illuminazione e al ricongiungimento con la divinità. Questa seconda interpretazione ci convince maggiormente, anche alla luce del prossimo verso. Non escludiamo comunque che per Svatmarana gli Yoga Sutra possano comunque avere un approccio eccessivamente ascetico. Per il tantrismo la strada all'illuminazione è effettivamente più breve e meccanica. Appena prima dell'ostacolo più importante troviamo poi saṅgaḥ jana, "intrattenersi con le persone normali" ovvero la socializzazione. Già a riguardo del luogo della pratica l'autore aveva indicato che doveva essere appartato e sembra quindi proseguire su questa linea. Lo yogi è al di fuori della vita mondana, resta da capire se l'isolamento sia da intendere soltanto durante la pratica oppure durante tutta la vita. Questo principio è comunque completamente divergente dal pensiero della Bagavat Gita, che raccomanda di prodigarsi nelle opere sociali ma senza focalizzarsi sui frutti che queste generano e in ultima analisi anche dagli Yoga Sutra, che raccomandano empatia e fratellanza verso il prossimo [confronta YS.I:33]. Infine il principale ostacolo alla pratica dello yoga è costituito da laulyam, l'irrequietezza, la smania, l'agitazione. Iniziamo a comprendere lo stile di Svatmarama. Egli non indica la causa, che potrebbe essere l'identificazione con le oscillazioni della mente o l'eccessivo attaccamento ai desideri, l'attaccamento  al futuro o al passato, ma esclusivamente l'effetto generato: l'inquietudine, quella sensazione che fa rimbalzare la mente da una parte all'altra e rende effettivamente impossibile qualsiasi pratica. La sua indicazione è di non essere irrequieto, poi fornirà anche la ricetta per combattere l'irrequietezza, ma non è interessato ad interrogarsi da dove provenga e quali meccanismi ci siano dietro.


HYP.I:16 Utsāhāt sāhasād dhairyāt tattva jñānāś ca niścayāt. |
jana-sanga-parityāgāt ṣaḍbhir yogah prasiddhyati ||

Lo yoga è favorito da questi sei fattori: l'entusiasmo, la forza di volontà, la perseveranza, la conoscenza della verità, la convinzione, la rinuncia alle relazioni sociali.

Come forze contrarie ai sei ostacoli allo yoga precedentemente espressi, esistono sei comportamenti che favoriscono la pratica fruttuosa e sono:

Utsāhāt, impiegare energia, entusiasmo e gioia in quello che si fa. Senza le giuste motivazioni non è possibile intraprendere una strada lunga e impegnativa come quella dello yoga. In realtà non è possibile intraprendere nessuna strada. Iniziare senza entusiasmo equivale a non iniziare o ad essere sicuri di fallire.

Sāhasāt, avere il coraggio, la forza di volontà per  vincere i momenti di difficoltà. Quando l'entusiasmo sembra venire meno è la forza di volontà che ci fa rimanere fedeli alla strada intrapresa e per questo motivo è su di un gradino più alto come importanza. E' anche il coraggio che permette di intraprendere la strada meno battuta, più difficile ed incerta, ma con obiettivi più elevati. 

Dhairyāt, la perseveranza per affrontare una pratica costante. Tutti gli autori classici concordano su questo punto, si ottengono risultati dallo yoga solamente grazie ad una pratica costante, perseverando ogni giorno. Svatmarama tornerà su questo concetto fondamentale.
Jñānāt tattva, conoscere la verità, ovvero avere un  maestro illuminato che riveli al discepolo la giusta via. La verità cui si fa riferimento sono le parole del proprio maestro. Come già detto l'iniziazione e la guida di un maestro è indispensabile.
Niścayāt, una fede ferma e decisa per quanto si sta facendo e quindi nella via indicata dal maestro. Da questa convinzione potranno derivare tutte le altre qualità precedenti, ma se la fiducia vacilla e la domanda sul perchè si sta seguendo la via dello yoga trova in noi risposte che non convincono noi stessi, crollerà tutto il castello.
Infine per ultimo, ma primo come importanza: parityāgāt saṅga jana, letteralmente: abbandonare la compagnia delle persone comuni.  Esattamente come era stata indicata la socializzazione come nemica dello yoga, il primo elemento favorevole per lo yoga è l'appartarsi dalla vita sociale, seguire il maestro e gli altri praticanti, ponendosi su di un piano non più di vita "normale" o, appunto, "comune", ma su di un piano "altro" più elevato e con obiettivi inconsueti e di molto maggior valore che non le persone comuni. Valgono in questo caso tutte le considerazioni già fatte in precedenza in merito. Non dimentichiamoci che il percorso dello yoga non è ancora iniziato, questi sono i prerequisiti minimi per l'autore.

HYP.I:XX atha yama-niyamah ahinsa satyam-asteyam brahmacharyam ksama dhritih |
daya-arjavam mitaharah shaucham chaeva yama dasha
||

[Ora descriverò Yama, le norme etiche, e Niyama, le norme morali.
L
a non violenza, la verità, non rubare, agire nella coscienza di un ideale più alto (castità), il perdono, la tolleranza, la compassione, l'onestà, la modestia e la purezza sono in vero Yama, le regole etiche verso gli altri.]

HYP.I:YY dayā-ārjavaṁ mitāhāraḥ śaucaṁ caeva yamā daśa ||
tapah santosha astikyam danam ishvara-pujanam |
Siddhnt-story-shravanam hrimati cha tapo hutam |
niyama dasha samprokta yoga-weapon-visharadaih ||

[L'autodisciplina, l'appagamento, la fede, la carità, il rispetto, lo studio delle scritture, la moderazione, la prudenza, i testi antichi e il sacrificio, sono i 10 Niyama riconosciuti dagli studiosi dei testi dello Yoga.]


Questi due sutra e le 20 regole che contengono, sono inseriti in alcuni manoscritti antichi. Non ripercorreremo la controversa storia delle fonti, basti qui sapere che alcuni commentari li includono ed altri, la maggior parte, no. Non la ripercorreremo perchè non la riteniamo interessante. A nostro giudizio questi due sutra sono visibilmente fuori contesto e inseriti successivamente dagli studiosi di yoga che li stavano trascrivendo, ai quali, in analogia con Patanjali sembrava impossibile non includere yama e nyama prima delle asana che saranno trattate di seguito. Svatmarama ha appena affermato che nyama, le regole morali, sono uno dei pericoli dello yoga, come potrebbe darne ora elencazione? Il fatto che siano in chiaro contrasto con tutta l'opera, il punto dove sono inseriti e l'evidenza che in molti manoscritti non compaiano, sembrano ragioni più che sufficienti a non farli considerare autentici. Ed infatti la maggioranza dei commentari li esclude. Anche i commentatori che li includono, ad esempio Swami Muktibodhananda, precisano tutti che il rispetto di tali precetti non è da enfatizzare e che sono comunque da praticare successivamente alle posizioni ed agli esercizi di respirazione, quando si possiede una certa consapevolezza. Ci siamo sentiti in dovere di riportarli per "dovere di cronaca", e per sottolineare che nei commentari dove sono riportati cambia tralaltro la numerazione di tutti i sutra successivi.
Come abbiamo già detto, in India si svilupperanno due scuole di yoga principali contrapposte, una che si dice maggiormente seguace degli Yoga Sutra e insegna uno yoga più meditativo e meno fisico, chiamata spesso Raja Yoga o Krya yoga ed un'altra che può essere considerata maggiormente influenzata da Svatmarama e che segue una via che implica una pratica più fisica e meno meditativa, pur non sottovalutando la componente spirituale, chiamata alle volte Hata Yoga, che avrà maggiore successo come numero di praticanti in epoca moderna. L'inserimento di questi due sutra ci sembra in linea con questa contrapposizione e potremmo ipotizzare sia stata fatta dai seguaci del Raja Yoga per avvalorare il proprio pensiero in un testo classico antico.


HYP.I:17 atha asanam haṭhasya prathama angatvad asanam purv am ucyate |
kuryāt tad āsanaṁ sthairyam ārogyaṁ cāṅga-lāghavam ||



Ora tratterò le posizioni, o asana. Le asana sono illustrate per prime in quanto sono il primo livello dell'Hata Yoga. Le asana devono essere praticate perchè donano forza, salute e leggerezza del corpo.  

Svatmarama è molto chiaro, le asana sono per lui il primo gradino dello yoga. Ha esposto sei ostacoli da evitare per seguire il percorso, sei condizioni che sono invece favorevoli e queste sono tutte le premesse necessarie all'inizio della via. La via inizia con le posizioni o asana. Ci sembra di sentire le parole del maestro Pattabhi Jois "inizia a praticare e tutto il resto seguirà". Lui non voleva sminuire gli altri aspetti indicati da Patanjali, anzi, chiamò il suo yoga proprio Ashtanga Yoga, lo yoga degli otto rami, ma semplicemente dire che quello poteva essere il primo gradino dove iniziare, che poi avrebbe dischiuso gli altri. Il maestro Jois, fu grande conoscitore dei testi antichi, così come il suo maestro Krishnamacharya, e in qualche modo essi attuarono una mediazione tra Svatmarama e Patanjali, costruendo il proprio percorso. Il maestro Jois citava spesso l'Hata Yoga Pradipika, tanto che oggi giorno alcuni sutra di quest'opera vengono a lui persino attribuiti. Siamo sicuri che gli avrebbe fatto piacere. Ci siamo permessi questa divagazione su di un maestro contemporaneo perchè questo stile è, tra quelli che indicano la tradizione sanscrita come fonte, quello che oggi in occidente conta più seguaci.
Tornando al nostro autore, lo Yoga Tantrico, di cui è uno degli esponenti più illustri, sembra dire che non sono necessarie osservanze morali ed etiche per raggiungere il samadhi, il ricongiungimento tra il nostro spirito e quello universale, ovvero l'obiettivo anche dei Sutra di Patanjali, ma la via è più breve, la nostra componente divina è insita in noi. Appartati, pratica le asana ed altri esercizi e questo ti farà sentire e incarnare lo spirito che tutto pervade. Interessante.
Le asana, le posizioni, donano al praticante sthairya, potenza e forza, mentali, fisiche e spirituali. Donano arogya, ovvero la salute, intesa sempre in senso ayurvedico ovvero olistico, salute di mente corpo e spirito, nonchè anga lāghava, facilità del corpo, leggerezza, intesa questa volta unicamente per le membra del corpo fisico.


HYP.I:18 vaśiṣṭha-ādyaiś ca munibhir matsyendra-ādyaiś ca yogibhiḥ |
aṅgīkr̥tāny āsanāni kathyante kānicin mayā ||
Descriverò adesso alcune Âsana ritenute valide da saggi come Vâsistha e Yogi come Matsyendra.

Ed eccoci, dopo appena 18 sutra, al cuore pratico dell'inizio della pratica, ovvero le posizioni o asana. Coerentemente con il lignaggio precedentemente esposto, Svatmarama indica che queste asana, che è in procinto di esporre, sono quelle che vennero insegnate anche dal primo yogi della storia ovvero Matsyendra, il Signore dei Pesci. Se vuoi conoscere la storia di Matsyendra puoi leggere l'articolo su matsyasana pubblicato in precedenza. Come altro esponente di massimo livello del proprio lignaggio, ovvero la linea che diretta, di maestro in maestro, discende fino a lui, il nostro autore cita il più grande rishi dell'antichità, ovvero Vasistha. Per conoscere la storia di Vasistha, precettore di Rama, puoi leggere l'articolo su vasisthasana, precedentemente pubblicato su questa rivista.

Segue quindi la descrizione di 15 posizioni del corpo che vedremo nel prossimo articolo.

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