Hata Yoga Pradipika: Introduzione e primi sutra (HYP:1-11)

aprile 27, 2018


di Marco Sebastiani  

L’Hata Yoga Pradipika fu scritto all’incirca nel quindicesimo secolo dopo Cristo, da Svātmārāma, del quale sappiamo poco più che il nome. Il titolo sanscrito è traducibile come: "luce sull’Hata Yoga" oppure “una spiegazione dell’Hata Yoga” oppure ancora l”illuminazione dell’Hata Yoga”, ovvero lo yoga del Sole, Ha, e della Luna, Ta. Il Sole e la Luna coincidono con i due principali tipi di energia che scorrono nel corpo secondo la tradizione indiana ayurvedica, con  caratteristiche molto diverse tra loro. A questa interpretazione classica del termine hata, si è affiancata in tempi recenti un’altra, ad opera inizialmente di Jason Birch, che propone di tradurre il titolo: Luce sulla forza.  A noi questa interpretazione convince fino ad un certo punto. L’Hata Yoga Pradipika fa idealmente parte di un corpus di tre opere classiche sull’hata yoga in cui gli si affiancano Gheranda Samhita e Shiva Samhita. Tutte insieme sono alle volte definite le perle della tradizione tantrica. Non è facile dire in poche parole cosa sia il Tantra, basti qui ricordare che con questo termine si intende una corrente filosofico-religiosa dell'Induismo che si sviluppò a partire dal 500 d.C.  nel Rajastan per poi raggiungere molte aree dell'Asia. Il tratto peculiare che più influenzerà tutta l'arte dello yoga è lo spiccato "non dualismo", che ben si riallaccia all'opera di Patanjali. In buona sostanza per i praticanti del Tantra, i tantrika, la divinità e l'individuo sono una cosa soltanto e se per l'autore degli yoga sutra il ricongiungimento tra lo spirito individuale e lo spirito assoluto, divino, doveva passare per tutte le pratiche purificatrici dello yoga, per questi invece è sufficiente un'attenta osservazione, perchè l'unitarietà con il divino è già evidente e in essere. Questa unitarietà permette di entrare in contatto con una forma sconfinata di energia, fisica e spirituale, anche grazie a specifici rituali, tra cui spicca lo yoga. La descrizione della gestione di questa energia è tipica dei trattati di yoga tantrici, tra i quali l'Hata Yoga Pradipika costituisce una delle forme più conosciute.
Queste opere sono universalmente considerate essere giunte fino a noi nella loro forma originaria, senza modifiche o integrazioni di sorta.

Essendo stato composto quasi duemila anni dopo la redazione degli Yoga Sutra di Patanjali, ci aspetteremo dall'Hata Yoga Pradipika una raffinatezza filosofica ancora più alta e una forma di yoga più evoluta. Nulla di tutto questo. L'opera di Svātmārāma ha tratti grossolani se paragonata alla perfezione dei sutra di Patanjali.  Queste due opere sono in realtà profondamente differenti. Gli Yoga Sutra sono un trattato filosofico di alto profilo, nel quale non si scende in dettaglio riguardo gli esercizi che concernono la pratica, ma si analizzano i princìpi, gli scopi, i grandi perché. Al contrario L’Hata Yoga Pradipika è un manuale della pratica, un testo empirico ed operativo che fornisce indicazioni su come svolgere le diverse tipologie di esercizi. Si compone di quattro libri il cui contenuto è comparabile con gli Yoga Sutra solamente come argomenti trattati. Il primo libro espone il lignaggio, le raccomandazioni per il luogo della pratica, le posture del corpo (asana) e alcune norme alimentari. Il secondo libro descrive gli esercizi di controllo dell’energia e del respiro (pranayama) e le pratiche di purificazione interna (shatkarmas). Il terzo tratta l’energia kundalini, i canali di energia (nadi), l’incanalamento dell’energia attraverso di essi (mudra) e l’incanalamento attraverso particolari chiusure del corpo (bandha). Il quarto ed ultimo libro espone il ritiro dei sensi (pratyahara), la concentrazione (dharana), la meditazione  (dhyana) e il samadhi, che, coerentemente con l’opera di Patanjali, tradurremo come ricongiungimento tra spirito individuale e spirito universale, ma sarebbe equivalente tradurlo "ricongiungimento con il divino".



L'autore dichiarerà che l’Hata Yoga qui esposto, rappresenta una parte per arrivare al Raja Yoga. Successivamente si creeranno due scuole contrapposte, quella dell’Hata Yoga, legata in modo più preponderante alla pratica fisica e quella del Raja Yoga, più legata alla meditazione e alle pratiche spirituali, ma questa differenziazione non è propria dei testi di riferimento. E’ molto comune il fraintendimento secondo il quale l’Hata Yoga sarebbe principalmente una pratica fisica, slegata da obiettivi spirituali. Torneremo su questo argomento, complicato anche dal fatto che molte scuole di pensiero fanno coincidere il Raja-Yoga con l’Ashtanga Yoga descritto da Patanjali nei Sutra. I cambiamenti che prendono luogo attraverso l’hata yoga riguardano però innegabilmente il corpo, la mente e anche lo spirito.

Se l’opera di Patanjali ci era sembrata un’opera dedicata ai maestri di yoga che descrive ciò che è dietro la pratica, i princìpi e gli obiettivi, l’opera di Svatmarama sembra dedicata ai praticanti di yoga per guidarli negli esercizi, ma non solo. Non dimentichiamoci che lo stile dell’opera è tipicamente di tipo esoterico e ricco quindi di metafore, analogie, sotterfugi e significati nascosti. In buona sostanza, sarebbe veramente difficile praticare yoga conoscendo solamente questo testo e non avendo un maestro.

Il mito racconta che Patanjali, avatar di Visnu, fu inviato sulla terra per riunire tutte le scuole di yoga che imperversavano in India, ma questo mito è nato probabilmente intorno agli anni in cui fu redatto L’Hata Yoga Pradipika, opera che tiene innegabilmente in considerazione gli Yoga Sutra, ma che è testimonianza delle molteplici strade intraprese dallo yoga. Testimonianza di schieramenti e scontri ideologici tra guru su cosa fosse “il vero yoga”.

Ma lasciamo che a parlare sia ora Svātmārāma:



Capitolo Primo


HYP.I:1. śrī-ādi-nāthāya namo|astu tasmai yenopadiṣhṭā haṭha-yogha-vidyā |
vibhrājate pronnata-rāja-yogham āroḍhumichchoradhirohiṇīva

Mi inchino a Shiva, Sri Âdinâth, dal quale provenne la scienza dell' Hatha-Yoga, che risplende come una scala per colui che vuole raggiungere le vette del Râja-Yoga.

Le opere sacre, ma anche quelle letterarie, molto spesso iniziano con un'invocazione alla divinità. Questa pratica è universalmente diffusa, ricorderemo ad esempio l'invocazione alle muse dei Greci. In questo caso Shiva, la divinità suprema di molte diramazioni del tantrismo, viene chiamato Adinath ovvero il Primo Signore. La distinzione che viene fatta in questo primo sutra tra Hata-Yoga e Raja-Yoga lascia un poco perplessi. In particolare viene detto che l'Hata yoga proviene da Shiva, come è possibile quindi che sia inferiore al Raja Yoga? Inoltre Svātmārāma ha dedicato la sua esistenza alla composizione del trattato sull'Hata Yoga, che senso avrebbe considerarlo solamente una pratica propedeutica a qualcosa di più evoluto? Infine, considerazione forse più importante, l'Hata Yoga Pradipika illustra una via allo yoga che condurrà fino al samadhì, cioè esattamente dove conduce anche il Raja Yoga, perchè dovrebbe quindi essere inferiore?
E' opinione di chi scrive che qui Svātmārāma stia volutamente sviando il lettore. Come vedremo, l'Hata Yoga è per lui una conoscenza per soli iniziati e quindi deve essere mantenuta segreta. Questo espediente è attuato dall'autore per mettere su di una falsa pista lettori non iniziati che dovessero leggere l'opera. Nella realtà dei fatti l'autore considera l'Hata Yoga una via concreta e potente al ricongiungimento con la divinità, al samadhì. L'iniziato capirà che la strada indicata da Svatmarama è l'applicazione pratica dei principi del Raja Yoga enunciati da Patanjali, se vogliamo ritenere che il Raja Yoga coincida con l'Ashtanga Yoga di Patanjali.


HYP.I:2. praṇamya śrī-ghuruṃ nāthaṃ svātmārāmeṇa yoghinā |
kevalaṃ rāja-yoghāya haṭha-vidyopadiśyate||


Lo Yogi Svâtmârâma, avendo salutato il suo Guru Nâtha, si prepara ad esporre la scienza dell'Hatha-Yoga solo come preparazione per il Râja-Yoga.

HYP.I:3. Bhrāntyā bahu-mata-dhvānte rāja-yogam ajānatām."
Hatha pradīpikāṁ dhatte svātmārāmaḥ Krpa-ākaraḥ ||
Svâtmârâma, nella sua compassione, offre la sua luce sull'Hatha-Yoga a coloro che non possono conoscere il Râja-Yoga, confusi nelle tenebre da molte opinioni contrastanti.


L'autore mostra la sua riverenza nei confornti del proprio maestro. Il maestro Natha cui si riferisce, è il capostipite della tradizione induista nath, un movimento di monaci rinuciatari (sadhu) devoti di Shiva e fervidi praticanti di yoga, tradizione diffusasi proprio intorno agli anni in cui fu scritto l'Hata Yoga Pradipika e molto attiva ancora oggi. Basti ricordare le grandi adunanze dei suoi militanti tra le quali il famosissimo kumbha mela.
Continua poi il mascheramento dell'Hata Yoga come preparazione a qualcosa di più evoluto, meccanismo qui molto evidente. L'autore afferma infatti di voler divulgare l'Hata Yoga solamente a chi non potesse conoscere il Raja Yoga, e fosse confuso dalle molte tradizioni di yoga. Ma essendo molto diffusi i manuali di Raja Yoga, tra i quali può essere annoverato anche gli Yoga Sutra di Patanjali,  questa sua affermazione ha poco senso. Lo stesso concetto viene inoltre espresso in tre sutra consecutivi, è evidentemente uno stratagemma di chi sta scrivendo un testo segreto per soli iniziati, nei confronti di chi dovesse leggere l'opera senza esserne autorizzato. E' vero probabilmente il contrario, se sposiamo la teoria della coincidenza del Raja Yoga con gli Yoga Sutra, proprio avendo conosciuto le astrazioni del Raja Yoga, l'Hata Yoga ne potra essere la via pratica.


HYP.I:4. haṭha-vidyāṃ hi matsyendra-ghorakṣhādyā vijānate |
svātmārāmo|athavā yoghī jānīte tat-prasādataḥ ||


Matsyendra, Goraksa ed altri, hanno conosciuto bene la scienza dell' Hatha-Yoga. Lo Yogi Svâtmârâma l'ha conosciuta grazie al loro aiuto.


HYP.I:4-8.śrī-ādinātha-matsyendra-śāvarānanda-bhairavāḥ |
chaurangghī-mīna-ghorakṣha-virūpākṣha-bileśayāḥ || 

yoghī siddhirbuddhaścha kanthaḍiḥ |
koraṃṭakaḥ surānandaḥ siddhapādaścha charpaṭiḥ ||

kānerī pūjyapādaścha nitya-nātho nirañjanaḥ |
kapālī bindunāthaścha kākachaṇḍīśvarāhvayaḥ ||

allāmaḥ prabhudevaścha ghoḍā cholī cha ṭiṃṭiṇiḥ |
bhānukī nāradevaścha khaṇḍaḥ kāpālikastathā ||


Shri Âdinâtha (Shiva), Matsyendra, Shâbara, Ânandabhairava, Caurangî, Mîna, Goraksha, Virûpâksha, Bileshaya, Manthânabhairava, Siddhi, Buddha, Kanthadi, Korantaka,Surânanda, Siddhipâda, Carpati, Kânerî, Pûjyapâda, Nityanâtha, Nirañjana, Kapâli, Bindunâtha, Kâkacanhdhîshvara, Allâama, Prabhudeva, Ghodâcoli, Tintini, Bhanûkî, Nâradeva, Khandakâpâlika.

 Svâtmârâma elenca quindi la discendenza del proprio lignaggio, molto importante per la concezione classica induista. Il cosiddetto parampara è il tramandarsi delle conoscenze tra maestro e allievo. Tali conoscenze sono più di valore tanto più sono di origine antica e tramandate in modo pedissequo all'originale. Lo yoga, secondo il mito indù, venne inventato da Shiva in persona. Dopo una meditazione di diecimila anni, Shiva decise di scendere dal monte Kailash dove si era ritirato. Sua moglie Parvati, contenta di rivederlo, si prepara ad incontrarlo sulle sponde di un fiume. In questa cornice familiare Shiva annuncia alla sposa che la meditazione lo ha portato a scoprire la più incredibile delle arti, il segreto dell'universo stesso, la fonte di unione tra l'individuo e la divinità: lo yoga. In alcune versioni del racconto a questo punto Parvati fa capire di conoscere già di cosa si tratti e di aver già praticato questa arte, questo dettaglio, che cioè Parvati già conosca lo yoga, è inserito ad arte per ribadire la duplice origine e la duplice potenza dello yoga, maschile, ma anche femminile. Ha-ta, il sole e la luna. Adamara non accenna a Parvati nel proprio lignaggio, ne ad altre divinità femminili tipiche del Tantra. Shiva iniziò quindi la trattazione dello yoga a Parvati. Proprio in quel momento passò nel fiume il signore dei pesci, Matsyendra, per alcune scuole di pensiero emanazione e avatar di Visnù. Matsya, ascoltando la perfetta narrazione del padre dello yoga viene istantaneamente illuminato in questa arte e si compie così la prima trasmissione tra guru ed allievo (chela) che da quel giorno in poi caratterizzerà la diffusione dello yoga, il cosiddetto lignaggio o parampara. Matsya si tramuta infatti da pesce ad uomo ed insegna lo yoga ai suoi nuovi simili. Matsyendra e Goraksa sono anche i nomi dei fondatori dell'Induismo nath e l'autore dice di aver appreso lo yoga grazie al loro aiuto, non è chiaro se di persona o attraverso il lignaggio, questi ultimi due sono comunque temporalmente a lui molto più vicini. Dopo Shiva e Matsyendra sono elencati altri 29 grandi maestri che si susseguirono nel tramandarsi la conoscenza dell'Hata Yoga, tra i quali non compare Patanjali. E' ormai evidente che Svatmarama abbia finto, come trabocchetto per i non iniziati, che la sua arte fosse solo di preparazione per il Raja yoga, ma tradisce in questi sutra l'origine divina e la somma verità dietro l'Hata Yoga, secondo la sua stessa ammissione il vero Yoga che discende da Shiva. Non dimentichiamoci inoltre che Patanjali è nella tradizione un'incarnazione di Vishnu e che quindi il suo inserimento nel lignaggio dello yoga porrebbe qualche problema alla tradizione shivaita tantrica. questo potrebbe essere uno dei motivi per i quali l'Ashtanga Yoga viene chiamato Raja Yoga, ma siamo nel campo delle supposizioni.


HYP.I:9. ityadayo mahasiddha haṭha yogha prabhavataḥ |
khaṇḍayitva kala daṇḍaṃ brahmaṇḍe vicharanti te || 
Queste grandi anime, grazie alla forza dell'Hatha-Yoga, hanno conquistato le leggi della morte, percorrendo liberamente l'universo.

Non torneremo più sull'argomento, ma quanto affermato in queste righe è in evidente contraddizione con il principio secondo cui l'Hata-Yoga dovrebbe essere una mera preparazione al Raja-Yoga. I grandi maestri da cui discende in linea diretta l'Hata-Yoga  sono maha sidda, grandi anime e grazie all'Hata Yoga sono diventati prabhāvataḥ,  coloro che eccellono nella forza e nel potere di controllo sulla natura. Grazie a tali poteri sono sfuggiti alla morte, ovvero si sono posti su di un piano atemporale, sono sfuggiti alla morte, ma soprattutto alla perpetua rinascita ponendosi al di sopra della legge che regola le conseguenze delle azioni nell'universo, la legge del karma. Sono quindi sfuggiti alle regole del tempo, ma anche a quelle dello spazio, entrando nella dimora dei Deva, gli dei. Ripetiamo, semmai è vero il contrario, l'Hata Yoga è per l'autore la via diretta al samadhi, alla congiunzione con lo spirito assoluto.


HYP:10. aśeṣha tāpa taptānāṃ samāśraya maṭho haṭhaḥ |
aśeṣha yogha yuktānāmādhāra kamaṭho haṭhaḥ ||
L'Hatha-Yoga è la casa in cui trovano riparo coloro che patiscono ogni forma di sofferenza. Per tutti quelli che praticano lo Yoga, l'Hata Yoga è come la tartaruga che sorregge l'universo. 

Il fine ultimo dello yoga è di liberare l'uomo dalle sofferenze terrene, elevandolo spiritualmente e facendolo ricongiungere con l'elemento divino che pervade l'universo. L'Hata Yoga è quindi il mezzo per sfuggire le sofferenze legate alla natura umana nella sua forma meno evoluta. Invece per coloro che conoscono lo yoga che sono in uno stato "yogico", l'Hata Yoga è il fondamento ultimo, il baluardo su cui costruire il proprio mondo. Per essere esatti, il testo dice che in questo caso L'Hata-Yoga è per gli uomini come Kamaṭho o Kurma, ovvero la tartaruga avatar di Visnù che nel mito conosciuto come la samudra manthana, ovvero l'emulsione dell'oceano, salvò dallo sprofondare il monte Mantana, il mondo degli uomini  [vedi articolo su Kurmasana].




HYP.I:11.  haṭha vidyā paraṃ ghopyā yoghinā siddhimichchatā |
bhavedvīryavatī ghuptā nirvīryā tu prakāśitā
I praticanti che desiderano raggiungere il successo, devono  mantenere segreta la conoscenza dell'Hata Yoga. Questa conoscenza, se mantenuta segreta, diventerà potente, mentre, essendo rivelata, diventerà inutile.  

Ed ecco che il carattere iniziatico, esoterico dell'opera è dichiarato dal suo stesso autore. L'Hata-Yoga non è una conoscenza per tutti gli uomini, ma solamente per gli iniziati. Solamente un maestro può iniziare gli altri uomini a questa dottrina.   Svâtmârâma cerca di rafforzare al massimo grado questo concetto asserendo che qualora si rivelassero le proprie conoscenze si perderebbe il potere che da esse deriva. L'espediente ci sembra in verità un po' grossolano e se unito con il precedente, ovvero sviare l'ignaro lettore cercando di confonderlo e indirizzarlo verso altri tipi di yoga, ci rivela la natura molto pratica dell'opera, lontana dai ragionamenti filosofici e speculativi così perfetti che avevamo conosciuto con Patanjali negli Yoga Sutra.

Dall'undicesimo sutra in poi l'autore inizierà una serie di raccomandazioni puntuali e precise sulla pratica dei rituali dell'Hata Yoga, tali rituali prevedono posizioni del corpo codificate nei dettagli, gestione dell'energia attraverso il respiro e altri meccanismi, fino ad arrivare un passo alla volta verso la meditazione e il ricongiungimento con lo spirito che tutto pervade.









Potrebbe anche piacerti:

0 commenti

Yoga Magazine Italia 2017 © - Tutti i Diritti Riservati