Yin yoga e l’arte di lasciar andare

agosto 02, 2017



di Paola Fusco

E' con grande piacere che la redazione di Yoga Magazine Italia da il benvenuto a Paola Fusco, giornalista di esperienza e raffinata insegnante di Yoga. Come articolo di esordio ci introdurrà allo yin yoga, questo stile che promette grandi benefici ai praticanti.

È uno degli stili meno popolari in Occidente. Lo Yin affonda le sue radici nello yoga tradizionale, poiché utilizza asana da seduti e sdraiati che derivano dall’hatha, e nella medicina cinese, che insegna come, per il benessere generale, sia fondamentale l’equilibrio tra attività dinamiche (Yang) e attività ristorative e calmanti (Yin). Nello yoga, se iniziare dal corpo (yang) è necessario per avvicinarsi alla pratica in modo sicuro, quando si diventa più consapevoli l’attenzione vira inevitabilmente su aspetti più profondi. “To go yin-side” vuol dire scoprire la vera essenza dello yoga, muovere l’energia nel corpo lavorando su tessuto connettivo (tendini e legamenti), ossa e fascia. Questi tessuti infatti sono “yin”, mentre i muscoli e il sangue sono “yang”, e devono essere in equilibrio per star bene.

Nella filosofia Taoista Yin e Yang sono opposti ma, come si vede nella loro rappresentazione grafica, ogni simbolo racchiude un po’ dell’altro: Yang è la parte luminosa, dinamica, maschile, Yin è quella calma, femminile e passiva. Sul piano fisico, le attività yang includono lo sport o stili di yoga dinamici, le attività yin sono invece gentili, lente e rilassanti. Nel movimento yang i tessuti yin, meno elastici dei muscoli, soffrono e si stressano, mentre dalle attività yin i tessuti yang traggono beneficio.

Lo Yin fu introdotto in Occidente negli anni ‘70 da Paulie Zink, esperto di arti marziali, sotto forma di “yoga taoista”, e comprendeva esercizi fisici dedicati ad anche, ossa e fascia abbinati a una respirazione addominale profonda per riequilibrare i meridiani, le linee di energia teorizzate dalla medicina tradizionale cinese (l’equivalente delle Nadi dei testi classici dello yoga). A codificare la pratica fu però un altro statunitense, Paul Grilley, che, ispirandosi allo stile di Zink, ha integrato dottrina taoista, medicina tradizionale cinese e filosofia yogica e tantrica.
Nel suo libro “Yin Yoga”, Grilley elenca 18 asana yin più cinque yang da utilizzare tra una e l’altra, ma se si resta fermi a lungo nella posa, in una pratica di 60 o 90 minuti ci sarà tempo di farne solo alcune. Si può praticare prima o dopo qualsiasi attività yang (lavoro, sport, viaggi) per riequilibrare gli elementi, mentre è sconsigliato farlo se si è già trascorso un lungo tempo nella calma e nell’inattività. Lo yin va bene anche tutti i giorni, a differenza delle attività più dinamiche che potrebbero richiedere un intervallo di riposo, poiché i tessuti interessati hanno tempi di recupero più brevi rispetto ai muscoli scheletrici. Per iniziare è utile ascoltare il ritmo naturale del respiro, per passare poi alle sensazioni del corpo e infine soffermarsi sulle emozioni che ci attraversano, senza giudicarle. Tra le varie asana, se tenute a lungo, è bene riposare per qualche secondo, oppure entrare in una controposa se se ne avverte la necessità. Prima di entrare in savasana, la pratica va conclusa con le torsioni da supini, per riequilibrare il sistema nervoso.

L’hatha yoga originale include le pratiche yin. Oggi esse sono relegate a una funzione ristorativa dello yoga, ragione per cui molti praticanti ne ignorano l’esistenza, ma in passato, come testimoniano le antiche immagini di yogi ritratti in pose sedute, sembra che le prime asana fossero proprio yin, poiché stare seduti a lungo richiede una schiena forte, anche mobili e una mente attenta. Nell’Hatha Yoga Pradipika, per esempio, sono menzionate poche asana e di queste la metà sono yin, nella successiva Gheranda Samhita le pose yin rappresentano un terzo del totale, poi alla fine del XIX secolo le asana tramandate sono ormai migliaia, ma le yin non scompaiono: anche BKS Iyengar, in “Light on yoga”, pur senza parlare di yin, consiglia di restare in Supta Virasana (posizione dell'eroe coricato, ndr) per 15 minuti. Le pratiche yin, quindi, ci sono da sempre, ma le yang si sono moltiplicate e hanno finito col prevalere in tutti gli stili oggi diffusi.

Tre sono i principi (o tattva) dello Yin yoga: essere consapevoli dei propri limiti e rispettarli, senza assumere pose che arrechino dolore o tensione, ma concedendo con lentezza al tessuto connettivo il tempo di rilassarsi. Bisogna trovare la giusta intensità, fermandosi dove si avverte una minima resistenza, poi il corpo si regolerà da solo (ad andare oltre sarebbe l’ego). Anche l’uscita dalla posa deve avvenire in modo lento. Fondamentale è poi restare fermi (a meno che non si avvertano sensazioni fastidiose che rendano necessario un aggiustamento) respirando lentamente. Questo fa sì che anche i pensieri si sospendano. Mantenere a lungo la posa è un altro aspetto importante: da uno a venti minuti (per i principianti, meglio non andare oltre i cinque). Dopo due minuti e mezzo di allungamento passivo, infatti, il tessuto connettivo si lascia andare e si liberano i meridiani dai blocchi, consentendo il fluire libero dell’energia che nutre gli organi.

Per la lentezza e il senso di rilassamento profondo che trasmette, lo Yin regala benefici analoghi a quelli della meditazione. Mantenendo una posa per un tempo prolungato, ci si connette con la propria interiorità e si ottiene tranquillità. Erroneamente considerata un’alternativa “comoda” allo yoga, la pratica yin è in realtà impegnativa, perché conduce oltre la propria comfort zone fisica e mentale. E’ difficile infatti “lasciare andare”: gli oggetti inutili, le abitudini, gli schemi. Ma se sbarazzarsi della roba vecchia, ripulire, fa sentire più leggeri e carichi di energia, allo stesso modo “lasciare andare” nella vita lascia spazio alla crescita personale. E la pratica yin, che insegna l’accettazione, permette proprio di lasciar andare per acquisire una nuova forma senza forzare il nostro corpo a cambiare. Fisicamente si crea, in modo calmo e gentile, un rilassamento negli spazi tra gli organi e in quello tra le ossa, con benefici, sì, anche per eventuali dolori muscolari, ma soprattutto sulla fascia che lega gli organi.  Poiché essa scorre in tutto il corpo, un blocco in un punto qualsiasi andrà a interessare anche altre parti. E se un blocco fisico è la manifestazione di un trauma, si spiega perchè ansia, rabbia e sofferenze vengono avvertite in specifici punti, anche quando il momento è passato, perché il corpo ricorda fino quando davvero non “lasciamo andare”. Rilassando quindi la fascia, e con essa i traumi psicologici di cui reca traccia, può accadere che alcune pose facciano riaffiorare emozioni e sentimenti.


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