Patanjali Sutra: i poteri dello yoga, prima parte III libro [YS2:29-55]

agosto 11, 2017



Il terzo libro degli Yoga Sutra di Patanjali tratta dei risultati che si conseguono con la pratica dello yoga, intesi anche come obiettivi finali e livelli più alti della pratica stessa. Personalmente è un libro che ritengo di grande ispirazione. L'argomento a questo livello diventa piuttosto elevato e sotto alcuni aspetti anche più comlplesso. Il terzo libro tira un po' le fila di quanto detto finora e probabilmente per questo motivo si evidenzia in modo particolare la coerenza del discorso e le interpretazione fornite sino a questo punto. L'idea di pubblicare una nuova traduzione dei sutra sullo yoga è nata proprio dalla lettura di molte traduzioni del terzo libro che interpretavano questi passi come il conseguimento di "superpoteri", come l'invisibilità o la telepatia, raggiunti mediante la meditazione su questa o quella cosa. Vedremo che interpretazioni alternative non solo sono possibili, ma forse più coerenti con quanto enunciato sin qui dall'autore, pur rimanendo fedeli al significato letterale.
Ma veniamo ora al testo, Patnjali alla fine del secondo libro, stava enunciando gli ultimi due passi degli otto che costituiscono il suo Ashtanga Yoga  (Ashta=otto, anga= passi),  ovvero la concentrazione e la meditazione, il discorso riprende da questo punto senza soluzione di continuità introducendo poi anche l'ultimo passo, il ricongiungimento dello spirito individuale con lo spirito assoluto, questi ultimi sono gli strumenti più elevati di tutta la pratica.

Libro Terzo: Vibhuti
Capitolo sui Poteri

YSIII:1 desha bandha cittasya dharana
Dharana, la concentrazione, è l'attenzione cosciente sulla pratica.

La concentrazione durante la pratica è un passo essenziale e consiste, banalmente, nell'essere attenti ed immersi nel momento presente. Questo è un meccanismo cosciente in cui, semplificando, possiamo dire che i pensieri sono rivolti interamente a quanto si sta facendo. Credo che il concetto sia molto chiaro a chi pratica asana e pranayama. La pratica deve essere intensa proprio perché in questo modo si lascia meno spazio alla mente di divagare, una pratica intensa più facilmente coinvolgerà tutti i miei pensieri impedendo distrazioni. La concentrazione è una parte imprescindibile dell'intensità.
La traduzione di questo sutra è fondamentale per l'interpretazione dei prossimi, la traduzione più ricorrente che viene fornita è:  "Dharana, la concentrazione, consiste nel fissare la mente sull'oggetto su cui si medita."  Questa traduzione, seppure in linea con certi tipi di meditazione buddista, porterà poi a confondere l'attenzione a ciò che si sta facendo con l'attenzione su qualcosa. A supporto della nostra interpretazione, che non nascondiamo essere minoritaria, possiamo dire che essa è letterale in quanto desha, oltre ad oggetto, può significare anche luogo della pratica ovvero la pratica stessa. Torneremo su questo concetto.

YSIII:2. tatra pratyaya ikatanata dhyanam
Il passo successivo è dhyana, la meditazione, l'ininterrotto flusso della percezione profonda.

Dopo la concentrazione sulla pratica e grazie ad essa, il praticante potrà sperimentare il passo successivo, la meditazione, che consiste in uno stato di assenza dei pensieri che ci permette di vedere il nostro spirito, avendo escluso la mente. Come dicevamo, se la mente può essere a sua volta osservata, cesserà l'identificazione tra noi stessi e i nostri pensieri e comparirà la consapevolezza che ciò che sta osservando la mente è qualcosa di più elevato ovvero il nostro spirito.  Questa è la percezione profonda, pratiyaya, ricordiamo a questo proposito il sutra I,25: “Successivamente, grazie alla pratica continua, resta solamente la percezione profonda dello spirito universale”. La meditazione è una prolungata assenza di oscillazioni della mente, percezione profonda che ci permette di vedere il nostro spirito individuale. Non vogliamo qui fare l'esegesi delle traduzioni del testo, ma analogamente al sutra precedente, una corrente predominante traduce: "Dhyana è l'ininterrotta fissità della mente sull'oggetto".

YSIII:3. Tadeva artha matra nirbhasam svarupa sunyam iva samadhih
Poi si raggiunge il samadhi, l'unione dello spirito individuale con lo spirito assoluto, la beatitudine derivante dalla contemplazione in cui sparisce il soggetto che osserva.

Successivamente, grazie alla meditazione, ma anche grazie a tutti e sette i precedenti passi, si arriva allo stadio finale della pratica, il più elevato di tutti. La percezione profonda ci ha fatto scoprire lo spirito individuale, ora questo ci permette di contemplare lo spirito assoluto ovvero di ricongiungere lo spirito individuale con lo spirito assoluto che tutto pervade. Tale illuminazione, ovvero l'osservazione spirituale della realtà senza i veli dell'ignoranza, porta ad uno stato di beatitudine. Questo potrebbe sembrare un concetto astratto, ma non lo è, Patanjali si riferisce esattamente al momento in cui in particolari momenti della vita, dopo una pratica sistematica e intensa, composta in modo ottimale secondo le proprie esigenze tra asana, respirazione, concentrazione  e tutto quanto detto in precedenza, arrivati alla meditazione, si sperimenta uno stato di beatitudine assoluto. Il soggetto che osserva scompare perché si fonde con lo spirito che viene osservato. E' un concetto molto bello ed elevato. Come sanno tutte le persone che praticano con una certa continuità, il percorso che conduce a questo punto, nonché le sensazioni che si provano e la durata di questi processi sono vari quanto sono vari gli esseri umani, ma non sono concetti astratti. Chi ha interpretato questi ultimi tre passaggi come passi della mente, cosa che a noi sembra in contrasto con i primi due libri degli yoga sutra, traduce questo sutra come: “il Samadhi si ha allorché, la mente si unisce all'oggetto osservato”. Lungi dal fare polemica con traduttori ben più titolati di chi scrive, mantenendo però questa linea, il tutto diviene un pochino meccanico e il primo libro sul samadhi sembra fuori contesto.

YSIII:4. trayam ekatra samyamaḥ
Questi tre passi sulla via dello yoga, dharana, dhyana e samadhi, generano la perfetta integrazione, detta samyama.

Concentrazione, meditazione e unione con lo spirito assoluto, ultimi tre passi della pratica sono tra loro sinergici ovvero la loro somma produce un risultato accresciuto rispetto all'unione dei singoli elementi che la compongono. In realtà questo è vero per tutti e otto i passaggi sin qui trattati. Con samyama, l'integrazione, Patanjali non sta introducendo un nono passo, quello che vuole qui affermare è che per sperimentare il vero samadhi, la vera contemplazione dello spirito assoluto è necessario padroneggiare perfettamente questi tre passaggi, inoltre si ribadisce che i passi sono integrati e che in particolare gli ultimi tre sono proprio inseparabili l'uno dall'altro, per arrivare all'ultimo dobbiamo continuare ad essere stabili anche nei due precedenti, concentrazione e meditazione, altrimenti è impossibile. In realtà il testo di Patanjali è molto sintetico e letteralmente dice: “integrazione, i tre come uno”, che abbiamo parafrasato, ma il cui concetto è chiaro.

5. taj jayat prajoalokaj
Padroneggiando l'integrazione di questi tre aspetti, samyama, emerge la luce della somma consapevolezza.

6. tasya bhumisu viniyogah
L'integrazione, Samyama, si sviluppa per gradi.

7. trayam antar angam purvebhyah
Questi tre passi sulla via dello yoga, dharana, dhyana e samadhi, hanno conseguenze interiori più profonde se paragonati ai cinque che li precedono.

8. tad api bahir aogam nirbijasya
Tuttavia sono esterni, se paragonati al samadhì quando sopraggiunge senza l'intervento della volontà.

Arrivati quindi a percorrere tutti e gli ottto passi della via dello yoga e in particolare grazie alla perfetta integrazione degli ultimi tre, giunti al samadhi, si giunge alla massima consapevolezza spirituale, obiettivo finale dello yoga. Questo stato finale ha comunque a sua volta dei gradini e dei livelli. Il samadhi può essere intuito, sperimentato per brevi momenti oppure in modo stabile e sistematico. Nulla si compie d’improvviso, ma tutto è invece risultato di un processo lungo e costante.
Dicevamo che non ci piaceva la divisione tra aspetti fisici ovvero i primi cinque passi e aspetti spirituali, ovvero gli ultimi tre gradini, perché induce una separazione che non è propria dell'autore. Patanjali afferma tuttavia che dharana, dhyana e samadhi siano aspetti della pratica che portano lo yogin ad una maggiore introspezione rispetto ai passaggi precedenti, questo è un dato di fatto. Le norme di comportamento, ma soprattutto asana, respirazione e ritiro dei sensi, comportano l'uso dei sensi e del pensiero che invece in questi altri passi tenderemo gradualmente a superare. Preso contatto cosciente con “l'nteriorità” e i flussi di energia, il praticante può dedicarsi all’uso dei mezzi soggettivi e intimi. Come spesso accade ritengo che questi passaggi appaiano più chiari a chi pratica yoga rispetto a chi si occupa dei sutra da un punto di vista puramente filosofico.
Patanjali ritorna poi a ribadire quanto già accennato alla fine del primo libro ovvero che esistono due tipi di ricongiungimento con lo spirito universale,  samadhi, uno meno elevato che si raggiunge grazie all'intervento della volontà, perché perseguito e ricercato, ed uno più elevato, che si consegue senza l'intervento della volontà, involontariamente. Questo stadio rappresenta la massima introspezione possibile in cui si riesce ad osservare la propria parte divina o meglio ci si fonde con la divinità presente in se stessi. Soggetto contemplante ovvero me stesso e oggetto contemplato, ovvero ciò che sento, ciò che emerge dall'esclusione della mente, lo spirito, diventano una cosa sola.

9. Vyutthana nirodha samskārayoh abhibhava pradurbhavau nirodhaksana cittānvayo nirodha parināmah
Nel percorso verso l'immobilità è importante la transizione tra concentrazione e meditazione, quando da uno stato si passa al successivo. 

10. tasya prasanta-vahita samskarat
Quando questo passaggio diviene stabile come flusso, la percezione dello spirito diviene stabile.

11. sarvarthataikagratayh ksayodayau cittasya samadhi parinamah
La transizione tra concentrazione e meditazione sorge quando cessa la concentrazione su singoli aspetti e non interviene nessuna distrazione.

12. tatah punah satoditau tulya pratyayau cittasya ikagrata parinamah
Poi ancora,  la transizione da concentrazione a meditazione diviene unidirezionale quando diventa stabile la sospensione della concentrazione su aspetti mutevoli.

I sutra tra 9 e 12 sono tra i più controversi di tutta l'opera, non annoieremo il lettore con una panoramica delle interpretazioni.  Operando qualche semplificazione diremo che l'oggetto di cui si sta parlando è l'evoluzione delle fasi di controllo della mente, della consapevolezza e dello spirito. Particolarmente difficile è la transizione dalla concentrazione alla meditazione ovvero l'acquietazione definitiva delle oscillazioni della mente, definizione dello yoga stesso secondo quanto affermato nell'apertura dell'opera: yoga citta vritti nirodha, lo yoga consiste nella cessazione delle oscillazioni della mente.   Il passaggio tra concentrazione e meditazione è difficile e cruciale nella pratica. Chi pratica lo sa bene ed è il motivo per il quale è generalmente necessario prepare questo passaggio con intensi asana e pranayama. Patanjali suggerisce che riusciremo a sperimentarlo sistematicamente e a portare avanti la meditazione per un periodo sufficientemente lungo e costante, senza essere richiamati indietro dalla concentrazione su alcun aspetto o elemento, grazie ancora una volta all'esercizio di una pratica costante. Questo esercizio eviterà che si interrompa la meditazione per tornare nuovamente ad uno stato di concentrazione e quindi di attenzione su qualcosa.
Vogliamo richiamare l'attenzione sul passaggio tra consapevolezza e integrazione definitiva e stabile tra corpo, mente e spirito. E' necessario secondo l'autore prendere consapevolezza di questi tre aspetti, ma nello stato meditativo si trascende questa separazione che capiremo solamente ora essere fittizia, seppure funzionale.


13. etena bhutendriyesu dharma-laksana-avastha parinama vyakhyatah
Grazie a questa pratica si comprendono le proprietà di tutte le cose: le caratteristiche, la forma materiale e le evoluzioni.

14. san odita avyapadesya dharmanupati dharmi
Vengono comprese tutte le cose, siano esse latenti, attive o non manifeste.

15.  kramanyatvam parinamanyateve hetuh
Le differenze nel livello individuale raggiunto produrranno una varietà di esperienze mentali e spirituali.

Si entra quindi nel vivo della trattazione dei risultati che la via dello yoga permette di ottenere, come indicato dal titolo stesso del presente capitolo. Il raggiungimento dello stato finale della pratica, permette di conoscere la vera essenza del mondo e di vedere sotto una nuova luce la realtà, di approcciarsi in modo differente con il mondo. Oltre al mondo materiale, si comprendono anche gli aspetti spirituali e le leggi che regolano il tutto.
Le esperienze che deriveranno dall'osservazione dipenderanno sicuramente dal livello raggiunto nella pratica, perché, anche a questo sommo gradino, esistono livelli più o meno alti. Aggiungeremo che non ci saranno due persone che percepiranno le medesime esperienze, perché strettamente personali e individuali.

16. parinamatraya-samyamat-atitanagata jnanam
Praticando i tre tipi passi dell'integrazione, samyama, si perviene alla chiara analisi del passato e del futuro.

La pratica integratra della concentrazione, della meditazione e del ricongiungimento con lo spirito assoluto porta ad una chiarezza mentale tale che il passato diviene oggettivo, non più mediato dalla nostra interpretazione. Allo stesso modo tale chiarezza permette di vedere nel futuro con oggettività, senza l'intervento dei nostri desideri, delle nostre speranze. L'uomo continuamente illuso dalla speranza, strumento per rendere sopportabile la vita di chi è schiavo dell'ignoranza, è ora liberato. Sembrerebbe a chi scrive fuori luogo spingere il discorso nel senso della chiaroveggenza del passato inteso come storia e fatti ai quali non si è assistito oppure del futuro inteso come predizione dello stesso. Questa linea interpretativa è però abbastanza diffusa e, soprattutto nel secolo passato, abbondavano yogin che dichiaravano di avere “superpoteri” o che raccontavano i miracoli compiuti dai loro maestri. Ne è un chiaro esempio l'opera “Autobiografia di uno yogi” di Paramahansa Yogananda, grande classico della letteratura e racconto senza soluzione di continuità di miracoli di ogni tipo. Non si vuole qui ovviamente criticare quest'opera, tralaltro di grande interesse, ma solamente affermare che, contrariamente ad una ben attestata linea interpretativa, non riteniamo che Patanjali si riferisca a poteri miracolosi, ma si riferisca a doti spirituali. 

17. sabdartha pratyayamam itaretaradhyasat samkarah tat pravibhaga samyamat sarvabhuta ruta jnanam
La pratica porta alla comprensione delle parole di tutti gli uomini, del loro significato e della loro essenza spirituale.

La chiarezza mentale porta il praticante ad afferrare le parole nei loro tre strati di significato ovvero il suono prodotto, ciò che vogliono rappresentare e ciò che vogliono intendere.
E' possibile interpretare questo sutra anche in un altro senso, più religioso, nel senso che diventa possibile comprendere il Verbo, il suono primigenio ed il suo significato. Non convince però questa interpretazione perché il termine usato per parola è sabda e non ad esempio Om, ananat o simili. Si riporta questa interpretazioni perché per alcuni autori è fondamentale per capire addirittura tutta l'opera di Patanjali, o meglio forse, del significato che a questa loro vogliono attribuire.

18. samskara-saksatkaranat purva-jati-jnanam
Osservando le impressioni del passato si ottiene la conoscenza sulle nascite precedenti.

Patanjali, con buona pace di chi definisce il suo approccio come scientifico o la sua opera come laica, è chiaramente immerso nel pensiero induista del suo tempo e non potrebbe essere altrimenti. Ogni autore è sempre figlio del suo tempo e la sua opera va inquadrata nel suo periodo storico. Per tutti gli induisti, da sempre, un chiaro sintomo di elevazione spirituale è avere cognizione delle proprie vite precedenti. Secondo questo pensiero, l'uomo comune non ha percezione della trasmigrazione e dell'evoluzione che la propria anima ha compiuto in altri esseri, mentre l'uomo illuminato ricorda qualcosa delle vite precedenti. Sono molti i casi in cui si porta a dimostrazione della santità di una persona, il suo ricordare aneddoti o oggetti delle vite precedenti. Andando indietro nel tempo i ricordi sono sempre più flebili e l'ultima vita trascorsa prima dell'ultima reincarnazione è quella di cui si può conoscere meglio alcuni dettagli.
Un bramino indiano considerato molto saggio mi disse una volta di diffidare sempre di coloro i quali pretendono di dare indicazioni agli altri sulle loro vite precedenti, egli era considerato un Santo e per sua stessa ammissione era in grado di ricordare poco delle sue vite precedenti e ancora meno del passato e del futuro delle altre persone, se non in rarissimi casi. La conoscenza del passato era inoltre per lui equivalente a quella del futuro considerando ininterrotto il flusso temporale al di fuori del velo dell'ignoranza, conoscere le vite precedenti era secondo lui difficile come predirre il futuro. Ma questo discorso ci spingerebbe troppo lontano.

pratyayasya para citta jnanam
19. Grazie alla pratica è possibile capire le intenzioni altrui

pratyayasya para itta jnanam
20. La pratica di cui stiamo parlando non porta a leggere i pensieri nella mente altrui, in quanto quello non è un oggetto che può essere percepito direttamente.

Fortunatamente in questo caso è l'autore stesso che previene possibili interpretazioni legate a “superpoteri”. Patanjali afferma che la chiarezza mentale derivante dalla pratica permette permette di conoscere i pensieri altrui, ovvero vedendo e parlando con una persona si è in grado di capire le sue intenzioni, da mille indizi e sfumature.  L'apertura mentale e la compassione verso tutte le persone, garantiscono al praticante un livello di empatia con il prossimo tale da capire i suoi reali pensieri. Ma l'autore sembra rendersi conto che questa affermazione potrebbe essere fraintesa nel senso di leggere la mente altrui, di stabilire un contatto telepatico o cose simili, quindi specifica anche cosa non può essere capito ovvero ciò che è insito nella sola mente.

21. kaya rupa samyamat tad grahya sakti stambhe caksuh prakasa asamprayoge ‘ntardhanam
Praticando con attenzione alla forma che il corpo assume ed alla forza, scompaiono quindi i difetti che l'occhio vede alla luce.

22. etena sabdadya antardhanam uktam
Allo stesso modo scompaiono anche le espressioni degli altri difetti.

Secondo la maggior parte dei commentatori questo sutra significa: “Concentrandosi sulla luce e sul corpo è possibile diventare invisibili all'occhio umano”. Sembra impossibile, ma la nostra traduzione è quantomai fedele al testo originario. Facendo un'eccezione, perché capiamo che sia difficile a credersi, riportiamo il significato letterale parola per parola:

kāya = corpo,
rūpa = forma,
saṁyamāt = la pratica,
tat = quindi,
grāhya =  percepibili,
 śakti =  forza,
arhtaḥ = difetti,
cakṣuḥ = occhio,
prakāśa = luce,
asaṁprayoge = sotto,
antardhānam = scomparire.

Non vogliamo in alcun modo proporre la nostra interpretazione come quella vera e giusta, ma semplicemente dire quello che noi abbiamo capito. Saremmo ben contenti di ricevere commenti in merito. Secondo noi si sta parlando di posizioni e pratica fisica incentrata sulla forza fisica e mentale. Secondo chi scrive si sta ponendo l'attenzione sulle asana e ai benefici che esse portano al corpo fisico, soggetto a sofferenze non meno di quello spirituale. Grazie ad una pratica incentrata sul corpo quindi i difetti fisici, visibili all'occhio (ovvero non quelli dell'animo), dice Patanjali, scompaiono. Allo stesso modo scompaiono anche i problemi legati agli altri sensi, come ad esempio dolori o i sintomi dei mali calssici identificati dell'ayurveda, bocca amara, vista annebbiata, ronzii etc. 

23.  sopakramam nirupakramam ca karma tatsamyamāt-aparāntajñānam aristebhyo va
La pratica permette di avere chiarezza del karma, delle conseguenze delle nostre azioni, presenti e future,  e diviene possibile, percependo anche altri segni, predire il momento della liberazione dello spirito.

Ogni azione in questa vita è effetto di una causa avviata in un’incarnazione antecedente; ogni azione nella vita origina effetti, a meno che sia compiuta in modo tale che l’effetto sia immediato e si esaurisca entro i limiti della vita stessa oppure non generi karma perché compiuta per motivi altruistici e con distacco. Gli uomini illuminati grazie a quanto precedentemente detto ed alla pratica che li purifica, si incarnano con pochi effetti del karma dalle vite precedenti e, anche grazie alla continua purificazione della pratica, potrebbero riuscire a liberarsi dagli effetti del karma e quindi dal ciclo delle rinascite ovvero potrebbero raggiungere la perfezione e la conseguente liberazione permanente dello spirito. La pratica, oltre a purificare dal karma precedente, dona coscienza di questa possibile liberazione. Inoltre, secondo una diffusa credenza induista, i santi uomini possono predire il momento della propria morte fisica, in molti casi è anche vero che queste persone quando sentono di essere arrivate alla fine del proprio percorso, intraprendono l'ultimo viaggio lasciandosi di fatto morire. Il riferimento potrebbe anche essere questo, predire il momento della liberazione è interpretabile sia come predire il momento in cui si sfuggirà al ciclo delle rinascite oppure alla morte del corpo fisico.

24. maitry adisu balani
Grazie alla pratica lo yogin sviluppa grande benevolenza, e diviene empatico con gli altri.

La chiarezza mentale della pratica, generata anche dal rispetto delle norme etiche e morali dei primi due passi dell'ashtanga yoga di Patanjali, tra le quali era appunto presente la benevolenza verso i deboli, porta ad identificarsi con gli altri e ad avere benevolenza verso i più deboli, ovvero tutti gli uomini comuni. In realtà nella traduzione abbiamo arricchito leggermente il discorso, il verso recita semplicemente: i poteri (donano) amicizia verso gli altri.

25. balesu hasti baladini
Incentrando la pratica sulla forza, si diventa forti come un elefante.

Come detto, la decisione di pubblicare gli Yoga Sutra di Patanjali era stata presa anche per una traduzione del sutra 24 del III libro, letta su Instagram che recitava così: Concentrandosi sulla forza dell'elefante o di altri animali la si può assimilare. Il commento proseguiva: è il solito principio emulativo, si assorbono le qualità dell'oggetto della meditazione. Immaginavamo yogin del passato e del presente intenti a meditare visualizzando un elefante, con lo scopo di acquisirne la forza. Ci strappava un sorriso. A nessun titolo si vuole però indicare come sbagliata questa traduzione che, tralaltro è riportata da moltissimi autori più illustri di chi scrive. Diremo che non è in linea con quanto abbiamo capito noi dell'opera di Patanjali fino a questo punto e che quindi è molto lontana dalla nostra interpretazione.
La pratica dello yoga richiede grande forza di volontà e a sua volta la alimenta, ogni yogin ne è consapevole, nonché una certa forza fisica. Per gli indiani l'elefante è simbolo della saggezza e della forza fisica, qualità rappresentate al massimo grado dal Dio dalla testa di elefante: Ganesh. Molti yogin indiani sono devoti di Ganesh, figlio di Shiva, proprio perché egli rappresenta le due doti più ambite dai praticanti: forza e saggezza, grazie a queste doti Ganesh è il Dio che rimuove gli ostacoli.

La seconda parte del terzo libro continuerà a trattare i poteri che si ottengono grazie allo yoga.

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