Yoga Sutra: Asana, Pranayama, Pratyahara, IIIa parte II° libro [YS2:29-55]

luglio 28, 2017


Rullo di tamburi... ecco che Patanjali arriva a parlarci delle asana (posizioni), della respirazione e della meditazione. Secondo molti questa è la parte più avvincente e poetica dell'intera opera. Questi aspetti specifici della pratica saranno ripresi dalle opere classiche successive, come ad esempio l' Hatha-Yoga Pradipika, la Gheranda Samhita e la Shiva Samhita, datate intorno al 1400 DC, approfonditi e trattati in modo più analitico. Poco dopo la redazione dell'Hatha-Yoga Pradipika si creeranno due scuole principali di yoga, il Raja Yoga, focalizzato in modo uniforme su tutti gli otto passi dei sutra di Patanjali e l'Hata Yoga, incentrato maggiormente su asana, pranayama e meditazione. Oggi giorno nel mondo, India compresa, l'impostazione dell'Hata Yoga è predominante. Stiamo parlando comunque di sfumature, tutte le scuole di yoga del presente e del passato raccomandano che si faccia ordine nella propria vita per dedicarsi alla pratica delle asana o alla meditazione, semplicemente perchè, come sanno tutti i praticanti, una vita caotica e sregolata rende estremamente difficile già solamente sedere a gambe incrociate. A volte iniziare la pratica può però rappresentare uno stimolo per cominciare anche il processo di revisione del proprio comportamento. Come sempre i passi del percorso sono successivi, ma integrati e collegati. "Pratica e tutto il resto seguirà", la famosa frase del maestro Pattabhi Jois, è da interpretarsi secondo noi in questa direzione.

Un'osservazione che muovono spesso i sostenitori del Raja Yoga è quella che Patanjali non avrebbe dedicato molto spazio alle asana o almeno ne dedicherebbe meno rispetto l'importanza attribuita ad esse dagli "eretici" fautori dell'Hata Yoga. "Patanjali non cita nemmeno una posizione!" rincarano. Per bilanciare il discorso, basti ricordare che, secondo il mito, lo yoga è stato ideato da Shiva, dopo una meditazione di migliaia di anni e carpito da Matsyendra, il signore dei pesci, per donarlo agli uomini, quando il Dio lo stava insegnando a sua moglie Parvati. Lo yoga ideato da Shiva consta di otto milioni e mezzo di asana, o un po' meno a seconda delle versioni. Il mito vuole chiaramente dirci che le posizioni dello yoga sono tutte le posizioni che il corpo può assumere. Questo concetto unito a quanto affermato in precedenza da Patanjali, cioè che la pratica deve essere personale e secondo il modo che piace di più allo yogin, ci fa capire che un elenco di posizioni avrebbe poco senso all'interno di questa opera.

Ma veniamo ora ai magnifici sutra che descrivono le asana:

46. sthira sukham asanam
Le asana, o posizioni, sono stabili e comode.

47. prayatna aithilyananta samapattibhyam
Questo avviene abbandonando ogni sforzo e unendosi con l'infinito.

48. tato dvandva anabhighatai
Così si ha la cessazione della sofferenza causata dalle coppie di opposti.

Sappiamo dalla precedente esposizione del concetto di tapah, che la pratica deve essere intensa, ma a completamento del quadro di insieme, si aggiunge ora che le asana devono mirare a diventare solide e comode.  Nei sutra 46 e 47, in sei parole, c'è un'opera intera, l'autore ha composto due sutra perfetti:

sthira (=facile, comodo) sukham (=stabile) asanam

prayatna (=ogni sforzo) aithilyananta (=abbandonando)

Patanjali non è un ginnasta, avendo spiegato l'unione tra mente, corpo e spirito, indica come la grazia del corpo permetta di raggiungere la grazia della mente con cui iniziare a intravedere la grazia dello spirito. Passo dopo passo sempre più in profondità dentro noi stessi, sempre più verso l'alto, verso percezioni sottili ed elevate. Le asana non devono indurre sofferenza al corpo, ma essere stabili e confortevoli, non si parla di contorsioni o di forzare il fisico, ma di una zona di confort. Di contro, Patanjali afferma che stabilità e semplicità di esecuzione si realizzano abbandonando lo sforzo verso uno scopo,  prayatna, quindi presumibilmente, precedentemente l'intensità richiesta era dovuta in parte ad uno sforzo e ad uno scopo, che però si deve mirare ad abbandonare e a trascendere. Cercando una sintesi potremmo dire che la pratica deve andare verso l'intensità nella stabilità e mai verso la tensione. Secondo questo precetto si avrà un'evoluzione naturale verso posizioni che portano il corpo ad una maggiore intensità qualora si raggiunga una mancanza di intensità nelle stesse, ma mirando sempre ad una stabile esecuzione senza sforzo. E' anche chiaro che in questa ottica, non esistono due persone che eseguiranno la stessa posizione allo stesso modo e che solamente noi stessi possiamo capire la giusta intensità.

prayatna shaithilya (= l'abbandono di ogni sforzo) ananta (= cio che è senza confini, l'infinito) samâpattibhyâm (=contemplazione)

La stabilità e semplicità di esecuzione si realizza anche unendosi con ciò che non ha confini, unendosi con l'infinito, cioè quando si raggiunge uno stato di quiete meditativa durante la pratica fisica. Il concetto è molto bello. Come realizzare questo aspetto è chiaramente del tutto soggettivo, per alcuni si verificherà con una danza del corpo e del respiro, per altri con l'immobilità nell'equilibrio e nella flessibilità, per altri anche solo sedendosi a gambe incrociate, non esiste una ricetta valida per tutti, ognuno dovrà trovare le sue posizioni e la sua pratica. La pratica fisica influenza la mente e lo spirito e a sua volta è da loro influenzata. L'abbandono e la quiete meditativa non si possono forzare, potrò ricercarle, facendo una serie di operazioni che so' portarmi in quella direzione, ma il viaggio è sempre unico, irripetibile e mai scontato. Credo che questo sia uno dei motivi per il quale moti di noi amano lo yoga. Qualcuno porta come esempio il sonno: non è possibile decidere di addormentarsi, ma liberando la mente, sdraiandosi e spegnendo la luce, con una buona dose di stanchezza, generalmente si riesce, ma spesso, ossessionandoci con il pensiero di dormire, otteniamo l'effetto opposto. Per la pratica è la stessa cosa, lasciamola accadere contemplando l'infinito. La mente è allenata a porre limiti, Patanjali suggerisce il percorso inverso, farla andare verso ciò che non ha limiti.

tato (=così) dvandva (=dagli opposti) anabhighatai (=la libertà)

Le asana portano alla beatitudine generata dal superamento delle sensazioni e dei sentimenti, alla libertà che solo chi pratica ha sperimentato. Grazie alle asana si giunge ad un benessere assoluto oltre gli aspetti fisici o mentali, oltre le coppie di opposti, il caldo e il freddo o il piacevole e spiacevole, oltre i concetti di bene e male, rilasciando ogni sforzo e percependo l'infinito. Questo è il concetto che il Buddha Siddharta, che visse dopo Patanjali, indicherà come la via di mezzo, majhim nikaya. Il viaggio solitamente inizia dal corpo e pervade la mente e lo spirito, ma la distinzione è fittizia e il percorso soggettivo. Le posture fisiche sono il mezzo per giungere al distacco dalle cose materiali e capire che abbiamo in noi qualcosa di molto grande e molto elevato. Gli Yoga Sutra sono una perla di cui tutti gli yogin devono essere grati.


49. tasmin sati svasa apravasayor gati vicchedai pranayamah

Da qui, il passo successivo è l'espansione del respiro, il pranayamah, che consiste nell'inspirare, nell'espirare e nell' interrompere il flusso.


50. bahya abhyantara stambha vettir dea kala saokhyabhi parideo dirgha sukemai

Quando si osserva attentamente la durata e la frequenza di inspirazione, espirazione o ritenzione, i respiri diventano sempre più prolungati e sottili.


51. bahya abhyantara visayaksepi caturthah

A questo punto si trascendono inspirazione, espirazione e ritenzione in una quarta tipologia di respirazione.


52. Tatah ksiyate prakasa avaranam

Quindi si affievolisce e scompare il velo che offusca la realtà.


Il respiro è il collegamento tra corpo, mente e spirito o, meglio, ciò che ci fa percepire l'unità di questi tre aspetti. Le posture solide, la mente focalizzata sull'infinito e la percezione dello spirito si fondono grazie al ritmo unisono impartito dal respiro. Il respiro riflette in modo estremamente puntuale le variazioni assunte dal corpo, le oscillazioni della mente e gli sguardi sullo spirito. Quale strumento migliore quindi per dominare tutta la nostra essenza? Per Patanjali il respiro rappresenta l'espansione della forza vitale, l'accesso e l'incameramento dell'energia che tutto pervade, il prana. Il termine prana (=energia) - yama (=espansione) si spinge quindi un poco oltre al concetto di controllo del respiro, come generalmente, per brevità, viene tradotto. Secondo i principi dell'ayurveda, alla base delle enunciazioni di Patanjali, ogni nostra cellula partecipa all'assunzione di energia mediante la respirazione, partecipando alla forza vitale dell'universo e ad una vibrazione che tutto pervade, ad un ritmo vibratorio inspirazione-espirazione, che fa pulsare tutto l'universo. Le scuole tantriche successive approfondiranno molto questo concetto che chiameranno spanda. Ma non vogliamo spingerci così oltre, basti sottolineare come e perchè per il nostro autore, il respiro è il collegamento e il mezzo per controllare il nostro essere tutto: corpo, mente e spirito.
Anche in questo caso l'autore non fornisce indicazioni di dettaglio, ma ognuno troverà la migliore modalità per realizzare quanto indicato: qualcuno preferirà trovare il giusto ritmo del respiro in movimento durante asana più o meno intense, come alcune scuole himalayane, altri seduti immobili in posizioni più meditative oppure assumendo posture che secondo le scuole ayurvediche incanalano i flussi energetici in modi particolari, i cosiddetti mudra, altri un insieme di tutto questo e così via.

Inspirare, espirare e sospendere per alcuni attimi il respiro tra l'uno e l'altro, è un gesto meccanico, portare consapevolezza su questo atto è già un passo importante. Lavorare sull'espansione ed il potenziamento del respiro è un punto cruciale dello yoga di Patanjali, ma di qualsiasi scuola di yoga. Il pranayama, gli esercizi di respirazione, o, meglio, gli esercizi di controllo dell'energia, portano a prolungare sempre dippiù le varie fasi della respirazione, rendendo lungo, flebile e uniforme ogni respiro. Molte opere successive indicheranno una serie di tecniche di condizionamento del respiro da molto semplici a molto complicate, ma come ormai abbiamo visto, a Patanjali non interessano i dettagli tecnici, lui indica la strada anche ai maestri, loro sapranno come seguirla e condividerla.

Il sutra 51 si presta ad una duplice interpretazione, riportiamo entrambe perché in qualche modo complementari e comunque degne di nota. Il quarto tipo di respiro, oltre inspirazione, espirazione e ritenzione, è da alcuni considerato il flusso continuo di puro prana, che trascende ed affianca inspirazione ed espirazione grossolani, che insorge quando si ha un livello di pratica avanzato, un modo di respirare distaccato, da osservatore, in un respiro che tutto unisce.  Secondo altri il quarto tipo di respirazione sono le apnee spontanee che insorgono talvolta in uno stato di coscienza molto elevato, nel quale comunque il prana fluisce in modo fluido attraverso il corpo. A giudizio di chi scrive queste due interpretazioni sono vere e valide entrambe. Molti praticanti di pranayama si focalizzano in modo spasmodico sulle apnee spontanee, ma secondo quanto appena detto, l'apnea spontanea è una forma di respiro pranico consapevole.

Infine, traducendo letteralmente, si dissolve il velo che copre la luce. Personalmente questo sutra mi ha aiutato a comprendere meglio cosa si intenda per illuminazione, cioè percepire senza l'oscuramento della falsa conoscenza e dei sensi. Senza mezzi termini Patanjali sta affermando che posture fisiche, asana, e espansione del respiro, pranayama, praticati congiuntamente alle norme di comportamento, yama e nyama, portano all'illuminazione. Diversamente dal Buddha, per lui non è questo l'ultimo gradino del percorso.


53. Dharanasu ca yogyata manata

Quindi la mente non ostacola più la capacità di concentrazione, Dharana.


54.Sva-visayasamprayoge citta-svarupanukara ivendriyanam pratyaharah

Pratyahara, il ritiro dei sensi, consiste nell'abilità di rinunciare alle percezioni esteriori.


55. Tatah parama vasyatendriyanam

Quindi si ha la completa padronanza su tutti i sensi esterni.


Ora la pratica dello yoga si sposta completamente all'interno di ognuno di noi. E' una semplificazione e in realtà il confine non esiste, ma questa semplificazione può aiutare a comprendere questo ulteriore passaggio. Con l'illuminazione dovuta all'eliminazione del velo che offusca la percezione della realtà, è divenuto possibile contemplare la nostra parte spirituale, il nostro spirito individuale e su di esso spostare la nostra concentrazione. A questo punto siamo completamente assorbiti verso il nostro interno, i sensi e ciò che è esteriore sono tagliati fuori. Pratyahara, che abbiamo sempre tradotto con il ritiro dei sensi, è interpretabile, in modo molto letterale, anche come "il ritorno alla sorgente", il ritorno verso lo spirito assoluto da cui il nostro spirito individuale proviene, di cui Patanjali ha trattato approfonditamente nel primo capitolo, si è preferita la prima traduzione perchè di più immediata comprensione. Questo è l'inizio del viaggio interiore dello spirito individuale verso lo spirito assoluto, che terminerà con il samadhi ovvero il ricongiungimento dei due. Le persone o i santi uomini che stanno sedute a gambe incrociate per ore, per giorni, per anni, sono immerse in questo viaggio che inizia con il rivolgimento verso l'interno e il distacco dai sensi. Meglio ancora, che inizia comportandosi con regolatezza, praticando le asana e uniformando il respiro alla vibrazione dell'universo per poi giungere dentro ognuno di noi. In realtà non c'è più contrapposizione tra interno ed esterno, ogni cosa è al suo posto e si prosegue il cammino con quello che per semplicità espositiva potremo considerare come una fase successiva, approfondita da Patanjali nella prima parte del terzo libro, che poi, nella seconda parte si occuperà dei premi che il successo nel percorso della pratica potranno donare agli yogin.






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