Patanjali Yoga Sutra, prima parte del secondo Libro [YS2:1-28]

luglio 04, 2017


Il secondo libro dei sutra di Patanjali è forse quello più dibattuto in quanto si entra nel vivo della pratica dello yoga ovvero si affrontano gli strumenti che condurranno il praticante sulla trada del ricongiungimento, trattato nel primo libro. In particolare, nella prima parte del secondo libro, vengono gettate le basi imprescindibili per affrontare poi l'elenco delle singole componenti della pratica dello yoga. Patanjali affronta le domande che sono insite nell'uomo, in tutte le epoche: le cause dell' infelicità, le conseguenze delle nostre azioni e il senso del mondo ovvero quale è lo scopo della nostra vita. Non sono temi da poco. Staremo particolarmente attenti a non dare interpretazioni preconcette, ma a fornire una traduzione semplice e lineare, nel rispetto del testo sanscrito.

Libro secondo: Sadhana Pada
Capitolo sugli strumenti


1:II. Tapah svadhyayes isvarapranidhanai kriyayogah
La parte dinamica dello yoga ha tre componenti:  pratica intensa, studio di sé‚ abbandono allo spirito assoluto.

2:II. Samadhi bhavana arthah klesa tanukarana arthasca
Il suo scopo è di ridurre l'infelicità e il ricongiungimento tra spirito individuale e spirito universale.

Il Krya Yoga o yoga dell'azione viene menzionato anche da Krishna nella Gita, secondo alcuni storici ha origini antichissime, secondo gli induisti deriverebbe addirittura dalle ere caratterizzate da una maggiore illuminazione spirituale. Già ai tempi di Patanjali si riteneva che si fosse in un'era di materialismo e oscurantismo, ma direi che la situazione è poi peggiorata. Vista la raffinatezza filosofica raggiunta ed altri elementi, è certo che l'autore raccolga una tradizione più antica. Teniamo a mente che pratica intensa, studio di sé e abbandono allo spirito assoluto, citati nel primo sutra, sono gli ultimi tre precetti dei cinque che costituiscono, come vedremo, il secondo passo dello yoga, ovvero le regole morali verso se stessi. Apre così il capitolo sugli strumenti dello yoga perché questi tre sono gli elementi basilari che dobbiamo trovare dentro di noi.
Patanjali ricapitola quindi che senza una pratica disciplinata non c'è yoga, questa pratica porta a studiare se stessi altrimenti è fine a se stessa e così si ottiene lo scopo ultimo, il ricongiungimento spirituale con lo spirito assoluto. Coerentemente al primo libro, Patanjali indica lo yoga dell'azione come una pratica che ci fa scoprire la nostra parte spirituale assoluta, divina, ma anche il cui scopo è alleviare l'infelicità durante il cammino.

3:II. Avidya asmita ragadvesa abhinivesah klesah
L'infelicità è prodotta da: ignoranza, egoismo, attaccamento, odio e paura della morte.

4:II.Avidya ksetram uttaresam prasupta tanu vicchinna udaranam
L'ignoranza  è la causa delle altre fonti di infelicità, sia che sussista in forma latente, in forma attenuata, in forma intermittente o al massimo grado.

5:II. Anitya asuci duhkha anatmasu nitya suci sukha atmakhyatir avidya
L'ignoranza è considerare eterno ciò che è caduco, puro  ciò che è impuro, piacere ciò che arreca dolore e confondere il proprio spirito individuale con ciò che non lo è.

Quali sono quindi le cause di sofferenza che andremo a mitigare grazie allo yoga sulla strada del ricongiungimento con lo spirito assoluto? L'ignoranza è la causa di tutti i mali; anche il buddismo riprenderà questo concetto, avydia è il primo dei tre veleni (ignoranza, attaccamento e odio). L'ignoranza non comporta solamente la non conoscenza delle cose, rispetto alla quale non sarebbe semplicemente possibile comprendere nulla, ma questo sarebbe comunque un male più tollerabile rispetto ad interpretare il mondo in modo errato e contrario alla sua forma corretta. Chi è ignorante rispetto allo spirito non si limita a non conoscere, ma ha una sua conoscenza errata che ritiene vera. La sua vita diventa quindi misera, più misera degli animali che si limitano a non comprendere. Il giudizio di Patanjali sulle persone ignoranti appare qui spietato, sono persone che infliggono sofferenza a se stessi e agli altri. II sutra I:33, l'affermazione che la via dello yoga consiste anche nel mostrare compassione verso i deboli,  mitiga forse in parte questo giudizio.
Ignoranza è per l'autore non solamente conoscere nel significato di erudizione o di apprendimento di qualcosa di codificato, come intendiamo spesso nel senso comune,  ma conoscere anche come sentire a livello spirituale. Ignoranza è non avere nozione di come contemplare la propria parte spirituale o, ancora peggio, identificarsi con i pensieri ed il corpo (indetificarsi con l'a-atman, il “non spirito individuale”). Questo è un concetto fondamentale da cui si comprende l'importanza della pratica, che conduce ad una conoscenza, che si estende su vari gradi, per evitare una vita di miseria ed ignoranza.

6:II. Drg darsana saktyor ekatmateva asmita
L'Egoismo è l'identificazione di colui che vede con la cosa vista.

Al secondo posto della classifica delle caratteristiche che conducono l'uomo all'infelicità troviamo l'egoismo, in quanto consiste nel proiettare se stessi in ogni aspetto dell'universo che ci circonda, ovvero, mettendo il nostro ego al centro di tutto, vediamo solo noi stessi riflessi in tutte le cose. Questa definizione di ego è molto efficace, chi ha un grande ego non riesce a vedere che se stesso riflesso in tutto il sapere e la bellezza del mondo e delle altre persone, ovvero identifica il soggetto con l'oggetto. I Tamil, una popolazione dell'India del Sud, quando una persona parla per mettere in mostra se stesso e non per condividere un pensiero, quando ostenta la propria ricchezza o il proprio stile di vita, per definire chi si autocelebra, chi dimentica di essere umile, hanno un modo di dire molto divertente: “grande coltello, piccolo uomo” ovvero: chi ha bisogno di portare un grande coltello per sentirsi forte è come chi ostenta un grande ego per darsi più valore, cioè una persona di poca qualità. I Tamil sono guerrieri, di coltelli e di persone ne sanno molto.
Per gli induisti l'Io è qualcosa di molto pericoloso rispetto all'interpretazione della realtà, che rischia di far vedere solo se stessi, ma che può diventare positivo quando rappresenta la sana espressione della propria personalità. Citavo l'induismo perché Shiva, nella rappresentazione di Signore dello Yoga, viene immaginato con un cobra, simbolo dell'ego, intorno al collo, per rappresentare il fatto che, ricondotto alla giusta posizione, l'ego può diventare un piacevole ornamento. Questa immagine mi è sempre piaciuta molto. Generalmente chi pratica yoga conosce bene le insidie dell'ego, ma non per questo ne è esente.

7:II. Sukha anusayi ragah
 Si ha  attaccamento verso qualsiasi cosa arrechi piacere.

8:II. Duhkha anusayi dvesah
Si ha repulsione verso qualsiasi cosa arrechi dolore.

9. Svarasa vahi viduso api taharudho abhinivesah
La paura della morte domina tutti, perfino il saggio.

Arriviamo quindi alle ultime due cause di infelicità: attaccamento e paura della morte. Viene ribadita la necessità di abbandonare l'attaccamento alle cose del mondo e quindi ai concetti di piacere e dolore, perché effimeri. Il piacere e la sua ricerca generano aspettative e di conseguenza sofferenza. Infine la paura della morte è per Patanjali la causa di infelicità più connaturata all'uomo, tanto che può rifarsi viva in qualsiasi momento, anche dopo aver condotto una vita nella pratica e nella saggezza. Seppure sia una forma di attaccamento, l'autore ritiene importante comunque citarla, forse perché lo tocca da vicino. Oltre ad essere una forma di attaccamento alle passioni della vita, è anche una forma di ego, l'unica cosa che va a morire con la morte fisica è infatti l'ego, riflesso della nostra mente, lo spirito è per Patanjali eterno, lo sappiamo.

10:II. Te pratiprasava heyah suksmah
Le cinque cause della sofferenze possono essere eliminate, riconducendole alla loro fonte originaria.

11:II. Dhyana heyastad vrttayah
Le oscillazioni della mente causate dalle cinque cause di sofferenza scompaiono attraverso la pratica della meditazione (dyhana).

Come dicevamo Patanjali sta procedendo dal macroscopico verso il particolare, nel primo libro ha trattato il  ricongiungimento (samadhi), ora ci parla della meditazione (dyhana); come vedremo tra poco, questi sono gli ultimi due elementi tra gli otto che costituiscono la pratica dello yoga.
L'infelicità causata da ignoranza, ego e attaccamento, può essere contrastata e vinta con un processo particolare: riconducendo l'effetto alla causa originaria (prati-pasav). E' un principio conosciuto ed applicato in molti ambiti, anche quando la psicanalisi riporta il paziente alla propria infanzia, per superare i traumi che hanno causato l'infelicità. Fino a che non si và alle radici, il problema non può essere risolto. Andando a ritroso Patanjali afferma che la causa prima di tutte le afflizioni è la mancanza di consapevolezza, l'ignoranza. E' quindi necessario portare consapevolezza nella propria vita, essendo presenti in ogni momento e consapevoli del proprio spirito. Per poter vedere la nostra parte spirituale ci viene in soccorso la meditazione, componente finale della pratica yoga, alla quale si arriva dopo aver praticato gli altri sei passi e che porta all'ottavo e più importante, il ricongiungimento con lo spirito assoluto.

12:II. Klesamulah karmasayo drstadrsta janma vedaniya
 Ogni azione, generata dalla sofferenza, ha una conseguenza sia nel presente che nel futuro.

13:II. Sati mule tadvipako jatyayurbhogah
Fino a che la sofferenza resterà l'origine delle azioni, le conseguenze si ripercuoteranno nella vita.

14:II. Te hlada paritapa phalah punya apunya hetutvat
La virtù porta piacere; il vizio arreca dolore.

15:II. Parinama-tapa-samskara-duhkha ir–guna-vrtti-virodhac-ca duhkham-eva sarvam vivekinah
La persona consapevole sa che l'infelicità è causata dai mutamenti e  dai conflitti generati dalle cinque cause della sofferenza.

16:II. Heyam duhkham anagatam
Si deve prevenire anche il timore delle sofferenze future.

La persona consapevole sulla via dello yoga, che ha conosciuto lo spirito, interrompe la propria sofferenza combattendo le cause che ne sono all'origine. Questa interruzione fa si che le proprie azioni non siano più causa di sofferenza per se stessi e per gli altri. La persona consapevole vive nel presente: sa che le azioni passate non possono essere cambiate e che quindi è inutile vivere nei ricordi, ma è anche distaccato da ciò che accadrà nel futuro, non ha aspettative, sa che il ricongiungimento con lo spirito assoluto è tutto quello di cui ha bisogno per raggiungere il benessere. Questi cinque sutra, non lo neghiamo, non sono di facile traduzione ed esistono interpretazioni significativamente differenti da quella proposta, in quanto si parla di un tema dibattuto in tutta la storia dell'intera Asia, ovvero il karma, la conseguenza delle azioni. Essi riflettono una notevole sofisticatezza e maturità filosofica, ma ancora dippiù ciò è evidente nei prossimi versi, che trattano un tema molto elevato: il senso del mondo. Riportiamo consecutivamente tutti i sutra sull'interpretazione della realtà ed il senso della vita, in modo da non interrompere il filo logico del pensiero.

17:II. Deve essere interrotta l'identificazione tra colui che osserva e ciò che viene osservato.

18:II. Ciò che viene osservato possiede le qualità della beatitudine e quindi può dare la liberazione dalla sofferenza.

19:II. Ci sono quattro tipi di qualità in ciò che si osserva: il definito, l'indefinito, il differenziato e l'indifferenziato.

20:II. Colui che osserva, sebbene abbia consapevolezza, vede attraverso le distorsioni della mente.

21:II. La cosa osservata esiste in funzione di colui che osserva.

22:II. Sebbene la cosa osservata non abbia importanza per la persona consapevole, essa è importante per chi non ha ancora intrapreso il percorso di consapevolezza.

23:II. Per chi non ha intrapreso questo percorso, colui che osserva e ciò che osserva si presentano insieme, in modo tale che sembrano indivisibili.

24:II. La causa di questa indivisibilità è l'ignoranza.

25:II. La dissociazione di colui che osserva e di ciò che osserva è il rimedio, la liberazione dall'ignoranza.

26:II. La consapevolezza di ciò che si osserva, è il mezzo per la soluzione dell'ignoranza.


Non bisogna identificarsi con i propri pensieri e con le proprie percezioni. Il concetto è simile a quanto elaborato nel primo libro, ma più specifico, se riusciamo a porci un gradino più in alto dei nostri pensieri, placando la mente ed osservandola, cogliamo l'essenza dello spirito e cessa la sofferenza. Se possiamo osservare il nostro corpo, non ci identificheremo con il nostro corpo, se possiamo osservare i nostri pensieri, non ci identificheremo con la nostra mente, colui che osserva, il nostro spirito, è più in alto dei pensieri. In questo modo Patanjali rende lo spirito qualcosa di oggettivo, scentifico, osservabile, misurabile, almeno nella sua interpretazione della vita.
Per molti anni non capivo come mai Patanjali non aprisse il secondo libro sugli strumenti dello yoga elencando semplicemente gli otto passi, che tratterà invece nella seconda metà. Prima di entrare nei dettagli degli otto aspetti che costituiscono lo yoga, Patanjali vuole essere sicuro di definire tre aspetti imprescindibili per la pratica: cause di infelicità, conseguenze delle azioni, senso del mondo e quindi della vita. Perché esiste il mondo? Qual'è il senso di tutto questo? Patanjali afferma che il mondo esiste per permettere la liberazione, il ricongiungimento con lo spirito assoluto. Non c'è possibilità di elevazione spirituale per gli uomini senza aver sperimentato l'infelicità o la condizione d'ignoranza. Il ricongiungimento può essere realizzato solo attraverso questo percorso. Il mondo materiale esiste per poter sperimentare il mondo dello spirito, anzi il mondo materiale ha in sé il seme del mondo dello spirito. Per gli uomini la via verso la beatitudine ed il ricongiungimento con lo spirito assoluto deve partire dal mondo, bisogna conoscere l'attaccamento per potersene distaccare, l'ignoranza per poter conoscere, le oscillazioni della mente per placarle e vedere lo spirito. Senza questi concetti, capiamo bene, i successivi precetti perdono il loro vero significato. La pratica dello yoga ha i piedi in terra e la testa nel cielo, direbbe qualcuno, ma non lasciamoci trasportare dalla bellezza di questi sutra.

27:II. Tasya saptadha pranta-bhumih prajna
Il potere di conoscere si consegue attraverso sette regioni.

28:II. Yoganga anusthanad asuddhi ksaye jnanadiptira viveka khyateh
Praticando lo yoga si eliminano le impurità e si consegue la conoscenza e l' illuminazione spirituale.

Fin dai commentari più antichi gli studiosi hanno cercato di interpetare quali fossero secondo questo sutra le sette regioni che conducono al potere di conoscere, all'illuminazione, dai commentatori antichissimi come Vyasa, il rishi veggente, fino ai giorni nostri. Vyasa ha anche creato questi sette passi secondo una sua visione. Ammettiamo che il passaggio sia ermetico e lasci dei sott'intesi, ma l'interpretazione più lineare inerente alla pratica dello yoga, secondo chi scrive, è quella che fa riferire le sette regioni alla purificazione dei sette chakra ovvero alla tradizione ayurvedica, oggi ben conosciuta. Secondo questa visione  alcune impurità e alcuni blocchi non permettono all'energia di scorrere dal primo centro energetico del corpo, alla base della spina dorsale, fino al settimo centro energetico alla sommità della testa e al ricongiungimento con l'energia che tutto pervade. Questo significato sembra anche rafforzato dal punto in cui Patanjali introduce l'argomento, subito prima di elencare i passi dello yoga, di cui il primo elemento del secondo passo sarà appunto la purificazione. Rimandiamo questa tematica alla sterminata letteratura sull'argomento, qui sarà sufficiente constatare che per Patanjali le pratiche dello yoga, gli otto passi descritti nel prossimo sutra, permettono la liberazione dei centri energetici e l'illuminazione spirituale, in linea con tutta la tradizione dell'Hata Yoga e del risveglio di Kundalini.

Solitamente questi primi 28 sutra vengono letti in modo precipitoso, perchè subito dopo sappiamo esserci l'elenco dei passi dello yoga ovvero l'enunciazione dell'Ashtanga Yoga, ma, se ci soffermiamo un attimo, possiamo capire quanta saggezza ci sia in questa prima parte.

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