Bhakti yoga, il cammino emozionale

gennaio 15, 2020



di Enrico Casagrande



Il termine bhakti deriva dalla radice sanscrita bhaj (partecipare) e viene tradotto con "devozione" o "amore" verso qualcosa di non delimitabile in un essere immediatamente percepibile e pertanto un amore incondizionato di natura spirituale.
Più precisamente si tratta di un’espressione di bhavana, ovverosia quella condizione per mezzo della quale il cuore (le emozioni) del devoto si predispone ad una relazione di tipo squisitamente mistico con la coscienza cosmica. Una nuova filosofia spirituale che viene introdotta con la Bhagavad Gita annuncia la possibilità concessa alla natura umana di esperimentare il divino in una dimensione pre-rappresentativa attraverso un’esperienza di tipo emozionale, tale approccio è, per l’appunto, quello del bhakti yoga.
Il presente articolo si propone di fornire al lettore un inquadramento metodologico e storico per cogliere il nascere e le ragioni del diffondersi dello yoga devozionale attraverso i secoli fino a riuscire a trovare spazio anche nell’Occidente del XX secolo.

La letteratura bhakti

Sul finire del periodo vedico, le Upanisad presentano un uomo che porta alle estreme conseguenze la ritualistica sinora elaborata ed operata per interiorizzarne le sue componenti in un articolato processo cognitivo che lo porta ad isolarsi dal mondo, recidendone i legami per non esserne in alcun modo condizionato nel suo lavoro di natura intellettuale. Appare nella storia dell’uomo la prima figura di rinunciante, il samnyasin (confronta: R. Calasso, L’ardore, 278, 2010). Il rinunciante si immerge nella foresta consapevole del fatto che non tornerà nel consorzio umano e sarà interamente assorbito da tapas, l’ardore sacrificale, l'intensità della pratica, che si reperisce anche nei niyama, regole etiche di condotta, di Patanjali (Patanjali, Yogasutra, 2:1). Tapas richiede una severa disciplina interiore fatta di rinunce e patimenti al fine di bruciare tutti i desideri mondani ostacoli al cammino verso la realizzazione spirituale. Nelle Upanisad il rapporto peculiare di bhakti ha una duplice manifestazione: se da una parte il singolo si pone in relazione con la dimensione impersonale dell’essere, dall’altra viene anche presentato l’amore verso la manifestazione personale di un dio. Nella Brhadaranyaka si esprime il concetto che forse chiarisce maggiormente sia la teoresi che la pratica intorno a bhakti: l’amore, in ogni sua manifestazione, è nella sua essenza l’amore verso l’Essere supremo e tale sentimento può essere espresso tramite il tamburo al quale è rivolto tutto l’apparato affettivo del devoto che in tal modo non sarà distratto dalle infinite manifestazioni della vita terrena (E. Zolla, Le tre vie, 62, 95).

Il rinunciante ed il bhakta

Quella del samnyasin è sostanzialmente una tecnica che le scritture riportano come efficace per i fini appena indicati e viene progressivamente adottata, in modalità non sempre uniformi, nelle scuole che si moltiplicheranno a partire dal mondo vedico, ciò accade anche nello yoga della bhakti. Il ritualista traspone la pratica dal mondo esteriore a quello interiore, in quest’ultimo caso, in quello più strettamente affettivo dove la rinuncia non porta necessariamente alla vita nella foresta, quanto piuttosto ad un impegno incondizionato ad accostarsi all’assoluto amore con una disposizione d’animo che rende l’individuo dimentico degli impegni, delle seduzioni ma anche degli affanni della quotidianità. Il bhakta, sostenuto dalla via del sentimento non si lascia irretire dai piaceri della configurazione ordinaria dell’esistenza umana, ha trovato una soluzione di natura metafisica alla vita stessa e, in una prospettiva in apparenza paradossale, gioisce in vita della vita stessa avendone colto la sua impermanenza. Al di sotto di questa fluisce la natura divina che, secondo la filosofia che il praticante segue, tutto permea e tutto muta in un processo evolutivo che condurrà lo yogi ad assorbire la propria coscienza così tanto nel divino da far sì che al momento del suo spegnimento potrà affrancarsi dal temuto ciclo delle rinascite.

Bhaktiyoga

Un’analisi precisa della forma del bhakti mostra come lo yoga ad essa connesso sia distinto in due momenti: il primo comporta la rinuncia al frutto delle azioni in un processo psicologico che porta alla progressiva disidentificazione con la propria identità ordinaria; il secondo consiste nel prendere dimora in Krishna con l’ardente devozione che muta gli estenuanti sacrifici di tapas nelle più accessibili rinunce di bhakti. L’intero universo è contenuto nell’occhio interiore del fedele che, vedendo solamente la persona di Krishna, associa spontaneamente a questo l’universo stesso. Questa visione comporta uno stato fisiologico ed affettivo inusuale dove si descrivono il drizzarsi dei capelli (hrstaroman) ed una gioia sfrenata (cfr: E. Zolla, Le tre vie, 64, 95). La liberazione agognata dallo yogi è, in tale prospettiva, l’esperienza estatica del dio. A tal proposito va messo in evidenza come la condizione estatica possa essere osservata con lo sguardo delle scienze naturali senza l’intervento della narrazione metafisica. La capacità di fare esperienza estatica è connaturata agli esseri umani e si evince dal fatto che la coscienza ordinaria non si presenta come rigidamente strutturata. Il sonno è la prima e più evidente prova empirica di quanto qui asserito ma esiste anche l’estasi o trance che permette alla coscienza di modificarsi per passare ad una condizione dove il vissuto corporeo, le categorie dello spazio e del tempo, sono percepiti come radicalmente differenti dalla condizione ordinaria di veglia. Nelle culture tradizionali la ricerca dell’estasi avveniva ed avviene mercé il consumo di sostanze psicotrope capaci di alterare il sistema nervoso centrale e di conseguenza i sensi della persona. La musica e le danze coadiuvate dai suoni ritmati prodotti dai tamburi possono produrre analoghi e più salubri effetti dato che in tali casi concorrono stimoli esterni ed alterazioni fisiologiche ad essi connessi. Si segnala, a tal proposito, la ricerca di D. Zappatore, Dhikr: psico-fisiologia dell'estasi nel misticismo sufi. Nel testo viene evidenziata l’ipotesi della produzione di endorfine che verrebbe attivata da stimolazioni acustiche e visive; una volta sintetizzate, queste sostanze trasmettono l’impulso nervoso e hanno la capacità di attivare o inibire i siti recettoriali presenti nelle cellule adiacenti, influendo sulle funzioni muscolari e sui parametri fisiologici.

Diffusione di bhakti

Tra il VI ed il X secolo il sud dell’India viene percorso da cantori di Krishna, avatar supremo di Vishnu, che in condizione estatica attraggono l’attenzione delle genti con la loro incessante ripetizione di preghiere devozionali e mantra accompagnati dal tamburo mridanga il cui ritmo, come visto, favorisce la condizione fisiologica dell’estasi. Nel Bengala si diffonde senza posa la pratica devozionale visnuita che pone il Signore come riferimento di ogni manifestazione cosmica e nel gioco (lila) della beatitudine, Radha si confonde e smarrisce in Krishna. Tra il X ed il XV secolo elementi tantra e jnana si intersecano con la devozione che nel XVI secolo riprende la sua autonoma forza originaria attraverso l’opera del bardo Chaitanya che riporta al centro il culto di Visnu attraverso pratiche processionali di cantori in estasi al ripetere incessante del maha mantra. "Hare kṛṣṇa hare kṛṣṇa kṛṣṇa kṛṣṇa hare hare hare rama hare rama rama rama hare hare" è il grande mantra di origine upanisadica portato in seguito in Occidente dall'insegnamento di Bhakti-Vedānta Svāmī Prabhupāda   La cultura bhakti si mantiene presente sino all’epoca contemporanea attraverso il mistico bengalese Ramakrishna (1834 – 1886) ed il suo discepolo più famoso Swami Vivekananda (1863 – 1902); essi prediligono sentieri dove la devozione a Krishna non primeggia - il primo percorrerà ogni strada religiosa preferendo la devozione a Kali mentre il secondo sarà soprattutto un karma yogi – ma entrambi riconoscono nella bhakti tradizionale una via di assoluto rilievo per la conoscenza del dio. Siamo nel 1965 quando un uomo proveniente da Calcutta di sessantanove anni approda a New York per fondare una missione e per promulgare gli insegnamenti di Chaitanya centrati sul maha mantra, l’uomo è Bhaktivedanta Swami Prabhupada, al secolo Abhay Charan De (1896-1977). Prabhupada fonda l’ISKCON, l’International Society for Krishna Consciousness, che, tra alterne fortune, sopravvive sia in India che in Occidente sino ai giorni nostri.

Conclusioni

Lo yoga devozionale trova le proprie radici nell’India delle Upanisad e la sua presenza si mantiene pressoché continua soprattutto nel sud del subcontinente sino ai giorni nostri. Può sembrare facile accostare la modalità della bhakti alla devozione cristiana. Nel XIX secolo questa tesi fu per breve tempo azzardata, ma non ebbe in alcun modo seguito (E. Zolla, Le tre vie, 62, Milano, 1995). Tale via è dichiaratamente emozionale e l’emozione ne è consapevolmente lo strumento privilegiato. Spostandoci dall'ambito storico-religioso a quello psicologico, possiamo notare come l’uomo per struttura psico-affettiva mantenga nel corso di tutta la vita quel sentire che proviene dai suoi primi anni, un sentire che richiama direttamente le prime figure di riferimento ossia la madre ed il padre. Ad esse, o a chi le avrà adeguatamente sostituite, si rivolgerà nelle fasi più delicate dell’esistenza. Esse si incarneranno nella dimensione affettiva prelogica, la dimensione dell’indifferenziato che è pure quella dell’irrazionale e del sacro al quale la ragione sfugge ma gli aneliti più profondi della natura umana tendono. Bhakti può essere vista in questa chiave, come una modalità di tale tensione.




Riferimenti
R. Calasso, L’ardore, Adelphi, Milano, 2010
P. Goldberg, American Veda, Harmony Books, 2010, New York
Patanjali, Yogasutra, Mimesis, 2010
D. Zappatore, Dhikr: psico-fisiologia dell’estasi nel misticismo sufi, Academia.edu
E. Zolla, Le tre vie, Adelphi, Milano, 1995

Potrebbe anche piacerti:

0 commenti

Yoga Magazine Italia 2017 © - Tutti i Diritti Riservati