L'attualità del Rig Veda, un caso eclatante

luglio 21, 2020



di Kenan Digrazia 

L’inno 164 contenuto nel primo libro del Ṛg Veda Saṃhitā è stato redatto circa tremila anni fa. Ciò che stupisce profondamente, anche valutando i dubbi che necessariamente sorgono dalla traduzione di un testo così antico, è il fatto che in esso sono contenuti dei temi paragonabili con il pensiero filosofico occidentale, con Kant ad esempio. Un altro aspetto sorprendente è la comprensione e l’esposizione dei fenomeni celesti e astronomici. Infine, in esso si parla della Trinità, della Parola come principio mediatore e di tutta una serie di intuizioni teologiche che risuonano particolarmente familiari a chi abbia consuetudine con la tradizione religiosa cristiana.

Non si può non rimanere intensamente colpiti da un'approfondita lettura dell'inno numero 164 del primo libro (o maṇḍala) del Ṛg Veda Saṃhitā. La raccolta degli “inni della conoscenza”, composti e tramandati oralmente durante i cinquecento anni antecedenti al 1000 a.C., probabile data della sua stesura in forma scritta, comprende 1028 componimenti in dieci libri che si situano alla base dell'intera rivelazione vedica, vero principio primo della tradizione indiana e pozzo inesauribile per devoti, appassionati, studiosi e sacerdoti, antichi e moderni. Per rendersene conto, basti solo notare come praticamente ogni sūtra dei successivi autori dell'induismo citi, anche implicitamente, una qualche brano famoso dei Veda, che sono radice ed energia per tutta la Tradizione, espressione del Dharma, nonché dei sei darśana tradizionali, coi dovuti distinguo (tat tu samanvayāt, questo, invero, [è] conforme all'armonia [delle Scritture], Vedānta Sūtra I.1.4).
Molti inni del Ṛg Veda svettano per la loro profondità metafisica, alcuni sono delle bellissime ed accorate preghiere di uomini alle prese con problemi molto attuali; altri ancora sono capolavori poetici insuperati in tutto il panorama delle lingue indoeuropee. Ma l'inno cui si è fatto prima riferimento, è, secondo chi scrive, uno dei pochi a riunire in sé tutti e tre gli aspetti citati contemporaneamente. La sua ispirazione è tale che ogni lettore sincero può esserne nuovo autore e, per questa ragione, è il racconto di un'esperienza che in qulche modo costituisce un patrimonio dell'umanità nella sua interezza.
In passato, ebbi l'opportunità di leggerne solamente poche strofe, sparse qua e là in alcune opere (V. Papesso, R. Panikkar), ma che mi calamitarono immediatamente. Con mio forte disappunto, scoprii ben presto che in italiano non era mai stato tradotto integralmente, se si eccettua il recente lavoro di Tommaso Iorco (“ṚGVEDA”, La Calama Editrice), ma di cui non posso dire alcunché, non avendolo mai letto. Così, approfittando della forzata pausa di riflessione impostaci dal blocco totale delle attività a causa del coronavirus, ho deciso di lanciarmi nella laboriosa ma gratificante impresa di fornire una traduzione moderna, aggiornata e completa di questo componimento, corredata da un ampio commento (circa 40 pagine) nel quale fare emergere comunque solo una modesta parte delle riflessioni che esso è in grado di suscitare. La conoscenza, si sa, è come uno specchio, rivela la nostra profondità e cosa in noi può e deve avanzare. Allo stesso modo, questo lavoro è pur sempre parziale e migliorabile, pertanto, mi scuso per eventuali errori che occhi più allenati dei miei potranno evidenziare.
Ma veniamo all'inno in questione, cominciando, naturalmente, dal suo autore: Dirghatamas, veggente cieco vissuto cento anni, amante di detti e di indovinelli filosofici arditi, considerati, forse a torto, “oscuri”. Furono croce e delizia di intere generazioni di orientalisti, a cominciare da Max Müller. Essi invogliano il lettore a mantenersi vigile, a non appiattirsi in una lettura scontata e ripetitiva del testo, permettendo l'apertura ad una pluralità prospettica di interpretazioni che garantisce vero avanzamento nella realizzazione dell'unità del reale. Unità che per il popolo vedico non si costruiva prendendo una caratteristica particolare della Natura per ergerla a schema universale, come sovente è accaduto ed accade nei sistemi filosofici occidentali. L'unità è per gli indiani yukta, aggiogare, “legare assieme” (da cui deriva anche il vocabolo yoga) le varie visioni e prospettive dei singoli in un armonico puzzle universale che non vuole pretendere di spiegare tutto, ma semplicemente indicare la Via che ciascuno può seguire verso il Tutto. Allo stesso modo, ho aderito ad un approccio simile nel mio commento, non volendo uccidere lo spirito del testo con un'erudizione fine a se stessa, ma presentando una pluralità di interpretazioni per ogni strofa. Spesso, ho fatto emergere comparazioni con il cristianesimo, altre volte, ho evidenziato quei passaggi, antecedenti persino al Brahman delle Upaniṣad, che confermano una tradizione monoteista, come, ad esempio, la strofa numero 46:

Lo chiamano Indra, Mitra, Varuṇa,
Agni o il celeste Uccello solare Garutmat.
I veggenti chiamano in molti modi quell'Uno,
parlando di Agni, Yama e Mātariśvan.

Sorprendenti sono anche quei versi che si ritrovano citati, molti anni dopo, in opere come la Śvetāśvatara Upaniṣad (IV, 6-7) e, persino, la Bhagavadgītā (XIII, 21-24). È il caso dell'affascinante metafora dei due uccellini sull'albero (strofe 20-22), simbolo del sé individuale e dell'ātman nella persona, di grande importanza nel bhakti yoga:

Due uccelli dalle belle ali, compagni inseparabili, hanno trovato riparo su un ramo dello stesso albero.
Uno dei due mangia il dolce frutto; l'altro, senza mangiare, guarda attentamente.
Là, dove quei graziosi uccellini cantano inni senza posa, ricevendo la loro porzione di vita immortale in sacro sodalizio,
là c'è il potente Pastore dell'Universo: Egli, il Sapiente, ha preso dimora in me, che sono un semplice.


Altri aspetti molto utili anche ai praticanti della via dello Yoga tradizionale sono quelli sulla Parola come suono mistico universale, nonché la prima citazione della storia sull'Oṁ (strofa 6):

Chi non conosce l'eterna sillaba dei Veda,
la vetta più alta su cui tutti gli dèi riposano,
che cosa può avere egli a che fare con i Veda?
Solo coloro che la conoscono siedono qui, in pace e concordia.

Possiamo evidenziare i parallelismi con Giovanni 1 (“per mezzo di Lei ogni cosa fu fatta”) nella teologia cristiana sul Lógos (strofa 42):

Da Lei [la Parola] scorrono le acque dei mari, per mezzo di Lei, le quattro regioni esistono;
da Lei fluisce la sillaba imperitura, per mezzo di Lei ogni cosa vive.

Ma il culmine della riflessione esistenziale dell'uomo, che possiamo mettere in relazione con le domande base delle Critiche di Kant, lo troviamo alle strofe 34 e 35, vero esempio di mirabile concisione e di semplicità nel rispondere ai quesiti, posti con il linguaggio dell'uomo del tempo, sull'origine e sul destino del cosmo. Non aggiungo null'altro alle parole di Dirghatamas:

Ti interrogo sul limite estremo della terra; dov'è, domando, il centro del Mondo?
Ti interrogo sul seme prolifico dello stallone [la vita]; ti interrogo sul cielo più alto dove dimora la Parola.
L'altare è il limite estremo della terra; questo Sacrificio è l'ombelico dell'Universo;
il Soma è il seme prolifico dello stallone; la preghiera è lo stato più puro del Creatore ove dimora la Parola.

L'inno rappresenta un'originale sintesi della visione vedica di cosmo, uomo e Dio. Si può dire che, attraverso lo studio di quest'opera, possiamo toccare o attraversare la quasi totalità degli aspetti dell'antica religione indiana, nonché buona parte di quelli dell'induismo moderno. Semplicemente, l'obbiettivo del mio lavoro è stato quello di trasmettere quel che quest'inno può comunicare all'uomo moderno, mostrando la bellezza di Dio attraverso gli occhi spirituali di una grande civiltà.

Alcune note conclusive. Ho operato la traduzione dal testo sanscrito originale, appoggiandomi, per i passaggi più oscuri, al bel lavoro in inglese di Ralph T. H. Griffith (1896), poiché, tra i tanti orientalisti, è colui che ha mantenuto, nella sua versione dei Veda, più invariata la struttura logica del periodo del sanscrito vedico.  Ho ricercato la via di mezzo, desideroso di non far perdere al lettore la prospettiva religiosa rispetto a tutte le altre possibili, accompagnandolo con una lingua scorrevole e versi liberi in quartine.
In ogni caso, desidero vivamente che possiate seguirmi in un'avventurosa esperienza alla scoperta della spiritualità  attraverso un prezioso documento.

Chi volesse leggere lo scritto dell'autore, può richiederne la versione pdf per i lettori per e-mail all'indirizzo: kenandigrazia@gmail.com
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