Sanscrito, Lez.2 - prime due consonanti

marzo 13, 2020



Ci sono due consonanti che storicamente nell'alfabeto sanscrito vengono scritte insieme alle vocali, sono importanti perchè molto utilizzate, tanto da avere un loro nome. Esse sono l'anusvara, suono M, traslitterato ṃ e il cosiddetto visarga, corrispondente ad una aspirazione e quindi traslitterato con il simbolo ḥ . I segni corrispondenti sono annoverati insieme alle vocali e l'anusvara è scritto nell'alfabeto come un punto sopra la A ed il visarga è scritto come due punti a seguire una A, ma vediamoli:

अं 
aṃ

L'anusvara sopra una A si pronuncia quindi AM e si traslittera aṃ
Esistono numerose consonanti nasali varianti dei suoni M o N, ma l'anusvara è elencato tra le vocali perchè è una M che segue sempre una vocale (come vedremo, non scrivendosi la a breve, quando il punto è sopra una consonante la nasalizzazione segue comunque una A, ad esempio कं, kaṃ).

Esiste una forma più rara che si può trovare scritta con una mezza luna al di sotto del punto. Questa seconda forma non è riportata nell'alfabeto "ufficiale", ma ci offre lo spunto per una digressione importante per lo yoga. Essa è:
अँ
aṃ

Questo secondo segno si chiama anunasika, suono attraverso il naso, o chandrabindu, la luna e il punto, e come suono corrisponde sempre a una nasalizzazione, come l'anusvara, ma leggermente differente. Per i nostri scopi, leggere e scrivere il sanscrito, le differenze non sono significative.
Ma veniamo al dunque. Il suono OM scritto anche AUM, ha un suo proprio simbolo, anch'esso non viene riportato nell'alfabeto, ma, ad esempio, apre tutti i mantra e i canti dei Veda. Conoscerete sicuramente questo segno, divenuto il simbolo dell'Induismo e spesso anche dello yoga stesso. Il simbolo in questione è

oṃ oppure auṃ

Se avete presente le vocali (avete studiato la lezione passata, no? :-), questo simbolo sembra proprio una ऊ ū, ma scritta senza la barra sopra, quindi unita a una अ a, e con l'aggiunta della variante dell'anusvara che abbiamo visto, da cui aum. Un'altra teoria lo fa discendere da una modifica del segno per il dittongo औ au, sempre unito al chandrabindu. Ma poco cambia.

Affascinante non credete? Quando disegnamo il segno Om stiamo in realtà scrivendo le lettere che lo compongono.

La seconda consonante che si annovera insieme alle vocali dell'alfabeto sanscrito è l'aspirazione H, chiamata visarga. Quando scriveremo l'alfabeto, come ultima vocale troveremo:

अः
aḥ

Che si legge come una A aspirata, alla toscana, AH.
Sul fatto che il visarga sia una consonante si potrebbe obiettare e, come vedremo, esiste anche un'altro simbolo che rappresenta un'aspirazione H ed è elencato insieme alle consonanti propriamente dette. Il visarga è però sempre alla fine delle parole e dopo una vocale.

Alcuni indianisti dicono che l'anusvara debba essere letto o pronunciato come una eco aspirata dell'ultima vocale, quindi A-AH se segue una A oppure E-EH se segue una E, etc. La realtà è che la situazione è variegata e dipende anche dai dialetti locali e dai singoli termini. Basti qui dire che alle volte si legge come un'aspirazione dell'utima vocale, AH, altre volte, più di sovente, come una eco aspirata dell'ultima vocale, A-AH.

Come si menzionano i nomi sanscriti nelle altre lingue


Veniamo quindi ad una questione, non di vitale importanza, ma che riguarda da vicino lo yoga e ci offre l'opportunità di chiarire anche altri aspetti.
Samasthiti è una posizione yoga equivalente alla posizione della montagna. Dai grandi maestri indiani che conoscono bene il sanscrito la sentiamo pronunciare sia "samastìti" oppure "samastìtih" ma anche "samastiti-hì" (perdonate la rozza notazione di pronuncia con l'accento). Ho sentito insegnanti accapigliarsi su quale forma fosse giusta. La verità è che sono corrette tutte e tre, vediamo il perchè.
La prima forma, traslitterata correttamente è samasthiti (pronunciato samastìti, perchè tutte le vocali sono brevi e quindi l'accento cade sulla penultima vocale), ed è la radice della parola. Gli inglesi, ma un po' tutti gli studiosi, quando riportano le parole sanscrite utilizzano il tema della parola, per semplificare, diremo la radice della parola. Questo è poco intuitivo, in greco antico o latino non facciamo questo, usiamo il nominativo singolare, sarebbe come dire o scrivere templ per significare il templum, però è corretto. Questo metodo è sicuramente arbitrario e teniamo a mente che si utilizza un termine che nella lingua originaria non esiste. Arbitrario, corretto ed anche comune: tutti diciamo e scriviamo yoga, la radice del termine, e non certo yogaḥ, ovvero il nominativo. Spesso però si sovrappone a questa metodologia dell'uso della radice del termine, un altro metodo che prevede l'uso del nominativo, cioè la parola con la sillaba finale di quando è soggetto (vedremo queste cose in seguito). Il nominativo è appunto samastitiḥ (pronunciato "samastiti-hì" se pronunciamo l'anusvara come una eco aspirata dell'ultima vocale oppure "samastìtih", aspirando semplicemente l'ultima lettera).
Usiamo però quasi sempre il nominativo, ad esempio, quando contiamo: ekam, dve, etc. oppure per i nommi delle āsana (pronunciato "àasana", perchè la a lunga attira l'accento sulla terzultima sillaba). La verità è che coesistono in modo più o meno casuale i due metodi: usare il nominativo o il tema della parola. I praticanti di yoga sono ad esempio gli yogin se utilizziamo il tema dell'aggettivo, colui o coloro che praticano yoga. Il nominativo singolare maschile è tuttavia yogi, forse il termine più utilizzato, il nominativo plurale è yoginah, che nessuno utilizza.
Un'altra notazione. La pronuncia in italiano è "yoghin" o "ioghin", con la g dura, non "iogi". Dovremmo quindi anche pronunciare "yoghico". Ma non anticipiamo la pronuncia delle consonanti, le rimanenti 33 consonanti sono infatti il tema della prossima lezione.






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