Il malinteso di -sthira sukham asanam- Le posizioni non sono stabili e comode.

marzo 08, 2019




Il sutra di Patanjali forse più noto e citato durante le classi di yoga è il 46° del secondo libro. Sentiamo quindi appellarsi all'autorità del grande autore per affermare "le asana devono essere stabili e comode!", "se acceleri il respiro e i battiti cardiaci non va bene", "se hai i muscoli in tensione non è yoga!". Ma allora le raffigurazioni antiche dei santi uomini in mayurasana [posizione in equilibrio sulle mani con il corpo orizzontale teso, appogigato ai gomiti. NdR] o in karandavasana [verticale sugli avambracci e le gambe incrociate nel loto. NdR] come  le spieghiamo? Anche immaginando che si riescano, ad un certo punto, ad eseguire senza tensione muscolare, per arrivare a quel punto saranno serviti anni di tentativi, nei quali  era presente uno sforzo considerevole! Per fare chiarezza a riguardo vogliamo tornare sulla traduzione dei tre sutra dedicati alle asana nella grande opera di Patanjali.

A qualcuno la traduzione proposta sembrerà inconsueta, ma chiediamo al lettore di arrivare alla fine dell'articolo prima di esprimere un giudizio, e saremo inoltre grati di creare un proficuo scambio di idee nei commenti.


स्थिरसुखमासनम् ॥४६॥
YSII:46. sthira-sukham-āsanam
 Le asana, o posizioni, sono eseguite con forza e gioia.


प्रयत्नशैथिल्यानन्तसमापत्तिभ्याम् ॥४७॥
YSII:47. prayatna-śaithilya-ananta-samāpatti-bhyām
Diminuisce progressivamente la volontà e si entra in uno stato di profonda contemplazione.


ततो द्वङ्द्वानभिघातः ॥४८॥
YSII:48. tato dvaṅdva-an-abhighātaḥ
Così cessa la sofferenza causata dalle coppie di opposti.


Che qualcosa non sia al posto giusto nella traduzione "Le asana sono stabili e comode", è facilmente intuibile in relazione alla definizione di yoga che proprio Patanjali fornisce all'inizio di questo stesso secondo libro:

"Lo yoga è azione e si compone di pratica intensa, studio di sé ed abbandono". 

"Pratica intensa" e disciplina, tapah, ovvero il calore che purifica, l'energia che risale verso l'alto, nel corpo, attraverso i canali energetici. A pensarci bene, questo concetto stride con quello di stabilità e comodità. Questo semplicemente perchè la traduzione "le asana sono stabili e comode" segue una linea di pensiero molto di parte. E' infatti una forzatura. In tutta l’opera di Patanjali sukha ha invariabilmente il significato di gioia o felicità. Le asana generano felicità quando eseguite con la giusta intensità, è infatti qui che inizia il ricongiungimento tra lo spirito individuale e lo spirito universale. La giusta intensità permette lo scorrere dell’energia dai primi chakra fino l’ultimo, e quando ciò avviene si realizza il samadhi, il ricongiungimento.
Allo stesso modo il primo significato di sthira è in realtà forza, la forza che dona l'intensità.

Sappiamo dalla precedente esposizione del concetto di tapah, che la pratica deve essere intensa, a completamento del quadro d’insieme, si aggiunge ora che le asana devono mirare a diventare solide, forti e la loro esecuzione deve generare felicità nel cuore, armonia tra i vari corpi: fisico, energetico, spirituale, etc. Dalla forza nasce la solidità nell’esecuzione, dalla solidità la leggerezza e la gioia dell’animo.
Se un’asana viene eseguita senza controllo e intensità nel corpo, ovvero nei corpi, senza apprezzare la forza vitale che scorre al nostro interno, perde il suo valore energetico. Savasana è l’unica posizione in cui si lascia completamente andare il controllo e l’intensità e non a caso si chiama posizione del cadavere, ovvero richiama l'immagine in cui il corpo fisico è privo di energia, in questa posizione infatti l’energia è trasferita completamente al solo corpo spirituale, o almeno questo dovrebbe essere l'obiettivo. 
Di contro non bisogna immaginare che Patanjali sia un ginnasta, intensità e forza sono concetti relativi a ciascun individuo e probabilmente anche a ciascun momento della pratica. La grazia del corpo permette di raggiungere la grazia della mente con cui iniziare a intravedere la grazia dello spirito. Passo dopo passo sempre più in profondità dentro noi stessi, sempre più verso l'alto, verso percezioni sottili ed elevate. Le asana non devono indurre sofferenza al corpo, ma devono permettere di percepire tutto il corpo fisico, ogni nadi che l’attraversa, con l’energia che scorre al suo interno. Per un praticante di lunga data, nel pieno delle sue forze, questo può voler dire effettuare delle posizioni che alle altre persone sembrano acrobatiche o impossibili. Come dicevamo, Patanjali non cita nessuna posizione in particolare e questo è in linea con la sua opera, che è un manuale per maestri di yoga, i quali conoscono bene le posizioni, non  è un prontuario per praticanti. Oltre gli yoga sutra di Patanjali e la Bhagavad Gita, un’altra opera fondamentale per lo yoga è l’Hata Yoga Pradipika, opera più tarda, del tantrismo kashmiro, che ben conosce le altre due citate. Bene, questa opera riporta solamente 15 posizioni, la maggior parte delle quali impossibili se non si possiede un’esperienza pluriennale di pratica intensa: kukkutasana, uttana kurmasana, dhanurasana, mayurasana, padmasana, etc. La maggior parte delle asana non sono posizioni per il curioso appena arrivato che si vuole sgranchire la schiena, ai più sembrerebbero impossibili.

[aggiornamento del 10/3/2019] In realtà la nostra interpretazione è tutt'altro che minoritaria, soprattutto per le scuole indiane. Il maestro Iyengar, in quello che è forse il più noto commentario ai sutra in Occidente, afferma circa "sthira sukham asanam" :

"Alcuni hanno ritenuto che questo sutra volesse significare che qualsiasi posizione confortevole vada bene, ma se così fosse, avrmmo boghasana, asana per il piacere, e non yogasana. Fin dal primo sutra Patanjali esige il più alto grado di attenzione per la perfezione. Tale disciplina e tale attenzione devono essere applicate alla pratica di ogni asana, per penetrare fin dalle più remote profondità del corpo. Se gli asana non sono eseguiti in questo modo diventano stagnanti e il praticante diviene un uomo malato (rogi) anzichè uno yogi.
(...) Ciascuna asana ha cinque funzioni da adempiere: volitiva, conoscitiva, mentale, intellettuale e spirituale. L'azione volitiva è lo sforzo degli organi di azione. L'azione conoscitiva è la percezione dei risultati dell'azione. Quando le due sono fuse insieme, la facoltà discriminante della mente agisce per guidare gli organi di azione e di percezione a eseguire gli asana correttamente; si fa esperienza del flusso ritmico dell'energia e della consapevolezza uniformemente e senza interruzioni, in maniera centripeta e centrifuga attraverso i canali del corpo. Nelle cellule e nella mente si percepisce uno stato di gioia pura. Il corpo, la mente e l'anima, sono tutt'uno. Questa è la manifestazione di dharana (la concentrazione) e dhyana (la meditazione) nella pratica di un'asana.
La spiegazione di Patanjali di dharana e dhyana nei sutra III.1-2 descrive perfettamente la corretta esecuzione di un'asana." (BKS Iyengar, Commento agli yoga sutra di Patanjali, 2010, Edizioni Mediterranee)
Chi parla dell'Hata Yoga o dello yoga moderno come yoga posturale (già il nome ci fa rabbrividire), o di yoga delle sole asana, non ha chiaro questo passaggio, e molti altri in verità.
[Fine aggiornamento]

Patanjali afferma inoltre, nel sutra successivo, che l’intensità e la gioia nell’esecuzione si realizzano riducendo progressivamente lo sforzo verso uno scopo,  prayatna, quindi presumibilmente, precedentemente l'intensità richiesta era dovuta in parte ad uno sforzo, considerevole inizialmente, e ad uno scopo, che però si deve mirare ad abbandonare e a trascendere. Sukha è la forza che fa nascere la solidità.
Lo yoga si caratterizza per essere un percorso che permettere di giungere all'illuminazione, attraverso il proprio corpo e la realtà fenomenica. Se il corpo non viene attivato, se l'energia che ne è all'interno non viene stimolata con una pratica forte, costante ed intensa, siamo in un altro campo da gioco.
Cercando una sintesi potremmo dire che la pratica deve andare verso l'intensità nella solidità. Secondo questo precetto si avrà un'evoluzione naturale verso posizioni che portano il corpo ad una maggiore intensità qualora si raggiunga una mancanza di intensità nelle stesse, ma mirando sempre ad una stabile e forte esecuzione. E' così che si risveglia l'energia. E' anche chiaro che in questa ottica, non esistono due persone che eseguiranno la stessa posizione allo stesso modo e che solamente noi stessi possiamo capire la giusta intensità per noi.

Ma quando si è originata questa mistificazione secondo cui lo yoga è un'attività che non richiede nessuno sforzo fisico, una routine stabile e comoda? A metà Novecento lo yoga arriva in America e come tutto ciò che giunge negli Stati Uniti, inizia ad essere venduto. Nasce così un prodotto. L'identificazione del cliente tipo è la fase successiva. Si scopre quindi che esiste tutto un segmento di pubblico all'epoca ancora completamente da esplorare, ricco e ricettivo, e una parte cospicua dello yoga diventa un'attività ginnica occasionale per signore non giovanissime. Si corre quindi a eliminare qualsiasi concetto di sforzo fisico, qualsiasi immagine di sudore o figuriamoci, di intensità di esecuzione. Non sia mai che vengano poi richieste disciplina o impegno. Questa immagine è ancora portata avanti da tante riviste e centri ai giorni nostri. Spesso per vendere un prodotto ad uno specifico target.

Al contrario, se pensiamo ai maestri indiani tradizionalisti che hanno fondato l'Hata Yoga e il Vinyasa moderni, dove sono stabilità e comodità? Ho ancora davanti agli occhi la fotografia della scuola di Krisnamacharya nelle quali lui è in piedi sull'addome di un bambino che esegue raja kapotasana [vedi figura 1]. Questa è evidentemente la giusta intensità in quel momento per quella persona.  Il più famoso libro di asana, Light on Yoga, del maestro Iyengar, riporta 200 asana, delle quali circa il 90% sono catalogabili come estremamente intense anche per un praticante con esperienza decennale. Vogliamo parlare delle posizioni della prima serie, quella per i principianti, dell'Ashtanga yoga del maestro Jois? un'ora e mezza di sudore, calore e disciplina, almeno per diversi anni e quando finisce l'intensità, si passa alla serie successiva. Infine, anche il Kundalini Yoga del maestro Yogi Bhajan, esce ampiamente dalla zona di confort, comodità e rilassatezza durante l'esecuzione di molte sequenze o posizioni. Appare insomma evidente che ciò che si voleva vendere non è ciò che veniva inteso come yoga in una grande fetta della tradizione indiana.


 figura 1. la scuola del maestro krishnamacharya


Un'altra scuola di yoga propone la traduzione "nelle asana forza e flessibilità son in equilibrio". E' un'interpretazione molto moderna e personalmente mi piace di più di "stabili e comode", ma è un po' forzata se vediamo il significato parola per parola, da gioia a flessibilità il passaggio logico mi sembra un po' distante.

Infine, come detto nel sutra 47, l’intensità e la gioia nell’esecuzione si realizzano poi unendosi con ciò che non ha confini, entrando in uno stato di profonda contemplazione, samapatti, cioè quando si raggiunge uno stato di quiete meditativa durante la pratica delle asana. Anzi, una pratica perfetta si compie eseguendo le asana in uno stato di contemplazione meditativa. Il concetto è molto bello. Come realizzare questo aspetto è chiaramente del tutto soggettivo, per alcuni si verificherà con una danza del corpo e del respiro, per altri con un’intensa immobilità nell'equilibrio e nella flessibilità, per altri anche solo sedendosi a gambe incrociate, in una delle molte e intense asana di questo tipo, non esiste una ricetta valida per tutti, ognuno dovrà trovare le sue posizioni e la sua pratica. La pratica fisica influenza la mente e lo spirito e a sua volta è da loro influenzata. L'abbandono e la quiete meditativa non si possono forzare, potrò ricercarle, facendo una serie di operazioni che so' portarmi in quella direzione, ma il viaggio è sempre unico, irripetibile e mai scontato. Credo che questo sia uno dei motivi per il quale si ama lo yoga. Qualcuno porta come esempio il sonno: non è possibile decidere di addormentarsi, ma liberando la mente, sdraiandosi e spegnendo la luce, con una buona dose di stanchezza, generalmente si riesce, ma spesso, ossessionandoci con il pensiero di dormire, otteniamo l'effetto opposto. Per la pratica è la stessa cosa, lasciamola accadere contemplando l'infinito. La mente è allenata a porre limiti, Patanjali suggerisce il percorso inverso, farla andare verso ciò che non ha limiti.

Infine il terzo e ultimo sutra dedicato alle asana illustra come queste portino alla beatitudine generata dal superamento delle sensazioni e dei sentimenti, alla libertà che solo chi pratica ha sperimentato. Grazie all'intensità delle asana si giunge ad un benessere assoluto oltre gli aspetti fisici o mentali, oltre le coppie di opposti, il caldo e il freddo o il piacevole e spiacevole, oltre i concetti di bene e male, rilasciando ogni sforzo e percependo l'infinito. Il viaggio solitamente inizia dal corpo e pervade la mente e lo spirito, ma la distinzione è fittizia e il percorso soggettivo. Le posture fisiche sono il mezzo per giungere al distacco dalle cose materiali e capire che abbiamo in noi qualcosa di molto grande e molto elevato. Gli Yoga Sutra sono una perla di cui tutti gli yogin devono essere grati.


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4 commenti

  1. Buongiorno, grazie per le chiavi di lettura diverse.
    Condivido che il viaggio sia unico, diverso per ognuno.
    Ma in comune c'è lo sforzo fisico e mentale, senza sudore e fatica non è immaginabile raggiungere scopi profondi nel proprio mondo interiore.
    Forse solo alcuni, fortunati illuminati nascono con tale dono.
    Namastè.

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  2. Non sono molto d'accordo. A mio avviso la traduzione tradizionale è quella giusta, ferma, stabile e confortevole, piacevole. Sembra piuttosto che Patanjali si riferisse agli Asana meditativi quindi posizioni sedute perlopiù o altre in cui possono essere realizzate queste due condizioni.D'altro canto non credo che a Patanjali interessasse trattare dello Hatha Yoga per cui ne desumo che gli unici Asana cui volesse fare riferimento erano quelli meditativi, visto che essenzialmente si parla di meditazione nel suo trattato. Non è vero che si possono realizzare solo in Savasana. Sto seguendo proprio adesso un corso in cui vengono insegnati asana antichi applicando le due caratteristiche indicate da Patanjali. Ed è molto bello e interessante questo modo di vivere l'assenza.

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    1. Grazie per il tuo intervento, sono punti di vista. I termini sanscriti non fanno pensare a questa interpretazione e inoltre non c'è prova che P. si riferisse esclusivamente a posizioni meditative, questa è l'interpretazione che dà Vyasa, della scuola Samkya, nel suo commendo del 500 d.C. ma è la sua interpretazione, presa per buona da molti, ma senza nessuna garanzia di autenticità.

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    2. Senza dimenticare che le asanas sono solo una 16esima parte di quello necessario a raggiungere il samadi e il samiyama secondo Patanjali

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