Shiva Sutra: doni dello yoga, fine del primo libro [SSV1.19-22]

gennaio 25, 2019


 di Marco Sebastiani 

Gli Shiva Sutra, analogamente a quanto fatto da Patanjali più di mille anni in precedenza, illustrano i regali a cui è possibile accedere grazie ad una pratica yoga intensa e costante. Tutti i commentatori indiani moderni si affannano giustamente nel dire che non sono questi doni che devono spingere verso la pratica. Questo tipo di visione trova la sua origine nel profondo dell'animo indiano, nientedimeno che nella Bhagavad Gita, forse il testo più autorevole riguardo un certo tipo di yoga. E' Krisna, avatar di Visnù, a parlare: "Saldo in questa disciplina, fai ciò che è tuo dovere lasciando ogni attaccamento, oh Arjuna, rimanendo fermo sia nel successo che nell’insuccesso: questa equanimità si chiama yoga."  (BG 2.48) Il praticante deve essere immune dalle aspettative riguardo la sua pratica, altrimenti ricade nel meccanismo di fuga nel futuro, creazione di aspettative, attaccamento ai risultati, frustrazione per gli esiti negativi e veloce gioia per quelli positivi, che poi si traduce in nuovo  desiderio, aspettative e nuova frustrazione.
Questo concetto è il medesimo al quale si riferiva Pattabhi Jois quando affermava "Pratica, tutto il resto arriverà". Purtroppo è stato ampiamente frainteso, da chi non conosceva l'orizzonte di cui sopra. Lui non voleva dire che la pratica fosse fine a se stessa o addirittura che la pratica corrispondesse alle sole asana o alla sola pratica fisica,  ma che bisogna prescindere dai risultati, "tutto il resto" (i risultati) "arriverà" ma noi non saremo interessati, ora, ad essi.
Questo stesso concetto è applicabile alle varie fasi della pratica. Non bisognerà essere frustrati se oggi avrò sperimentato una meditazione meno profonda di ieri oppure non mi esalterò se la stessa sia stata particolarmente elevata, ma avrò la consapevolezza che essere lì a meditare giorno dopo giorno, anno dopo anno, farà accadere qualcosa ed io ne sarò spettatore. L'insegnamento è ancora più eclatante, e valido per un certo yoga diffuso oggi in Occidente, se pensiamo alle asana. La riuscita o meno di un'asana oppure l'esecuizione della stessa nella sua versione più facile o più difficile, non ha alcuno scopo, se non la giusta intensità per prepararci a quello che viene dopo, con animo equanime e senza aspettative.

Vediamo dunque come si conclude il primo libro dei Sutra di Shiva, ed a quali elevate condizioni è possibile accedere secondo Vasugupta, grazie alla pratica dello yoga. 


sakti-samdhane sarirot-pattih |1.19|
SSV1.19: dall'unione con l'energia divina Shakti, nasce un nuovo corpo

La pratica dello yoga permette, secondo la scuola tantrica di cui questo testo fa parte, la risalita dell'energia all'interno dei cinque corpi del praticante, quello fisico, quello energetico, quello mentale, quello spirituale, quello della beatitudine, eccetera. Quando l'energia giunge nel sommo chakra, il chakra dai mille petali, sulla sommità della testa, sahasrara, si verifica il samadhi, ovvero l'unione con lo spirito che tutto pervade. Una componente di tale spirito, componente intrinseca di Shiva, è proprio Shakti, l'energia femminile della madre divina. Stiamo schematizzando e un poco semplificando, ma il senso del contesto è questo. E in questo contesto il corpo, o i corpi, assumono una nuova valenza, perchè è proprio attraverso di essi che abbiamo realizzato l'unione con la divinità che pervade l'universo. "Nasce un nuovo corpo", potrebbe anche essere tradotto "acquisire la padronanza degli elementi costitutivi del corpo", ma il significato sarebbe molto vicino.
Scuole tradizionali ben affermate interpretano invece questo sutra nel significato che attraverso l'unione con la Shakti si consegue il potere di creare corpi oppure di entrare in altri corpi. Questa traduzione è analoga a quanto interpretato per i doni raccontati da Patanjali nel terzo libro della sua opera, in particolare il sutra 39 e il sutra 22 [cfr libro III Patanjali ].  Sia la trduzione da noi proposta che le altre tradizioni cui si accennava, sono piuttosto letterali, in quanto un grado di interpretazione si rende necessario proprio per la natura ermetica del testo. A chi scrive l'interpretazione fatta propria sembra quella più vicina alla pratica: progredendo e perseverando, il corpo, la mente, lo spirito, assumono nuove valenze, nuove capacità, come se nascessero a nuova vita. Anche questi doni sono, se vogliamo, soprannaturali, ma vicini ad un senso comprensibile. Creare corpi, possedere corpi altrui, onestamente non lo sono. Questo è il senso delle scelte interpretative proposte.

  
bhutasamdhana-bhutaprthaktva-visva-samghattah  |1.20|
SSV1.20: dal ricongiungimento e dalla raccolta di queste forze esistenti così come dalla loro separazione giunge la consapevolezza dell'unione del tutto.

Nel sutra precedente Vasugupta ha affermato che unendo la propria energia individuale, il proprio spirito individuale con l'energia e lo spirito assoluti, Shakti, si acquisisce nuova consapevolezza dei propri corpi o kosha, materiale, mentale, energetico, spirituale. Sviluppando ulteriormente questa capacità ci si rende capaci di distinguere tutte le energie presenti nei corpi e al di fuori di essi, come ad esempio le energie presenti nel mondo (sole, luna, etc.) o che costituiscono la materia (parica), e di percepirle e di capirne la provenienza, l'energia Shaki.  In questo modo saremo consapevoli del fatto che queste distinzioni siano solo fittizie e che l'energia, sia una cosa soltanto.
La corrispondenza tra microcosmo, ovvero ciò che è all'interno e nelle vicinanze dell'uomo, del praticante, con il macrocosmo, ovvero l'universo, è un tema centrale del tantrismo. Riti e pratica si basano su questo assunto. "Così in cielo, così in terra", per usare una terminologia di uso comune. Ciò che nell'uomo è latente nell'universo è realizzato, ma si può realizzare anche nell'uomo grazie alla pratica.


suddha-vidyodayac-cakresatva-siddhih   |1.21|

SSV1.21: Quando tuttavia il praticante non si accontenta di quanto raggiunto, ma vuole acquisire la forma della conoscenza pura, ora
la sperimenta.


L'autore sta pasando in rassegna livelli gradualmente più alti di realizzazione e cosa questi comportino per il praticante. In questi stadi più elevati lo sforzo di comprensione, nell'interpretare ciò che è così soggettivo  e l'uso di termini necessariamente molto astratti, è sicuramente notevole. A riprova di questo le molteplici interpretazioni dei vari commentari.
Dal 14 ° al 20 ° sutra vengono descritti i livelli di realizzazione alti, seppure limitati, acquisiti dallo yogi che è unito con la Sakti. Il 21° sutra descrive il potere della coscienza universale o cosmica. Dopo aver acquisito questo potere,
lo Yogi realizza l'intero universo come il suo Sé in una solo momento, non in vari frammenti. Il 21° sutra dice che quando lo Yogi acquisisce la coscienza universale, la sua coscienza è pervasa dall'universo: "Io sono tutto".

Quando il praticante unisce la sua coscienza con Shakti atraverso un'intensa consapevolezza e con il desiderio di acquisire la conoscenza universale, pura, riesce appunto a sperimentarla, nello stadio di Suddhavidya. Questo termine è una categoria dell'esistenza e uno degli ultimi stadi di realizzazione descritti anche in altri testi tantrici.  Ciò si realizza con l'avvicinamento del potere di Shiva attraverso la padronanza nella gestione delle forze shakti. Questo ci dice ad esempio il testo della Svacchanda Tantra (IV, versi 396, 397) e anche la Spanda Karika: "Quando lo Yogi, desideroso di vedere, resta fisso nella concentrazione, che copre tutte le energie con la luce della sua coscienza,
quindi sperimenterà l'intero mondo oggettivo in se stesso, allora a che serve parlare?, egli avrà l'esperienza della conoscenza universale
Suddhavidya. " (SK 111,11)



mahahradanu-samdhananmantra-viryanubhavah    |1.22|
SSV1.22: Unendosi con il potere supremo, il praticante sperimenta la coscienza suprema, che è la fonte generativa di tutti i mantra.

L'unione con la shakti suprema avendo il desiderio di conoscere permette l'unione con il grande lago, mahahrada, a volte identificato come la sorgente del potere divino di Shiva, limpido, imperturbato, inesauribile. Questo è il potere massimo, potere generatore dal quale traggono la loro forza anche i mantra. I mantra sono l'essenza stessa dei Veda, il potere creativo per eccellenza. Ogni mantra, ogni verso dei Veda inizia con la sillaba AUM e questo li connette con il potere divino, il potere con cui shiva rigenera l'universo stesso alla fine di ogni ciclo, almeno secondo gli hinduisti shivaiti. Il tantra aveva complessi rituali in cui attraverso il suono delle lettere dell'alfabeto sanscrito si evocava il potere dei differenti elementi della creazione, e, con la loro unione, mantra in cui le singole parole non è chiaro se avessero un senso compiuto, oltre il proprio suono. Ma credo non aggiunga molto spingersi ulteriormente in questa direzione.

Il significato ultimo di questi due sutra potrebbe sembrare religioso e mistico, ma lo è fino ad un certo punto. Il concetto è sempre lo stesso: scoprendo il proprio spirito, interno ad ogni uomo, grazie alla pratica, si sperimenta grande gioia, ma questo non è che un primo passo, indagando meglio la natura di questo spirito si può riuscire a percepire che altro non sia se non la forza che pervade, crea e anima l'universo. Abbandonandosi a questa forza, sempre grazie alla pratica di tutte le componenti dello yoga, desiderando conoscere questa forza e insistendo, il praticante può sperimentare uno stadio in cui c'e' identità tra lui e l'universo. Altri testi (Malini Vijaya Tantra, commentari più moderni a questo e altre opere tantriche), pongono in relazione questa fase caratteristica di una meditazione profonda in cui si sperimenta il samadhi e si percepisce la conoscenza universale Suddhavidya, e la sensazione di "rientro nel proprio corpo" (intesi sempre come 5 corpi: fisico, mentale, energetico, spirituale) che si ha quando poi finisce. E' come se si espandesse il proprio corpo, il proprio spirito, nell'universo e poi al termine si rientrasse in questo. Trovo interessante questo spunto perché forse rende un pochino più tangibile e comprensibile l'esperienza descritta in questi sutra. Non si vuole banalizzare ne semplificare eccessivamente, ma questa è probabilmente un'esperienza che tutti i praticanti esperti possono aver percorso al termine di una meditazione particolarmente intensa.
Un'altra ben affermata scuola ritiene che tutto quanto descritto precedentemente non sia altro che l'acquisizione dell'esistenza di Dio. Ma dobbiamo avere chiaro che questa stessa scuola chiama Dio la forza vivificatrice dell'universo, lo spirito assoluto, non l'entità trascendente a cui siamo abituati in Occidente.

Il Sutra 1.22 completa la prima sezione degli Shiva Sutra, chiamato "il primo risveglio ", che illustra il mezzo supremo per entrare nella Coscienza universale. Volendo entrare un poco più in profondità, Swami Lakshmanjoo la definisce così: "Conservando l'assoluta assenza di pensieri ... si entra in quella coscienza trascendentale dove si scopre che tutto questo universo è uscito da frasi e frasi da parole e parole da lettere e lettere dal vero 'io' che è Parama (il più alto) Shiva. ... questo intero universo si riflette nella sua coscienza ... dall'interno piuttosto che dall'esterno . " L'idea che il nostro universo sia stato creato da dentro di noi è molto antica nella metafisica sanscrita. Samkhya, il sistema filosofico induista di cui si è parlato nell'ultimo articolo [cfr.: Lo yoga e le 5 darsana indiane] e forse più antico, dice che l'universo è costituito dalla coscienza e dall'organizzazione dell'energia, tessuto insieme nell'agregazione della materia. Ognuno di noi sta generando il proprio universo individuale momento per momento dai propri pensieri. Il discorso si farebbe però troppo complesso per i nostri fini, ovvero cogliere la luce che gli Shiva sutra di Vasugupta possono gettare sulla nostra pratica.


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