Mito e yoga, bharadvajasana, la torsione nel mezzo loto

ottobre 31, 2018




di Marco Sebastiani

La posizione dedicata al saggio Bharadvaja è una torsione da seduti nel mezzo loto, piuttosto intensa, che richiede una certa costanza nella pratica. Questo famoso rishi, saggio dell'antichità, è protagonista di due miti bellissimi. Le storie sono differenti e provengono da contesti diversi, ma hanno alcuni punti in comune, dei quali il più importate è la verità riguardo il senso ultimo della pratica yoga. Il loro significato si compenetra e si completa. Nell'episodio che lo vede incontrare Rama, trova finalmente compimento il proprio percorso di tutta una vita, mentre nell'episodio con Shiva vengono ribaltate tutte le sue certezze, regalando un epilogo che apparirà particolarmente caro a chi nella vita si dedica anche in parte alla trasmissione del proprio sapere. Non vogliamo però anticipare o svelare le due storie, la prima delle quali prende le mosse dal poema del Ramayana.



Bharadvaja era uno dei Saptarishi, i sette rishi, che abbiamo incontrato più volte nei nomi delle posizioni a loro dedicate, il loro elenco varia un poco a seconda delle fonti, ma la lista più ricorrente, e storicamente la prima, è quella che annovera Agastya, Atri, Bhardvaja, Gautam, Jamadagni, Vasistha e Vishvamitra. Questi sono i saggi che si incontrano nella foresta, dediti allo yoga e all'ascetismo, in tutte le storie e i poemi epici indiani. Quando deve intervenire uno yogin o una persona sopra le parti, spesso è uno di loro. Bhardvaja si caratterizza per la profonda conoscenza e la sua erudizione...




fig.1 Bharadvajasana 
per gentile concessione di Mr.Yoga

 

Bharadvaja e Rama 

 Il tema centrale del poema epico Ramayana consiste nella storia di Rama, settimo avatar di Viṣṇu, sovrano ideale e guerriero valoroso, della sua sposa Sita e del suo luogotenente Hanuman. In questa opera viene raccontato come, quando Lord Rama  andò in esilio, trovò rifugio negli ashram di diversi saggi. Proprio il primo di questi saggi fu Bharadvaja, che viveva nella foresta praticando austerità. Mentre Rama, Sita e suo fratello Lakshman si avvicinavano al recinto di Bharadvaja, il saggio si stava preparando a eseguire i rituali quotidiani chiamati Upachara. Questi riti fanno parte delle puja che compiono i devoti hinduisti, i monaci e i sacerdoti. Le upachara sono una serie di sedici rituali che immaginano di rivolgere le attenzioni, che si attuerebbero nei confronti di un ospite di riguardo, verso la divinità. In realtà in India tutti gli ospiti sono, o forse erano, considerati di riguardo, proprio perché sotto le loro spoglie poteva nascondersi la divinità, ma anche per l'arricchimento che l'incontro con un forestiero poteva significare, così come la possibilità di dare aiuto o conforto a qualcuno che potesse averne bisogno. Anche nell'antica Grecia l'ospitalità aveva un valore simile e veniva per sempre maledetto chi la rifiutasse. Solamente nei giorni moderni, e in particolare nel nostro paese, questo valore sembra aver perso qualsiasi significato. Ma torniamo a noi. Mentre sopraggiungeva Rama, Bharadvaja stava compiendo il rituale della Padya, ovvero il lavaggio dei piedi e dell'Arghya, l'offerta di bevande.

Avvicinandosi all'ashram, il gruppo chiamò uno dei seguaci di Bharadvaja.
"Per favore, dì a chi comanda qui, che Rama, figlio di Dasharatha, è in attesa ai margini della foresta." L'attendente, eccitato, corse dentro.
"Maestro, è arrivato qualcuno che sembra una divinità! Dice di essere Rama."
Ancora con gli strumenti per l'offerta in mano, Bharadvaja si affrettò ad incontrare Rama e ad accoglierlo all'interno dell'ashram.
"Oh Rama," esclamò, "ho praticato yoga e austerità tutti questi anni nella speranza di vedere il Sé, e ora sei arrivato! Ti conosco; ho meditato su di te per tutta la vita. Tu sei Paramatman, il più alto degli alti in forma umana, io non so nemmeno come rivolgermi a te! Tutto quello che so è che sono benedetto per averti  incontrato, mio ​​Signore. " E cadde ai piedi di Rama, lasciando in terra le brocche e i vasi d'acqua.
"Alzati, Bharadvaja," disse Rama gentilmente. Aiutò l'uomo, più anziano di lui, a stare in piedi, e lo abbracciò. "Tu sei un saggio, e noi siamo vagabondi nella foresta, governanti senza regno. Per favore, dacci un rifugio nel tuo ashram; in modo che possiamo riposarci e rinfrescarci prima di continuare il nostro viaggio".
"Certo, Signore, tu e i tuoi compagni siete invitati a restare qui tutto il tempo che volete."
Gesticolando verso l'acqua versata e le otri sparse che Bharadvaja aveva lasciato cadere nella sua impazienza, Rama sorrise e disse:
"Abbiamo interrotto la tua pratica. Mi dispiace molto. Possiamo partecipare adesso? "
E Bharadvaja, che ogni giorno lavava i piedi del Signore Supremo nella sua immaginazione, ora lavava i piedi polverosi di quello stesso Signore in forma umana. E così si realizzò il suo destino.

Questa storia racconta al praticante di yoga una cosa molto importante: la costanza e la ricerca costituiscono l'essenza della pratica. Dopo una vita trascorsa a ripetere idealmente gli stessi gesti  Bharadvaja viene benedetto dalla rivelazione dell'estasi divina, spesso per i testi classici allegoria dell'illuminazione.
La storia sembra dirci:"Tu pratica tutti i giorni, per tutta la vita, incanala l'energia, visualizza la risalita del prana, non ti curare del risultato, un giorno si realizzerà il samadhi, oppure il samadhi è proprio questa ricerca senza fine". Ma non spingiamoci troppo oltre, lo yoga devozionale rappresenta una scuola molto ampia in tutta l'India, difficile da svelare in poche parole.

 fig.1 Bharadvaja, 
dipinto conservato al British Museum

 

Bharadvaja e Shiva

Bharadvaja era uno studente molto zelante. In effetti nessuno si dedicava come lui allo studio dei Veda. Il più antico dei testi spirituali e filosofici, i Veda, racchiudono un vasto corpo di conoscenze. Nessuno si era mai aspettato di dominarli tutti, tranne l'ambizioso Bharadvaja. La sua dedizione era stata così intensa da esaurire un'intera vita. Dopo la sua rinascita, Bharadvaja capì immediatamente quale strada nella vita volesse seguire: di nuovo lo studio dei Veda. Appena fu in grado, iniziò a studiare i testi sacri, credendo che la  concentrazione e lo studio intensi lo avrebbero avvicinato all'unione con lo spirito assoluto, al samadhi. Ancora una volta, studiò così tanto da esaurire anche la vita successiva. La terza rinascita la storia si ripetè. La gente cominciò a parlare di questo saggio incredibilmente solitario, ma straordinariamente erudito, di nome Bharadvaja. Nessuno lo aveva mai visto, perché trascorreva i suoi giorni e le sue notti solo a studiare.

Alla fine della terza vita, mentre era morente nel suo letto, recitando ripetutamente mantra Vedici e aspettando la fine, Shiva gli apparve. 

Gli occhi di Bharadvaja si spalancarono per la sorpresa. Pensò di essere stato finalmente liberato dal ciclo di morte e rinascita grazie a tutto il suo studio. Sfortunatamente, non era così. "Bharadvaja," disse Shiva, con un tono deluso nella sua voce.
"Cosa stai facendo?"
"Sto morendo, Shiva. Non sei qui per portarmi con te? " Rispose Baradhvaja con tanta speranza che i suoi occhi brillarono.
"No, Bharadvaja, non ti porterò con me questa volta, e spero che finalmente imparerai la lezione su tutto il tempo che hai perso!" Disse Shiva, esasperato.
"Di cosa stai parlando? Ho studiato tanto solo nella speranza di avvicinarmi a te, oh adorato Signore!" rispose Bharadvaja.
"Bene," spiegò Shiva, "quello che hai imparato non è altro che questo." Shiva  raccolse una manciata di terra da una montagna e la mostrò a Bharadvaja. "Questo è quello che hai imparato durante la prima vita di studio." Posò il cumulo di terra sul comodino di Bharadvaja. Poi allungò di nuovo la mano e afferrò una seconda manciata di terra da un'altra montagna vicina e la mostrò a Bharadvaja. "Questo è quello che hai imparato durante la seconda vita di studio." Posò il secondo mucchio vicino al primo. Alla fine, allungò una mano e afferrò un'altra manciata di terra dalla montagna più vicina e la mostrò al Bharadvaja. " Questo è quello che hai imparato durante la terza vita di studio." Posò l'ultimo cumulo di terra accanto agli altri.

Shiva guardò compassionevolmente Bharadvaja, gli mise una mano sulla spalla e disse: "Hai passato tutto questo tempo a diventare un esperto dei Veda, e non c'è dubbio che nessuno ne sappia più di te. Ma ciò che hai effettivamente imparato è solo una manciata rispetto alla montagna di conoscenza che hai ancora da imparare. Cosa ti ha fatto ottenere tutto questo studio? Eccoti qui, vivi da solo, non hai nulla di cui gioire nella tua vita, non hai condiviso le tue conoscenze con nessuno. Mentre puoi conoscere i Veda, non comprendi il loro vero significato, perché non ti sei mai preso la briga di condividere la loro grazia e gioia con gli altri. È attraverso la condivisione di questa saggezza che sarà veramente vivo e vivrà dentro di te.
Allora, caro Bharadvaja, ti darò un'altra possibilità. Puoi passare ancora una vita cercando di avvicinarti alla mia presenza, e, se la usi saggiamente, ti prometto che sarà l'ultima. "
E con ciò Shiva lasciò Bharadvaj. Egli non spese la vita successiva studiando, ma insegnando. Si dedicò a condividere la profonda saggezza e gioia che viene dai Veda ed educò molti aspiranti sulla via del sentiero spirituale. La sua conoscenza e la sua compassione erano conosciute in lungo e in largo, e persone di diverse classi erano orgogliose di chiamarlo come  insegnante. Quando si trovò sul letto di morte, gli studenti vennero da terre molto lontane per rendere omaggio al grande Bharadvaja.
Anche Shiva venne a rendere omaggio a questo venerabile insegnante. Ancora una volta, Shiva mise la mano sulla spalla di Bharadvaja e disse:
"Caro Bharadvaja, hai finalmente imparato la lezione. Ora comprendi in che modo la saggezza dei Veda non è contenuta nella mera conoscenza, ma nella vita e nella condivisione. Guarda quante anime si sono accese a causa della tua grazia e della tua generosità. Hai fatto ciò che ho suggerito e ora, come promesso, se lo desideri, potresti essere liberato dal ciclo di nascita e rinascita."

Bharadvaja alzò lo sguardo con le lacrime di gioia negli occhi e rispose:
"Oh Shiva, non c'è nessuno che risieda più pienamente nel mio cuore di te, ma devo rispettosamente rifiutare la tua offerta. Ora so che non potrò mai essere più vicino a te di quando condivido momenti di gioia con gli altri, connettendomi con loro attraverso questi testi sacri. Vivere questa grande saggezza è il miglior paradiso di quanto potrei mai chiedere ".  E così, con gioia nel suo cuore, Bharadvaja lasciò il suo corpo, solo per rinascere come uno dei più grandi saggi e maestri mai conosciuti. E' durante questa vita di condivisione che Rama venne nell'ashram di Bharadvaja, popolato di discepoli.

Ci sono volute tre vite per Bharadvaja per capire una cosa, che noi dovremo imparare in una soltanto: quando troviamo la fonte della nostra gioia, è nostro dovere viverla e condividerla con gli altri. Questo non significa che dobbiamo cercare di convincere gli altri a partecipare alla nostra gioia. Piuttosto, se viviamo le lezioni che ci sono state insegnate, il nostro esempio può ispirare gli altri a trovare quella fonte di gioia in se stessi. Alle persone che passano il proprio tempo a fare qualcosa che le rende infelici, o che si concentrano esclusivamente sul raggiungimento di un obiettivo, sfugge il punto più elevato. Solamente alla fine della sua quarta vita, Bharadvaja ha capito come effettivamente vivere pienamente. Forse possiamo prendere a cuore la saggezza di questo saggio eseguendo questa profonda torsione e iniziando a vivere le nostre vite in un modo che riflette il più importante lezione della sua storia: quando troviamo la  vera passione della nostra vita, sarà pienamente espressa quando inizieremo a condividerla con gli altri.

Questa seconda storia ha due significati molto evidenti per chi pratica yoga. Il primo è che tutta la conoscenza di questo mondo non potrà mai essere che parziale, mentre è l'esperienza ad essere fondamentale. Questo è un tratto caratteristico dell'insegnamento di Shiva, egli è il primo praticante, l'adhiyogi, non il primo erudito. In secondo luogo, tutta la conoscenza o l'esperienza del mondo non varrà nulla senza la condivisione. Questa storia sembra dirci addirittura che la vera pratica, attraverso la quale si raggiunge l'illuminazione, passa necessariamente attraverso la condivisione. Questo è un tema centrale fino dai tempi degli Yoga Sutra e della Bagavad Gita: lo yogin non è colui che vive in eremitaggio sui monti, seppure la pratica richieda per certi versi di appartarsi. Lo yogin è colui che vive nella società secondo certe regole. Questa storia aggiunge un elemento importante: essere, ma senza condivisione, è come non essere. La ragione della vita, della pratica e dell'illuminazione è la trasmissione agli altri. Come probabilmente anche il significato di crescere dei figli. D'altronde senza i grandi maestri, ma anche senza tutti coloro che trasmettono anche un poco della propria vita spirituale, se tutti avessero tenuto per se le conoscenze e le esperienze, l'umanità sarebbe ferma al peggiore degli oscurantismi. Anche per questo oggi più che mai c'e' bisogno di condividere, nel proprio piccolo, la propria pratica e la propria vita interiore.



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