Un punto di vista sul Karma

maggio 30, 2017

 
di Massimo Celentano  

E' con grande piacere che la Redazione di Yoga Magazine Italia da il benvenuto tra le sue fila a Massimo Celentano, maestro di yoga e non solo, che non ha bisogno di presentazioni, fondatore del centro Turiya (www.turiya.it). Oggi fornirà la sua particolare prospettiva sul significato che ha per lui il termine Karma all'interno della società moderna.


Il concetto di Karma proviene, come noto, dalla tradizione indiana, ma oramai è un termine che è entrato a far parte del nostro linguaggio comune. In quest’ottica si parla di legge del Karma quando la Vita o la Sorte ci ripaga, nel bene o nel male, per quello che facciamo; le azioni di una persona possono avere karma negativo o positivo.

Ma quanto questa parola oggi riflette il significato originale? E quanto del significato originale è possibile integrare in una visione oggettiva del mondo?

E’ chiaramente un territorio delicato, dato che l’essere umano ha una grande parte irrazionale, e le sue credenze hanno formato folklore e tradizioni che permeano ogni aspetto della sua esistenza.

E’ possibile mantenere un approccio scettico e razionale nel mondo dello Yoga?
Buddha è stato tra i primi a fare questo lavoro, scartando tecniche ascetiche comuni a favore di una comprensione più profonda.

Proseguendo su questa linea: è possibile scremare il significato di Karma dalle sue caratteristiche irrazionali?
Nella comprensione comune il concetto di Karma è legato, giustamente, al concetto di causa ed effetto.
Eppure il salto immaginativo eccessivo è dare al termine quel senso di “giustizia dall’alto” che poco riscontro ha con i fatti.
Al Karma si lega ad esempio l’idea di reincarnazione, e di meriti accumulati, quest’ultimo non dissimile dall’idea di paradiso e inferno delle religioni giudaico cristiane.

Un essere umano ha questa forma perché nella vita precedente ha accumulato meriti, se egli è nato in una famiglia benestante o senza particolari problemi fisici, evidentemente i suoi meriti sono stati particolarmente alti. D’altra parte, se le sue azioni in questa vita saranno malvagie, in quella successiva potrà reincarnarsi in una forma di vita “minore”, come il lombrico.
Tanti anni fa, quando la conoscenza del mondo era scarsa, questa nozione di Karma era capibile ed infatti diffusa.
Non a caso era anche la visione di Buddha o Vivekananda; come avrebbe potuto essere altrimenti?

In realtà c’è una sorta di connotazione scientifica nell’idea classica del Karma, quasi Newtoniana: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.
È una giustizia dall’alto che non viene da un essere supremo, ma da leggi universali.
C’è sicuramente una parte dell’essere umano che ha bisogno di questa giustizia, che spera che i mali non rimangano impuniti.
Purtroppo sappiamo che le cose non stanno sempre così. Spesso i malvagi non ricevono a punizione dovuta, e le vittime non trovano giustizia.
Come si può pensare che il suicidio di Hitler sia una punizione sufficiente per le sue azioni? E che dire di Pol Pot, morto agli arresti domiciliari dopo aver ucciso il 25% della popolazione della Cambogia?
Il Karma diventa allora la punizione nell’aldilà, e l’immagine di un inferno pieno di torture per l’eternità, nella concezione cristiana.
Oppure entra il gioco l’idea della reincarnazione: la prospettiva di tornare sulla terra come una forma di vita più bassa, per un enorme numero di cicli vitali, fino poi, lentamente e gradualmente, risalire la scala delle incarnazioni, prima di ritentare con la forma umana.
Su quali prove si basa una concezione del genere?
Ovviamente nessuna.
Non può essere considerata “prova”, la percezione che una retribuzione aiuti l’uomo a vivere meglio o a condurre una vita più etica, non più di quanto possa considerarsi prova dell’esistenza di babbo natale il fatto che i bambini il 24 sera si comportino bene in previsione dell’apertura dei regali.
Anzi, l’idea stessa di una punizione per un comportamento toglie qualunque eticità ad ogni scelta, fatta a quel punto non liberamente ma in vista di una ricompensa o per paura di una punizione.

Eppure è facile capire da dove derivi questa interpretazione.
Dare un senso alla propria vita è una profonda caratteristica dell’essere umano.
C’è bisogno di giustizia, bisogno che ci sia un qualcosa di più alto, che in qualche modo garantisca che il male subito sarà punito e che il bene fatto non vada disperso.
Alla fine tutto si collega a due fattori fondamentali: la paura della morte, e il bisogno di controllo.

Eppure, è sano credere senza prove solo perché c’è un apparente conforto in questa credenza?
Il senso profondo della pratica Yoga è la conoscenza reale, perché attraverso questa si acquista libertà, ed è possibile onorare la propria vita, l’unica della quale si possa essere sicuri.

E soprattutto, attraverso la conoscenza profonda possiamo imparare a gestire il dolore e il distacco, perché sono caratteristiche naturali dell’esistenza.

E’ possibile approfondire la nozione di Karma andando al di là della superficie, e scoprire questo concetto in modo utile nel qui ed ora.

Karma in sanscrito vuol dire semplicemente “azione”.

La legge di causa ed effetto entra in gioco con grande semplicità quando si considera che ogni azione ha una sua conseguenza. Ogni seme produce un suo proprio frutto.

La profondità del concetto di Karma è racchiusa in ciò che Buddha diceva ai propri allievi: “qualunque cosa un monaco frequentemente pensi e consideri, quella diventerà l’inclinazione della sua mente”.

O, per dirla con un’altra frase:

“Semina un pensiero e raccoglierai un’azione,
semina un’azione e raccoglierai un’abitudine,
semina un’abitudine e raccoglierai un carattere,
semina un carattere e raccoglierai un destino.”

Quando, attraverso la pratica dello yoga e della meditazione, alleniamo la nostra mente ad essere aperta, positiva ed amorevole, questa tendenza semplicemente aumenterà.
Sarà più semplice trovare il bello o l’insegnamento nelle difficoltà che sicuramente capiteranno.
Questo, in modo semplice ed utilizzabile, è il karma.
È una nozione incredibilmente trasformativa quando applicata con costanza.
Non c’è una punizione o una ricompensa se si fa il male o il bene, più che altro c’è una promessa! Quando decidiamo di compiere buone azioni morali, quando optiamo per il bene, l’azione stessa è la nostra ricompensa.
Il nostro cuore è più aperto quando accogliamo l’altro, aperto al bene e al bello.

Il segreto della felicità è racchiuso in un concetto semplice: fare qualcosa per gli altri.

In più, quando, oltre a fare del bene, si intraprende un percorso di ricerca interiore, la promessa è quella, ancora più grande, di una piena espressione del nostro essere, probabilmente al di là delle nostre aspettative.

D’altra parte, la promessa diviene “condanna”, nel momento in cui le nostre azioni sono dettate dall’ego (chiamato non a caso “piccolo sé).

In quel caso, qualcosa si chiude dentro di noi, la nostra promessa di grandezza svanisce in quel momento, e la nostra voce interiore, quella più “alta”, non riesce più a raggiungerci.
Siamo veramente più piccoli di come potremmo e dovremmo essere!
La condanna è vivere al 10% delle nostre possibilità, senza curiosità, stupore, energia, quiete, compassione e consapevolezza.
Yoga è troppo spesso una semplice sequenza di posizioni, ed il benessere che segue è quello che altre persone traggono da le diverse discipline, da una “normale” lezione di ginnastica, tango, salsa…

Eppure nello Yoga c’è dell’altro, e questo concetto di Karma ne è una parte fondamentale. Tolta la parte folkloristica, quello che rimane è di incredibile importanza per la nostra vita.
Lo sviluppo spirituale, che alla fine vuol dire semplicemente benessere a tutti i livelli possibili del nostro essere, è dato in parte da questa “sintonizzazione” verso un atteggiamento aperto e consapevole.
L’altra parte è data da come il passato influenza il presente.
La presenza mentale, intesa come osservazione non giudicante dei processi della mente, piano piano rivela le nostre tendenze e soprattutto le nostre re-azioni.
Fino a quando non siamo consapevoli, quello che facciamo è semplicemente mettere in scena il nostro passato, reagendo a quello che accade nel presente a seconda dei traumi o delle abitudini o degli esempi del passato.
Reagiamo e non agiamo.
Per questo c’è una frase che ricorre spesso nelle filosofie indiane, il concetto di karma che viene bruciato.

Nella Bhagavad Gita si dice: “Come il fuoco ardente riduce il legno in cenere, allo stesso modo, il fuoco della conoscenza di sé riduce tutto il karma in cenere”.
C’è il karma delle nostre azioni e del nostro passato, ma non dobbiamo mai perdere di vista il caso, la possibilità che qualcosa di imprevisto accada. Una visione realistica del concetto di Karma deve mantenere questo piccolo spazio aperto.

Il pensiero positivo, così di moda ultimamente, nasconde una profonda verità – il modo in cui si pensa influenza il modo in cui viviamo -  e una menzogna: il pensiero ha un effetto oggettivo sulla realtà intorno.
I semafori che diventano verdi quando ci concentriamo sul pensiero positivo sono una coincidenza, e dare eccessivo valore ad un caso del genere porta solo una visione distorta della realtà.
Una pratica profonda implica il riuscire a vedere le cose come stanno, senza aggiunte, e vedere anche il bisogno di controllo nascosto in certi atteggiamenti.
La realtà, che Buddha chiamava la verità della sofferenza, è che l’essere umano si ammala, invecchia, perde le persone vicine e alla fine muore.
Questa è una parte della verità.
L’altra parte, decisamente più allegra, è che la pratica costante porterà inesorabilmente ad una conoscenza profonda di sé (quello che si dice “bruciare il Karma passato”).
Questa conoscenza creerà il giusto “spazio interiore” che permetterà di affrontare ogni cosa in modo diverso. Rabbia, malattia, perdite...

Vedere gli avvenimenti imperfetti in primo piano, ma vederli su uno sfondo perfetto.

Questa è una promessa di profonda Libertà!


Namaste,

Massimo Celentano

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